DINANZI ALLA “CENA” 

DI LEONARDO

 

 

di Ambrogio Andaloro OP

 

Nella penombra, da lontano, il primo impatto è di perplessità. A Toledo, in Spagna, all’ammirazione del visitatore, risaltano subito i colori e i movimenti dei personaggi  dell' “Intierro del Conte de Orgaz” opera sublime di El Greco. A la Valletta, Malta, nella cattedrale l’oscurità e insieme la luminosità della “Decollazione di S. Giovanni Battista”, colpiscono immediatamente.  Nell’antico refettorio dei domenicani, a Milano, l’impressione iniziale è incerta.  Giunti alla giusta distanza il capolavoro vinciano appare un’epopea di luce e di movimenti. Da comune ammiratore, cercherò di esprimere le mie prime impressioni. Che mi stò recando a visitare qualcosa di eccezionale, me lo dice già la lunga fila di turisti, dalle cento favelle, che, ordinatamente e pazientemente, si incolonnano dinanzi al  santuario di S. Maria delle Grazie. A me è concesso un piccolo privilegio: entrare dalla parte del convento dei nostri padri che usavano quel locale – oggi famoso in tutto il mondo – come refettorio. Accompagnato da un benevolo confratello, eccomi innanzi alla “Cena”, assieme a una trentina di persone, dal volto estasiato. Tutti conoscono, almeno sommariamente, le vicende del dipinto. E sanno del metodo di Leonardo che procedeva alla preparazione dei colori e della parete, secondo criteri propri. Comunque, oggi gli esperti assicurano che, tolti i danni causati dai restauratori dei secoli precedenti, l’opera si può considerare quasi come la produsse l’autore. A cominciare dalla figura ieratica del Cristo, tutti i personaggi hanno una caratteristica propria che li distingue: un significato corrispondente al dettato evangelico. Si coglie subito la vitalità interiore di ciascun  apostolo. Qualche sprovveduto se li immagina solo come uomini di fatica e senza cultura. Emanano invece, osservandoli nei particolari, una robustezza morale di uomini solidi che il sommo artista ideò e realizzò dopo lunghe meditazioni, tanto lente da impazientire l’antico priore, che talvolta lo osserva li ritto, anche per ore, con gli occhi fissi sul lavoro già eseguito e “asceso sul ponte pigliare il pennello ed una o due pennellate dar ad una  di quelle figure e di subito partirsi e andare altrove” come annotava Matteo Bandello , il più grande novelliere domenicano, nipote del maestro dell’Ordine  Stefano Bandello. Quali pennellate! Dopo secoli, il mondo corre a contemplare la “Cena” stupenda , con la stessa attenzione che pone in Vaticano, dinanzi al “Giudizio” di Michelangelo. Il “laico” Leonardo non intende immortalare i misteri dell’Eucarestia e del Sacerdozio, celebrati dalla Chiesa e cantati da S. Tommaso D’Aquino per la solennità del Corpus Domini. L’artista accoglie e fissa un solo momento di quell’ultima Cena: lo svelamento del tradimento, dramma e mistero sublimi. Quale il destino del Maestro? E’ nelle mani del Padre o in quelle di un discepolo? Gesù sa e attende. La sua mano destra si allunga, misericordiosa , verso Giuda, dal colore cupo, testa irsuta. Il Salvatore sembra nell’atto di lanciare un messaggio estremo di amore verso il discepolo infedele con la mano posata sulla tavola in direzione di Giuda, che non l’incontra, non l’accoglie. “Uno di voi mi tradirà”. Lo sconcerto causato da tale rivelazione è nella turbata animazione dei commensali si legge sui volti, nel movimento delle braccia e ancor più nelle mani, che esprimono stupore, incredulità e infine la domanda: Chi è il traditore? La drammaticità della scena cosi accesa è espressa dai discepoli che l’artista raccoglie in quattro gruppi. In ciascuno appare un preciso distinto atteggiamento. All’estrema sinistra della tavola imbandita per la Cena pasquale, il gruppo di Bartolomeo, Giacomo il minore e Andrea. Diverso in ciascuno il colore delle vesti, il taglio dei capelli, la barba. Il primo si alza e si protende verso il Cristo, come pure il secondo, mentre Andrea, alzando le mani in alto con le dita divaricate, appare il più colpito dalle parole di Gesù. Il gruppo che segue mostra il traditore,con disegno e colore non pienamente definiti, volto verso il Maestro. Tra lui Giovanni si incunea il capo e la mano di Pietro che, concitato dice all’apostolo prediletto: chiedi a Gesù chi è che lo tradisce. La fine delicata figura di Giovanni, giovanile, quasi femminea un po’ come quella  di Filippo, è la più composta al pari di quella del  Salvatore, assorta in un travaglio interiore , dopo l’improvvisa incredibile rivelazione. Fortemente animato Leonardo presenta il terzo gruppo: Tommaso con quel dito – il dito che investigherà il costato del Risorto - puntato in alto. Ampio spazio pittorico e forte reazione caratterizza Giacomo il Maggiore; nel suo capo volto e capigliature rimandano a Gesù. Accanto la dolce immagine di Filippo che, per i delicati lineamenti, corrisponde a Giovanni. L’ultimo non si rivolge al Maestro. Sembra impegnato in un grave consulto tra amici che si scambiano i pareri per giungere alla individuazione del traditore. Matteo è il più attivo : protende energicamente verso Gesù le braccia, in modo asimmetrico, in tono altamente drammatico. Il secondo dell’ultimo gruppo, Giuda Taddeo, folta capigliature, barba lunga, rivela l’ansia di conoscere l’indegno discepolo rivolgendosi al canuto Simone le Zelota, il quale però, sollevando le mani a mezza altezza, pare voglia dire: io non so.  Visto cosi, resta sempre misteriosa la ineffabile bellezza del capolavoro vinciano, soprattutto se l’attenzione si rivolge alla parte centrale, illuminata dalle tre finestre, che , mentre aprono una idilliaca primavera nello sfondo fanno risaltare il bellissimo volto di Gesù. Ammirato e gustato il capolavoro, si vorrebbe rimanere pi a lungo dinanzi a questa “Cena” che impreziosisce, per volere del Moro, protettore dei domenicani, il loro refettorio, ora è divenuto cenacolo dell’umanità che concorde continua a rendere omaggio a questo Italiano che con la sua opera prodigiosa mostra di aver indagato gli arcani del Vangelo meglio forse di tanti teologi, e di averli illustrati con arte sovrana.                                 

 

 

 

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