LA REGALITÀ DI MARIA

Fondamento Biblico

   

di Ludovico Solano OP

 

Il secolo XX si apre per la Chiesa con una attenzione particolare alla regalità di Maria: mostra un nuovo impegno di conoscenza e di ricerca teologica, una fioritura della pietà dei fedeli verso questa prerogativa della Beata Vergine. Se ne fanno artefici e promotori vari congressi mariani e autorevoli interventi dell'episcopato mondiale.[1]

 Il papa Pio XII chiude questo periodo di pietà e di studio. L'11 ottobre 1954, al termine dell'anno giubilare indetto per il centenario della definizione dogmatica dell'Immacolata Concezione, emana la Lettera enciclica "Ad coeli Reginam", che è sull'argomento la prima enciclica e il principale documento del Magistero, nella quale espone le motivazioni storico-­teologiche della regalità di Maria; e "per venire incontro alle insistenti richieste pervenutegli da ogni parte, istituisce anche la festa liturgica della Beata Maria Vergine Regina... da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio" ("Ad coeli Reginam", 5,45. Nel Calendario Romano del 1967 tale festa è stata trasferita al 22 agosto, ottava dell'Assunzione). Ma "non si tratta ‑ precisava allora il Sommo Pontefice ‑ d'una nuova verità proposta al popolo cristiano, perché il fondamento e le ragioni della dignità regale di Maria, abbondantemente espresse in ogni età, si trovano nei documenti antichi della chiesa e nei libri della sacra liturgia" (Ivi, n. 6).

Oggi non sembra più attuale il fervore regalmariano vissuto nella prima metà del `900. Ma giova rinnovare la memoria e il significato d'una verità, che ha una preistoria teologica e liturgica molto antica.

Il termine "re", "regina", nella tradizione biblica ed ecclesiale come nel linguaggio comune, esprime una preminenza, un primato sui sudditi e insieme un dominio ossia un reale influsso su di loro, onde dirigerli a un fine comune. Quando è una donna ad esserne investita, a meno che non sia essa stessa re (un re di sesso femminile), la sua regalità deriva da quella del re, partecipa della preminenza o primato del re e del suo dominio o influsso sui sudditi. Proprio nella partecipazione alla regalità del Cristo, suo divin Figlio, consiste la dignità regale di Maria, sua augusta Madre.

Osserviamone il fondamento biblico. Sebbene la Beata Vergine non sia mai chiamata espressamente "regina" nella sacra Scrittura, tuttavia le ragioni della sua regalità hanno in essa sempre una base e un chiaro riferimento.

La maternità divina costituisce il primo e il principale argomento. L'angelo Gabriele ‑riferisce il vangelo di Luca ‑ annuncia a Maria: "ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". "Segue logicamente - conclude Pio XII - che ella stessa è regina, avendo dato la vita a un figlio, che nel medesimo istante del suo concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l'unione ipostatica della natura umana col Verbo" (Ad coeli Reg., 33).

L'annuncio del cielo fatto dall'angelo Gabriele, primo araldo della dignità regale di Maria, trova un'eco profonda sulla terra, nelle parole di Elisabetta. Al saluto di Maria, recatesi in visita da lei subito dopo l'evento dell'incarnazione, Elisabetta, "piena di Spirito Santo", che l'apre all'intelligenza dello straordinario che sta per accadere e di cui è testimone, risponde con queste sorprendenti parole: "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?" (Lc. 1,43).

"Signore" (Kyrios) è il nome divino che il NT da a Gesù dopo la sua esaltazione in cielo con la risurrezione e l'ascensione; è "il nome che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil. 2,9) proprio quello di Jahvè, col quale egli viene identificato.

Ma oltre al valore divino, quel nome ha anche un valore regale. Il cerimoniale di corte, ampiamente testimoniato in Israele e nell'ambiente circostante, applicava al re il titolo di "signore" e soprattutto l'espressione "mio signore" o "nostro signore". Di qui, con un procedimento del tutto naturale, l'appellativo era stato trasferito al re ideale, il Messia. Un esempio è dato dal salmo 110,1 (grec. 109, I): "Ha detto il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra". Un salmo regale, in cui Davide chiama "mio Signore" il Cristo, re e Messia. (Cfr. Mt. 22, 41 ‑ 46, e par.; At 2,34 ‑ 36). Tale deve essere il senso dell'espressione "madre del mio Signore" che Luca mette sulle labbra di Elisabetta. Essa saluta e riconosce nella giovane parente la madre del Messia nella sua dignità regale, la madre del re nascituro, di cui le aveva parlato l' angelo.[2]

L'episodio dei Magi, narrato dal vangelo di Matteo (Mt 2, 1 ‑ 11), offre come una figurazione plastica di questa realtà. Alcuni Magi, giunti da oriente a Gerusalemme, domandano: "Dov'è il re dei Giudei che è nato?" (Ivi, v. 2 ). Erode, dopo essersi informato dai sommi sacerdoti e dagli scribi sul luogo in cui doveva nascere il Messia, li invia a Betlemme; e li essi, " entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono" (Ivi, v.11).

Il ricordo "del bambino con la madre", al momento della prostrazione da parte di quei personaggi, sembra rievocare la tradizione vetero‑testamentaria della regina madre, chiamata ghebirâh, menzionata pressoché regolarmente nelle liste dei re di Giuda. Ora è Maria la regina­madre del neonato re‑Messia; le sue ginocchia sono il trono naturale dove siede la maestà regale del bambino.

Oltre alla maternità divina, un altro titolo spetta alla Beata Vergine, che conferma e ratifica la sua regalità naturale attraverso il merito: è la sua cooperazione in modo tutto speciale all'opera della redenzione, e per la quale può dirsi regina anche per diritto di conquista.

Gesù Cristo, Uomo‑Dio, operò la salvezza spirituale dell'umanità, perduta a causa del peccato del primo uomo: operò, cioè, il nostro riscatto dal peccato e dal demonio, la nostra riconciliazione e alleanza con Dio, ci riapri la porta del cielo, ci

rese l'eredità della vita eterna. Il sacrificio cruento della croce è il vertice e l'atto principale della redenzione.

Nel compimento di quest'opera, Maria occupa accanto « Cristo un posto singolare che a lei solo appartiene, come mostrano i fatti meglio accertati del vangelo. Un testo del Vat. II, in un quadro completo, fa confluire nella cooperazione della Beata Vergine alla nostra rigenerazione spirituale sia la sua opera materna sul piano fisico, sia i suoi atti religiosi e l'esercizio delle sue virtù personali sul piano morale. È un passo che bisogna leggere per la sua importanza teologica: "La beata Vergine dice la Lumen Gentium ‑ per disposizione della divina provvidenza fu su questa terra l'alma madre del divin Redentore, compagna generosa del tutto eccezionale, e umile ancella del Signore. Col concepire Cristo, generarlo, nutrirlo, presentarlo al Padre nel tempio, soffrire col figlio suo morente in croce, cooperò in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo fu per noi madre nell'ordine della grazia" (LG 61).

L'azione solidale della Madre con l'opera della salvezza del figlio porta logicamente a ritenere che, come Cristo è re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché Redentore, così la Beata Vergine è regina, non solo perché Madre di Cristo, ma anche perché generosa cooperatrice nell'opera del divin Redentore. In senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e Uomo, è re; Maria, per questo duplice titolo, partecipa, condivide a suo modo, "in maniera limitata e analogica", la dignità regale del Figlio.

Dalla sua unione di madre e di collaboratrice del Cristo, infatti, derivano le caratteristiche della sua regalità.

La preminenza o primato, dopo il Figlio, su tutte le cose come sulle creature più eccellenti, su gli uomini, i santi, gli angeli. "Umile e alta più che creatura", la chiama Dante (Par. XXXIII, 2); secondo le espressioni dei teologi, ella "possiede una certa dignità infinita"[3], "tocca i confini della divinità"[4]. All'origine del suo primato sta la maternità divina, la quale avendo per termine la persona o l'ipostasi del Verbo incarnato, le da il privilegio di appartenere all'ordine ipostatico, che supera ogni altro ordine, della natura, della grazia e della gloria.

Al supremo grado dell'eccellenza e della perfezione si unisce la sua regale potenza: cioè, "la partecipazione di quell'influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell'umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti, dei suoi santi, come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell'ufficio e dell'opera della Madre sua santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione" ("Ad coeli Reg.", 40).

Questo ruolo di dispensatrice dei tesori del regno del divin Redentore conviene a Maria specialmente per l'opera della sua materna intercessione presso il Figlio, che è propria della regina presso il re.

Come madre di tutti gli uomini, ella conosce i loro bisogni spirituali e ciò che nell'ordine temporale si riferisce alla loro salvezza, ed è mossa dalla sua immensa carità a pregare e intercedere per essi, simile ad una madre naturale, cui basta intuire i bisogni del suo bambino per soddisfarli. La sua intercessione è sempre accolta dal Figlio per l'incommensurabile scambievole amore che li unisce. Perciò la tradizione chiama la Beata Vergine "omnipotentia supplex" ‑ onnipotenza interceditrice, e Dante l'invoca:

Ancor ti priego, regina, che puoi

ciò che tu vuoli . . . (Par. .XXXIII 34 ‑ 35)

 

Se il Cristo, re‑salvatore, è sorgente della grazia e di tutte le grazie, Maria regina è "l'acquedotto", attraverso il quale scorrono dal cielo in terra tutti i benefici di Dio. Ma occorre sottolineare che l'efficacia della molteplice intercessione della Madre dipende e partecipa dell'inesauribile intercessione del Figlio, che nel regno della gloria "sta alla destra di Dio e intercede per noi" (Rm. 8,34; cfr. Eb. 7, 25; 1Gv. 2, 1).

Le tre doti o caratteristiche regali ‑ la preminenza, la potenza, l'efficace intercessione ‑, che seguono come corollari dai principi della maternità divina e della stretta collaborazione all'opera della salvezza, danno il senso della natura della regalità di Maria, ne mettono in risalto la funzione sociale, ne rivelano il motivo di spirituale interesse alla pietà dei fedeli.

Da quando, dunque, con l'evento dell'Annunciazione, è diventata Madre di Dio, Maria ha un diritto radicale alla regalità; ma, secondo le disposizioni della Provvidenza, doveva anche meritarla unendosi al sacrificio del Cristo, e l'esercita pienamente solo quando è stata elevata e coronata in cielo quale Regina dell'universo, "perché fosse più pienamente conformata col Figlio suo, Signore dei dominanti" (LG. 59).

Andiamo con fiducia dalla nostra Regina. "Il suo regno ‑ dice il papa Pio XII è regno di misericordia, ove ogni supplica trova ascolto, ogni dolore conforto, ogni sventura sollievo, ogni infermità salute e dove ... dalla stessa morte risorge la vita", La preghiera del rosario, che al suo epilogo ci fa contemplare Maria Regina del cielo e della terra, ci offre un modo privilegiato per onorarla e implorarne la materna intercessione.

 

Ludovico Solano O.P.

 

NOTE

 

Testo dell'enciclica "Ad coeli Reginam" riportato da "La Civiltà Cattolica", 1954, vol.IV, pp. 257‑269.

1.         Cfr. G. Roschini, Regalità di Maria, in "Dizionario di Mariologia", Studium Roma, 1961, pp. 431‑432

2.         Cfr. P. E. Jacquemin, in "La parola per l'assemblea festiva, Queriniana, Brescia, 1972, vol. 5, pp.131‑133

3.         S. Tommaso, S. Th. I, q. 25, a. 6 ad 4.

4.            Gaetano, in S . Th. II-II, q. 103, a. 4 ad 2.

5.         Pio XII, Allocuzione nella basilica di S. Pietro, I° nov. 1954: cfr. "La Civiltà

            Cattolica", 1954, vol. IV, p. 481.

 

 

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