La supplica alla
Madonna di Pompei
di Nicola Gori
Nella versione originale la famosa Supplica alla Regina del santo rosario di Pompei presenta una certa tonalità solenne negli appellativi rivolti alla Vergine: “Regina del Santo Rosario”. “Augusta Regina delle Vittorie”, “Vergine sovrana del Paradiso”, “Regina gloriosa del Santissimo Rosario”, “Regina”, “Regina”, “Regina delle Vittorie”, “Regina del Rosario della Valle di Pompei”, come ad accentuare l’elemento trionfale d’una indubbia regalità riconosciuta ed ammirata – in un’epoca in cui ancora vigevano ben fiorenti monarchie in varie parti d’Europa – e per sottolinearne la potenza effettuale e protettiva per i fedeli sudditi. Così, codesta potenza si esplica come segno gioioso e rassicurante degli spazi celestiali: “al cui nome potente si rallegrano i cieli”. E qui, si comprende bene, allora, l’insistenza sulla regalità, proprio come nominalità miracolosa e dominatrice (“al cui nome”); e anche come segno tremendo ed inquietante per gli spazi del male - “e tremano per terrore gli abissi”- a individuarne, sia pure genericamente, l’oscura minaccia e la distanza dal trono santo.
Sembra proprio che una forza particolare della Supplica sia riposta dal suo Autore, precisamente, nel delineare una rappresentazione particolarmente suggestiva e confortante dei due mondi contrapposti, appunto, del bene e del male: “Voi sedete coronata Regina alla destra del vostro Figliuolo redimita di gloria immortale su tutti i cori degli Angeli” – e qui si scorge l’esaltante prospettiva della corte celeste, maestosamente sostenuta dalla presenza suprema di Cristo – ma qui, come poi vedremo, già riconosciuto affettuosamente e familiarmente come “Figliuolo” a coronamento dell’aspetto prevalente nella Supplica delle ragioni intime e tenerissime della maternità della Madonna. “Gloria immortale” è il segno ancora trionfale della vittoria sulla morte, come sul male; “cori degli Angeli” proietta sullo spazio regale del cielo l’armonia corale che lo circonda e che si apre come linea prospettica anche per i poveri umani. Ancora: “Voi distendete il vostro dominio per quanto son distesi i Cieli ed a Voi la terra e le creature tutte che in essa abitano sono soggette. Il vostro dominio si stende sino all’inferno”: la potenza di Maria abbraccia, dunque, naturalmente, ogni spazio, cielo, terra e anche il perturbante “inferno”, certamente per sistemare, in modo completo, e organizzare una totalità spaziale ove ogni essere – umano, angelico o infernale – debba rispondere soltanto alla Madonna gloriosamente regnante alla destra di Cristo. Come dire, una struttura portante che conforta (o esclude) tutti – alla luce, all’ombra o nelle fiamme infernali – in modo che, ovunque, tutto e tutti debbano, in qualche modo, essere sottomessi all’unica regina vittoriosa e dominatrice.
Diciamo che si tratta d’una visione apertissima e, insieme, ben partita nelle sue giuste zone, e dilatata a coprire ogni manifestazione od ogni entità presente in cielo, in terra e negli abissi infernali. Ad ognuno, poi, sembra esser suggerito, la propria collocazione rispetto al “trono di clemenza”.
In realtà, l’aspetto principale della Supplica e, certamente, non dei meno interessanti, approfondisce e qualifica i soggetti sulla terra nel segno ben più comprensivo e fiducioso nell’appello e riconoscimento della maternità della Madonna: “avventurati figli vostri”, “con la confidenza di figli”, “benché vostri figliuoli”, “Madre nostra”, “Madre dei peccatori”, “nostra Madre”, “Madre buona”, “figli ingrati e immeritevoli”, “il vostro cuore di Madre”, “vostri figli”, “come deboli figli tra le braccia della più tenera delle madri”, “la materna benedizione”, “o Madre”, “o Madre nostra cara”: confidenza dell’invocazione, riconoscimento delle colpe e ingratitudine, appello al “cuore” e alla “benedizione”, insistenza sulla maternità, sono questi i modi confidenziali con cui gli uomini si presentano, dunque, alla Madre, non solo alla Regina, proclamando la loro ventura per tale maternità (“avventurati”).
Ancora, si evidenzia la “bontà” propria di Maria, la “clemenza” (“vincete con la clemenza”), si cerca lo “sguardo pietoso”, la “compassione degli affanni” e dei “travagli che amareggiano la vita”, si chiede l’intercessione (“trattenete il braccio della giustizia del vostro Figliuolo sdegnato”) fino, soprattutto, a proclamare una ben più chiara e protettrice regalità (“Oggi mostratevi a tutti, qual siete, regina di pace e perdono”), nella certezza invocata della “misericordia”, con la quale Maria si abbassa, persino – come già nella “compassione”, del condividere il dolore e la sofferenza – alla cordiale vicinanza alla miseria della povera umanità. Ed è, del resto, la “pietà” soprattutto ad essere richiamata: “Pietà vi prenda, o Madre buona”, una pietà corale e universale (“Pietà, deh!, pietà oggi imploriamo”) e misericordia totale (“Misericordia per tutti o Madre di misericordia”. Siamo ben vicini, evidentemente, alle figure e ai concetti espressi nella grande preghiera della “Salve Regina”.
Nello svolgimento della Supplica scorgiamo, dunque, un preciso filo conduttore, che lega l’accorata richiesta dei fedeli in lacrime ma pieni di fiducia nella risposta da parte della Vergine: ”noi tutti avventurati figli vostri, che la bontà vostra ha prescelti in questo secolo [...] effondiamo con lagrime gli affetti del nostro cuore e con la confidenza di figli vi esponiamo le nostre miserie”.
Questa premessa permette di comprendere bene qual è il legame che intercorre tra la Regina e i suoi figli; ed è quel legame materno, che la bontà della Vergine ha esteso a tutti gli uomini indistintamente - siano essi presenti o assenti, consapevoli o indifferenti, lontani o vicini. La sollecitudine per la nostra sorte arriva a tal punto che già subito la Madonna sembra aver compiuto il primo miracolo: il trovarsi tutti quanti ai piedi di questa Madre, insieme, a rappresentare l’umanità intera, è già un evento straordinario, perché in questa supplica tutti siamo compresi e, appunto, rappresentati, anche quelli che “costano sangue al dolce Gesù”, perché rimangono per sempre “nostri fratelli e figli vostri”. Questo senso universale di comunione è sottolineato ampiamente in tutto il testo: prima di tutto da tutti i verbi che sono alla prima persona plurale; poi, dalla presenza del “noi” come entità collettive che ci riuniscono e ci fanno condividere e rivolgere appelli o gridi di pianto, nel bene e nel male, nella gioia e nella colpa e nella responsabilità, vivi e morti, volenti e nolenti, amici o nemici, tutti noi: “noi tutti avventurati figli”, “nostro cuore”, “nostre miserie”, “verso di noi”, “nostre famiglie”, “nostri fratelli e figli vostri”, “noi pei primi, benché vostri figliuoli”, “in cuor nostro”, “Madre nostra”, “nostra Madre”, “nostra Avvocata”, “nostra Speranza”, “noi gementi”, “pietà di noi”, “nostre famiglie”, “anime nostre”, “nostri parenti”, “nostri amici”, “nostri fratelli estinti”, “nostri nemici”, “esaudirci”, “salvarci”, “ci strappate dalle mani di Satana”, “potete salvarci”, “volerci aiutare”, “diteci almeno”, “noi, vostri figli”, “ci ispirano fiducia”, “noi saremo esauditi”, “noi confidiamo pienamente in voi”, “ci gettiamo ai vostri piedi”, “ci abbandoniamo”, “non ci leveremo dai vostri piedi”, “non ci staccheremo dalle vostre ginocchia”, “finché non ci avrete benedetti”, “ci rannodi a Dio”, “ci unisci agli angeli”, “noi non ti lasceremo mai più”, “tu ci sarai conforto nell’ora d’agonia”, “o Madre nostra cara”. Abbiamo dato tutte le testimonianze, in modo completo, per mostrare tutto il percorso centrale della Supplica attorno a questa figura del “noi” come grandioso avvenimento che unisce ed unifica in Maria l’intera umanità.
Il concetto è fondamentale: noi, pur
peccatori, non perdiamo mai la dignità di figli di Maria, nonostante tutto. E
non solo: vediamo che è questa certezza di confidenza che può aprire il cuore
della Regina e ci dà il coraggio di rivolgerci a Lei. E si rivela così agli
occhi di tutti il vero volto di questa Regina; il suo è un vero “regno di
pace e di perdono”, il regno della conciliazione, dell’amore, dell’unità
totale in Lei e in Cristo.
Troviamo nel testo un crescendo di tensione drammatica, perché nonostante la fiducia e la speranza, gli uomini non possono tacere a se stessi che sono loro che infliggono alla loro Madre e Regina i più atroci dolori (“trafiggiamo novellamente il vostro cuore”), perché “coi peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù”.
Gesù, uomo-Dio, ci ha lasciato sul Golgota in eredità sua Madre, e questo vincolo lo ha suggellato col suo sangue: “e quel testamento di un Dio, suggellato col sangue di un Uomo - Dio, vi dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori”.
La Regina è madre per volere del Dio fatto uomo, che ci ha lasciato in eredità la persona a Lui più preziosa sulla terra. E la “Madre nostra” è anche “avvocata” (unica vera avvocata, che fa solo il nostro interesse e ci difende gratuitamente!), colei che è preposta ad intercedere a nostro favore, e di conseguenza è anche la nostra “Speranza”, perché la sua missione affidatale da Dio stesso è quella di prendersi sempre e comunque cura di noi.
Per questo, il B. Bartolo si appella alla Madre, affinché la pietà prenda campo nel suo cuore, perché tutti tornino pentiti a Lei, “Madre di Misericordia”, ed è sicuro che non resterà inascoltato né deluso.
Sembra che la nostra Madre non abbia possibilità di scelta, infatti, non ha forse “Gesù ha riposto nelle sue mani tutti i tesori delle sue grazie e delle sue misericordie?”
La Vergine, non solo può aiutarci, ma vuole farlo, e neppure i nostri dubbi né i nostri peccati potranno arrestare la sua forza d’intercessione e di misericordia presso Dio. Lei che è due volte madre, innanzitutto di suo Figlio e, in secondo luogo, nostra per adozione, è l’unica che “onnipotente per grazia […] può aiutarci”.
Niente si sottrae al suo dominio, neppure le realtà più atroci, e neppure l’inferno! Nonostante la nostra ingratitudine sia immensa non arriverà mai a superare l’amore che Lei porta per tutti noi.
La fiducia “che noi saremo esauditi” è sostenuta anche dal “Bambino che vediamo sulle nostre ginocchia, e la mistica corona che miriamo nella vostra mano”. Questa corona, che, come un filo, unisce ogni uomo intorno alla Madre per mezzo della preghiera, è il Rosario. Immaginiamo l’umanità raccolta misticamente intorno alla Vergine per mezzo della recita del rosario, che affratella in un attimo ogni creatura, ed un potere immenso è stato donato a questa preghiera! il Bambino è lo stesso Gesù che ha versato sul Golgota “le ultime stille di quel sangue divino”, ed è Lui stesso il garante di questa fedeltà materna della Vergine nei nostri confronti. Anzi, anche noi, per dono divino, entriamo a far parte di questa famiglia, anche noi diveniamo suoi bambini, che, pieni di fiducia, non aspettano altro che di gettarsi e abbandonarsi “tra le braccia della più tenera delle madri”.
Questa piena confidenza apre le porte alle “sospirate grazie”, che “oggi stesso, sì oggi” arriveranno, senza nessun ritardo né dilazione di tempo.
Ed è talmente forte la fiducia del Beato in Maria, che addirittura sappiamo che immediatamente verremo esauditi; a noi, solo il compito di riconoscerla come madre e di lasciarci condurre da Lei. Con lo stesso amore, però!
[1] La Supplica alla Regina del Santo Rosario di Pompei fu scritta con il titolo “Atto d’amore alla Vergine” nei primi mesi dell’anno 1883; poi, nell’ottobre dello stesso anno, il titolo fu cambiato in “Supplica alla potente Regina del SS.mo Rosario di Pompei”: l’autore ne fu il B. Bartolo Longo (1841-1926), terziario domenicano, beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 26.10.1980. Papa Leone XIII l’arricchì d’indulgenze con rescritto 16.6.1887; essa viene recitata due volte l’anno, alle ore 12 del giorno 8 maggio e della prima Domenica d’ottobre.