CREATI DALLA 

MISERICORDIA

 

di Marcella Gariglio OP

 

 

Suor Marcella ci offre in questo articolo un contributo preso dalla sua tesi; è un aiuto per penetrare nel mistero del Dio misericordioso che ci avvolge con la sua misericordia e ci chiede di aprirci agli altri con questa stessa misura.

 

 

Disse il Santo, benedetto egli sia, alla Torà:  "Facciamo l'uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza".  Rispose la Torà e disse:  "Sovrano di tutti i mondi, il mondo è tuo.  Questo uomo che tu vuoi creare è breve di giorni  e pieno di inquietudine e giungerà a peccare, e se tu non sarai longanime con lui, è meglio per lui che non venga al mondo ".  Le disse il Santo, benedetto egli sia: "Forse per nulla sono chiamato longanime e grande nella misericordia"

 

Generalmente i Padri della Chiesa preferiscono evidenziare nella creazione, ferita dal peccato dell'uomo, l'aspetto di redenzione operata dal Logos, quindi intendono la misericordia come volta essenzialmente al peccato.

Tommaso, sviluppando il concetto di creazione come atto di amore, lega ontologicamente la misericordia all'atto creativo e questo attributo di Dio illumina fin dall'inizio il suo rapporto con l'uomo[1].

Nella trattazione di San Tommaso l'azione propria della misericordia è liberare dalla miseria, da un difetto, da una deficienza[2].

Ora, se si intende "miseria" nel senso ampio di indigenza radicale o di non‑essere, l'atto libero e gratuito di colui che dona l'esistenza è il primo atto essenziale di misericordia. La creazione quindi può essere considerata anche come un'opera della misericordia divina.

Dio che è il Creatore fa esistere, in Dio l'amore principio di ciò che esiste, per cui dove c'è passaggio dal non esistere all'esistere c'è atto di creazione e contemporaneamente di misericordia in quanto le cose ricevono gratuitamente il dono dell'esistenza e, si potrebbe dire, vengono liberate dalla prima miseria che è il non‑essere.

La creazione può essere vista come la comunicazione ad extra da parte di Dio dell'essere che gli è proprio, così che esistono altri esseri, oltre a Dio, ma non sono Dio.

Assumendo la natura umana Gesù Cristo è la rivelazione definitiva del senso più profondo della creazione, soprattutto di quella umana: un'azione gratuita di Dio che "genera" i suoi figli.

Dio ha creato l'uomo, ha donato l'uomo a se stesso, non per avere qualcosa da lui, ma per donargli qualcosa e renderlo partecipe della sua bontà. L'uomo si coglie e si completa mentre si accoglie da Dio e si raccoglie in Dio e si lascia cogliere, donare agli altri e completare da Dio.

L'eden è il simbolo dell'esistenza compiutamente riuscita, senza l'ombra della carenza e del negativo. Dio dona la compiutezza e ne fa dono all'uomo destinandolo ad essa. Nell'eden vi è l'abbondanza (cfr. Gen 2,9) cioè la piena corrispondenza tra i bisogni dell'uomo e i frutti della terra.

"Del Signore è la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti" (Sal 24,1‑2), la tradizione biblica riconosce la signoria di Dio su quanto esiste per opera sua non tanto in quanto "proprietario" quanto piuttosto perché "fa essere" imprime un'intenzionalità che fa esistere. In questo senso si può parlare di creazione come di donare‑facendo essere.

Alla creatura umana poi spetta di essere felice in pienezza, a cominciare dalla creazione, primo dono della misericordia, dato che la bontà originaria di tutte le cose (cfr. Gen 1,27) si radica nello stesso atto creatore: "in quolibet opere Dei apparet misericordia, quantum ad primam radicem eius" [3].

Con la creazione quasi Dio si china sull'uomo per colmarne i bisogni, e nella creazione il "dire bene" di Dio corrisponde al suo "creare", secondo l'efficace formula "disse ...furono fatte", dove il "dire" si identifica con il "fare". Dio in questo atto creativo di misericordia, dunque, benedice le sue creature ed esse "sono" e "sono buone".

Il volere divino è un volere buono non solo perché proviene da una fonte buona, alla quale è estranea ogni connivenza con il negativo e con il caos, ma soprattutto perché è rivolto gratuitamente a promuovere il bene. Il volere di Dio è un volere di bontà che si china sull'altro per donargli gratuitamente felicità e vita. La creazione è la testimonianza di questa bontà gratuita. Le creature sono "buone", sono una benedizione non solo perché costituiscono e manifestano uno stupendo ordine armonico, sono "buone" in quanto donate da Dio, sottese alla sua volontà di bene.

La creazione è dunque atto d'amore gratuito di Dio per le sue creature, di Dio che desidera in particolare il bene per la vita umana e non è da considerarsi solo spiegazione causale dell'esistenza del mondo, ma occorre trovare il suo senso nel dono dell'amore di Dio.

L'atto creativo nella Genesi è sempre accompagnato dalla benedizione. E' un atto di fondamentale importanza perché nella benedizione "e grazie ad essa niente appare "dovuto " o "scontato ", struttura o caso, ma ogni cosa si trasforma in evento gratuito e, per questo, straordinario. Per la benedizione tutto è miracolo; anzi essa è l'unico vero "miracolo " perché, rivelando la gratuità come legge del reale, spezza alla radice e per sempre ogni forma di determinismo e di necessità"[4].  E' proprio nella misericordia che si ritrova la caratteristica di infrangere il determinismo attraverso la gratuità. "Gratuito è quell'amore che non è motivato dal proprio bisogno e che non si accosta all'altro per colmarsi dei suoi valori, ma per colmarlo nella sua indigenza'[5]'.

Di fronte a tale amore l'uomo scopre di trovarsi di fronte alla pura Bene‑volenza di Colui che vuole bene creando i beni. Nella gratuità l'uomo si scopre interlocutore privilegiato nel quale l'amore di Dio opera "cose grandi".

Affermando dunque che la creazione è dono, è benedizione, si afferma l'esistenza di un "di più" che è la benevolenza o la misericordia di Dio. In questo modo infatti la soddisfazione del bisogno non avviene più in forza di se stesso ma di una Bene‑volenza antecedente e gratuita.

L'amore divino, gratuito e immotivato, si dirige verso l'uomo per libera scelta e non perché "attratto" da lui. E' questa situazione di povertà e di essere nel bisogno e privo di valore che la Bibbia richiama quando canta l'amore di Dio per l'uomo: "Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò lo allevò lo custodì come pupilla del suo occhio. Come un'aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore lo guidò da solo, non c'era con lui alcun dio straniero. Lo fece montare sulle alture della terra e lo nutrì con i prodotti della campagna; gli fece succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia; crema di mucca e latte di pecora insieme con grasso di agnelli, arieti di Basan e capri, fior di farina di frumento e sangue di uva, che bevevi spumeggiante" (Dt 32,10‑14).

Il deserto e la steppa esprimono nella loro natura di terra arida e brulla la mancanza di ogni attrattiva della realtà dell'uomo di fronte al divino, ma su questo luogo inospitale si volge gratuitamente lo sguardo di Dio che avvolgendo l'uomo di tenero amore lo innalza ad una per lui irraggiungibile dignità. L'altezza della dignità è in questo mirabile commercium tra l'infinitamente fragile e indifeso come l'essere umano bisognoso e l'infinitamente Assoluto e Incondizionato dell'amore divino che l'assume nel proprio orizzonte.

Il vertice della creazione, come prima espressione della misericordia, è l'aver concepito l'uomo ad immagine di Dio. La sua grandezza di creatura sta in questo essere "a sua immagine e somiglianza". Ciò non è elemento esteriore, ma costitutivo, appartiene alla sua struttura ontologica.

In forza di tale grandezza all'uomo viene affidata la responsabilità del creato con un gesto di notevole fiducia da parte di Dio con cui l'uomo ha un rapporto di intimità e verso il quale l'uomo è orientato per natura. L'uomo, ad immagine del suo creatore, è chiamato anche alla comunione con Dio e in questa vocazione, massima espressione della dignità umana libera e responsabile, è il mistero del suo essere e del destino originale che porta iscritto nel profondo.

L'idea della creazione‑alleanza mette in evidenza l'opera gratuita di Dio che si comunica, Dio che crea l'uomo non solo buono, ma come suo amico, come suo "alleato".

L'uomo tratto dalla terra, gratificato con i beni del paradiso e messo in comunione con Dio si trova però in una situazione iniziale che, nonostante vi si frapponga la possibilità del peccato, conviene che si porti a compimento nell'esercizio della libertà e della responsabilità, proprio perché essere libero.

Il peccato è in questo sviluppo una frattura rovinosa: l'uomo per il peccato ha perso l'amicizia con Dio e nello stesso tempo ha prodotto una lacerazione in se stesso perché, ponendosi liberamente lontano da Dio, ha interrotto il flusso vitale della comunione divina nella quale egli era stato posto inizialmente e di conseguenza ha interrotto il cammino verso la verità di se stesso, verso il suo destino originale.

L'uomo, però, non può distruggere totalmente né il rapporto con Dio, né l'amore di Dio per la sua creatura: l'immagine di Dio in lui è come oscurata o appannata. Egli non può più, da solo, tornare sulla via di Dio, ma l'immagine divina resta iscritta in lui, si pone come un'esigenza di comunione con Dio, come un invito, una tensione che non possono più essere soddisfatti.

Anche se disobbedendo l'uomo perde l'amicizia di Dio, Dio non lo abbandona perché la sua preoccupazione è che l'uomo ritrovi la strada e la vita perduta. Nel peccato l'uomo conosce infatti la misericordia di Dio, lo sperimenta quale "padre dalle buone viscere", che non solo non trascura ma è tutto intento a educare, a richiamare, a istruire.

Dio si rivela come il misericordioso, quasi che "questa filantropia sia la sola attitudine che gli si addica: nel momento in cui ha creato qualcuno a sala immagine, egli si trova in una sorta di legame per sempre, è incapace di abbandonarlo perché è qualche cosa di liti stesso. Colpita l'immagine divina continua a pesare sull'uomo come un appello, un'inquietudine; pesa anche su Dio ed esercita sii di Lati una sorta di attrattiva segreta verso l'uomo peccatore per farlo uscire dalla sua solitudine e riorientarlo verso di Lui"[6]. Dio è fedele all'uomo perché è fedele a se stesso.

Nella situazione di peccato Dio non manifesta la sua onnipotenza con la forza distruttiva ma, ancora una volta prevale la compassione, vince la misericordia: "Tutto il mondo davanti a te, come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento" (Sap 11, 22‑23).

Dio mantiene in vita le sue creature anche quando hanno peccato, non sono per lui oggetto di disprezzo perché non può non amare ciò che lui stesso ha formato: "Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore amante della vita" (Sap 11,24‑26).

 

 

Suor Marcella Gariglio OP

 



[1] Cfr. S. th  I, q. 5, art. 4 e q. 48, art. 1,4m

[2] Cfr. S. th. I, q. 21, art. 3 .

 

 

[3] Cfr. S. th. I, q. 21, art. 4.

[4] Di Sante Carmine, Parola e Terra, ed. Marietti, Genova, 1990, pag. 42.

[5] lbid., pag. 55.

 

[6] A. Tarby, La prière eucharistique de l'Église de Jérusalem, ed. Beauchesne, Paris, 1972, pag. 130.

 

 

 

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