LA FRATERNA MILIZIA DOMENICANA 

IN PIERGIORGIO FRASSATI

(Lettera all’amico Antonio Villani – 23 agosto 1923)[1] 

 

di Nicola Gori

 

Sono contentissimo che tu voglia far parte della grande famiglia di San Domenico, dove come dice Dante, “ben s’impingua se non si vaneggia”. Gli obblighi sono piccolissimi, altrimenti dovresti capire che io non potrei appartenere ad un Ordine che obbligasse molto.

Quando il Santo istituì il Terz’Ordine lo istituì come una milizia per combattere contro gli eretici; allora avevano delle regole molto severe – seguiva quasi l’antica regola del Primo Ordine -, ma ora è stata trasformata, non vi è più rimasta traccia di obblighi severi. Bisognerebbe recitare ogni giorno l’Ufficio Domenicano della Madonna oppure il Rosario, ma anche questo senza commettere alcun peccato mortale se deliberatamente tu un giorno o parecchi giorni lo tralasciassi di recitare.

Spero che tu faccia la vestizione nel magnifico tempio di Torino ed allora sarò vicino a te per darti l’abbraccio fraterno: poiché tu, che già sei a me legato dai vincoli della fratellanza per il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, lo sarai doppiamente anche per avere comune con me per padre san Domenico.

Mi piacerebbe molto che tu assumessi il nome di fra Girolamo, perché mi ricorda una figura a me cara e certamente anche a te, che hai comune a me gli stessi sentimenti contro i corrotti costumi: la figura di Girolamo Savonarola, di cui io indegnamente porto il nome. Ammiratore fervente di questo frate, morto da santo sul patibolo, ho voluto nel farmi terziario prenderlo come modello, ma purtroppo sono ben lungi dall’imitarlo. Pensaci e poi scrivimi le tue idee in proposito.

Ti ringrazio, anche a nome dei miei, delle buone parole, che in questi momenti giungono così gradite, specialmente quando vengono non solo pensate ma sentite col cuore, che come il tuo sento vicino a me in queste ore. Ossequi ai tuoi e a te mille cose in Cristo Gesù. Fra Girolamo.

 

La lettera s’apre con un intenso superlativo (“contentissimo”), che indica lo stato d’animo con cui la lettera viene scritta e da cui è invaso Pier Giorgio, quando parla della “grande famiglia di San Domenico”. Una “grande famiglia”, quella a cui Pier Giorgio appartiene come terziario, e nella quale invita gioiosamente ed affettuosamente il suo amico Antonio a farne parte a pieno titolo.

Vi è in Pier Giorgio un forte senso di appartenenza (“far parte”, “appartenere”), cioè, l’entusiasmo di entrare a far parte d’un  sistema, nel quale i vantaggi superano di gran lunga gli obblighi.

Nel primo periodo della lettera la parola obbligo ricorre ben due volte (“obblighi”, “obbligasse”), la prima per specificare che gli impegni che uno si assume entrando nel Terz’Ordine sono minimi (“piccolissimi”); e la seconda volta per ribadire che non vi sono molte costrizioni, né è difficile seguire le regole. Si desume, addirittura, che nell’economia del far parte o meno dell’Ordine il bilancio è solo fortemente attivo. Altrimenti né varrebbe la pena né lui stesso si presterebbe volentieri.

Il richiamo a San Domenico è evidente per indicare il padre che ha generato questa famiglia, e non solo come padre, ma anche come istitutore, che, appunto, ha “istituito”(la parola ricorre due volte nella stessa riga) – cioè, ha messo le possenti basi dove è collocata questa famiglia.

Subito, Pier Giorgio parla di “regole” di San Domenico, padre e maestro, che fonda e organizza quella famiglia, contemporaneamente, come una vera e propria “milizia”: ed, allora, quella famiglia, oltre che luogo di comunione, è anche un gruppo di combattenti, di soldati. Ed è qua, già tutto lo spirito domenicano, dove l’elemento familiare ed’intima condivisione si fa anche duro impegno di lotta per la verità in nome di Cristo. E, naturalmente – come anche dal nome e dal modello fra Girolamo – si coglie immediatamente l’atteggiamento di robusta fede e limpida decisione con cui lo stesso Pier Giorgio concepisce la sua appartenenza alla famiglia domenicana.

Il discorso continua sulla mancanza di severità nel rispettare quella “regola”, anzi, lo scrivente parla d’una “trasformazione” (“trasformata”), perché la milizia, pur sempre combattiva, lascia sempre più spazio ad una comunità attiva e sempre più simile ad una famiglia naturale.

Il combattere gli eretici resta, certo, pur sempre uno scopo dell’Ordine e, di conseguenza, per la comunione esistente tra i vari livelli, anche l’Ordine secolare assume in sé questa vocazione specifica. Ma insiste Pier Giorgio sul carattere intimo, affabile, appunto, familiare di quella milizia.

Il discorso, perciò, si è andato facendo più ampio: non solo il Terz’Ordine è una “grande famiglia”, ma è inserito in una ancor più grande comunità, che comprende il Prim’Ordine e tutte le altre forme ed espressioni, che si rifanno all’ideale di S. Domenico e che sono unite tra loro da un legame non solo umano ma anche spirituale. Infatti, la recita ogni giorno dell’”ufficio domenicano della Madonna”, oppure, del “Rosario”, unisce tra loro i membri dell’eredità domenicana.

L’iniziazione per entrare in questo circolo orante e numeroso avviene con una “vestizione”, come simbolo esteriore dell’adesione ad una nuova scelta di vita. E, allora, il “magnifico tempio di Torino” diviene un luogo d’amore, di fratellanza, anche solo d’amicizia, dove coloro che già sono legati tra loro “nel sangue di Nostro Signore Gesù Cristo” – cioè, sulla base suprema del sacrificio - lo saranno ancor di più dopo che avranno scelto definitivamente per padre S. Domenico.

Pier Giorgio descrive questo nuovo vincolo come ancor più forte (“doppiamente”) di quelli precedenti, proprio sulla base della grande amicizia che lo unisce ad Antonio.

E tutto questo sarà fonte di vantaggi, e Frassati cita persino Dante per testimoniare che anche la tradizione più alta ed autorevole conferma da secoli quanto lui asserisce. Dante in persona, dunque, dichiara apertamente e solennemente i benefici che si acquisiscono all’interno dell’Ordine, purché si faccia sul serio e si viva la propria vocazione con impegno profondo. Ancora, qui, unendosi il carattere intensamente umano che unisce i membri della famiglia vincolati nella milizia.

La lettera continua con un desiderio e al tempo stesso un invito rivolto all’amico (“mi piacerebbe”) e un invito festoso (“molto”), che non solo Antonio facesse parte del Terz’Ordine, ma, addirittura, che assumesse il nome di “fra Girolamo” Savonarola, di cui i due amici condividono gli ideali. Così, avrebbero tutti e due lo stesso nome in religione, quel nome che Pier Giorgio già usa per firmare la stessa lettera.

Vi è, poi, un invito a meditare quanto scritto (“pensaci”), perché la scelta non sarebbe facile, in quanto gli ideali di cui parla Pier Giorgio non sono proprio semplici da realizzare. Ma, forse, proprio appoggiandosi sul cospicuo fondamento della famiglia – milizia, ciò potrebbe non essere impossibile, visto il vantaggioso bilancio di tale scelta.

Le frasi che seguono sono pervase non solo da un profondo affetto verso Antonio, ma vi è, precisamente, una vera sincronia tra i due amici, una vicinanza stretta: Pier Giorgio afferma che è dal profondo del suo essere che nasce questa comunione, dal “cuore”, e che in quel momento particolare (“in queste ore”) in cui pensa a questi ideali e progetti, sente l’amico vicinissimo a sé (“sento vicino a me”). Ed è  proprio da questo che nasce il ringraziamento (“ti ringrazio”) e dal piacere che prova  di tante manifestazioni d’affetto e di solidarietà e, poi, per la scelta stessa di Antonio amico fedele di condivisione (“così gradite”).

Anche la figura di Girolamo Savonarola si erge centrale, nella lettera, come ad indicare ai due amici l’esempio saldo e rassicurante d’un fratello maggiore, che è riuscito con la sua vita a raggiungere lo stato a cui ogni credente e a maggior ragione ogni laico consacrato è chiamato, quello di farsi santo. Quindi, Girolamo Savonarola ispira le azioni dei due amici  come un fratello maggiore diviene, soprattutto, il modello per Pier Giorgio: il quale modello, seguito nell’imitazione e nell’’ammirazione fervente’ della sua vita, si converte, altresì, in una prova luminosa e concreta dell’autenticità di quanto fondato dal padre San Domenico e da quanto asserito dal sommo poeta Dante.



[1] Cit. in P. G. Frassati, Lettere, ed. L. Frassati, Brescia 1976, pp. 149-151

 

 

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