La madonna 

del Sabato santo

 

 

 di Giovanni Calcara OP

 

E' il titolo della lettera pastorale del Cardinale Martini, Arcivescovo di Milano, per il nuovo anno pastorale ambrosiano, dedicata interamente (ed è la prima volta che accade) alla Madre del Signore. La considerazione di quel grande e terribile giorno, guardato come un'icona, serve al Card. Martini per fermare l'attenzione/riflessione sul momento che sta vivendo la comunità ecclesiale, tra incertezze e smarrimenti come per esempio: denatalità, carenza di vocazioni, fragilità del legame matrimoniale, paura del futuro, scarsa capacità di aggregazione sociale.

            Nella lettera si parla del nostro tempo come del "sabato della storia", all'indomani della caduta delle grandi ideologie che ha causato un senso di smarrimento, un pensiero debole, la fatica di immaginarci scenari futuri che ci attendono. Una delle conseguenze sembra il rinascere di integralismi e fondamentalismi religiosi, quasi a voler fermare l'evoluzione del mondo.

Ma perché fermarsi al Sabato santo, si chiede il Card. Martini, non siamo già nel tempo del Risorto? Perché non lasciarsi ispirare anzitutto dalla domenica di Pasqua?

Dobbiamo ammetterlo, siamo nel tempo della risurrezione, eppure la letizia sembra essere scomparsa dai nostri orizzonti. Dov'è la testimonianza dei cristiani per annunciare a tutti la Buona Novella? Quali opere di luce e di bene illuminano il nostro cammino di fede? Quali "cantieri" abbiamo aperto, quali strutture stiamo realizzando?

Ancora una volta, come sempre, ci viene in soccorso la fede esemplare di Maria: sul cammino di Cristo, prima, e dei discepoli poi; ai piedi della croce; orante con gli apostoli in attesa dello Spirito Santo.

Maria, nel sabato del silenzio di Dio è, e rimane, la "Virgo fidelis" e ci ottiene la "consolazione della mente". Sembra volerci ripetere: "Se avrete fede pari ad un granellino di senapa…!" (Mt 17,20). Maria ci vuole partecipi del suo dolore e della fede che sostiene la sua attesa, come anche partecipi della sua consolazione. Infatti, Dio "ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere d'afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio" (2Cor 1,4). E' la consolazione che viene dalla fede, quando i gesti e le parole riportate dalle Scritture si collegano con altri gesti e parole della rivelazione, permettendo che la nostra mente sia inondata di luce, dilatando il cuore della comprensione dell'agire di Dio, attraverso i suoi interventi salvifici.

E' la presenza di Cristo che ci spinge al futuro, determinando i punti saldi ed irrinunciabili attraverso i quali, a livello personale e comunitario, siamo chiamati a vivere la nostra vita "di risorti".

 

DALLA REALTA' DI OGGI AL CORAGGIO DELLE SCELTE FUTURE

 

Siamo chiamati allora a verificare come l'azione pastorale debba scaturire nei suoi elementi valutativi ed operativi dall'atteggiamento di discernimento sapienziale appreso dalla continua e orante lettura della realtà d'oggi alla luce della Scrittura.

All'assemblea dei vescovi italiani del maggio scorso, mons. Lorenzo Chiarinelli, ha relazionato sull'attuale situazione ecclesiale in Italia, con un'analisi impietosa, per alcuni, per altri molto realistica e disincantata: "Non possiamo pensare che Cristo sia da tutti conosciuto e che l'incontro vitale con lui per mezzo e nella comunità dei credenti appartenga alla normale esperienza del popolo italiano". Una realtà, quella prospettata, dalla quale tutti dovremmo partire per ogni altro sviluppo sul senso della missione che oggi la chiesa dovrebbe vivere, per rispondere anche ad una provocatoria invocazione di un non cristiano: "Uomini di chiesa, restituiteci Gesù".

La verifica era partita sul campo, cioè dalle risposte inviate dalle diocesi italiane ad un questionario della CEI. Si parte dalla parrocchia, di cui prevale la visione di "agenzia per i bisogni religiosi individuali", mentre l'idea di parrocchia come "comunità missionaria" è del "tutto minoritaria".

"In modo sintetico si può dire che è difficile andare oltre la tradizionale pastorale di culto e di pratiche devozionali". Il dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale è avvertito "come qualcosa di secondario e marginale". Le attività caritative non sono segno di evangelizzazione. La caritas è percepita come "agenzia di servizi sociali". Inoltre la comunità cristiana è spesso disorientata, tra appelli alla generosità e richiami alla legalità, tra la necessità di regolamentare e programmare scelte sostenibili e desiderio di accogliere tutti".

La pastorale italiana è a "pelle di leopardo" un po' contraddittoria, un po' banale. Tre i guai principali:

1)   "l'immobilismo della nostalgia", cioè di fronte al nuovo si ripensa all'antico: nella liturgia, nella catechesi, nelle iniziative pastorali;

2)   "il consumismo religioso", cioè la parrocchia come agenzia di consumo di pratiche e riti di massa o elitari, raffinati spazi di gratificazione personale;

3)   "la deriva temporalistica" cioè la fede ridotta ad opere, la pastorale volta ad occupare spazi nel mondo, "ed è l'esito più subdolo della secolarizzazione e del suo contrario, l'integralismo religioso". Il vescovo di Viterbo arriva a parlare addirittura di "scisma silenzioso che smaglia le comunità ecclesiali".

L'analisi e la proposta sul futuro tiene conto di questa situazione: "C'è una corale richiesta di una concentrazione sull'essenziale" perché "da tempo abbiamo rivelato che l'Italia è un paese più di praticanti che di credenti". Per essere più incisivo ha citato l'analisi del teologo Giuseppe Angelici: "Nel caso italiano il cattolicesimo pare diventato una specie di armadio di famiglia, zeppo di ricchi e di suggestivi scampoli di tessuti preziosi, dei quali il singolo si appropria per confezionare una abito imprevedibile". L'appartenenza di fede e di chiesa, in pratica, non può essere data per scontata. Insomma "davanti a noi si pone il compito di dare un inizio, un (ri)cominciamento, in cui occorre riportarsi alle radici stesse della fede e dell'esperienza".

Non soltanto la missione, tuttavia, sarà al centro del piano pastorale per il prossimo decennio, ma anche:

1)      la comunicazione, per evitare che il sacro resti relegato solo tra le opzioni private;

2)      non solo le opere, per evitare che i credenti siano confinati a fare i barellieri della società.

3)      un maggiore accostamento personale e comunitario alla Bibbia.

 

CON MARIA AL SERVIZIO DELLA PAROLA

 

            Maria è presentata dal Catechismo della chiesa cattolica come "la credente compagna di fede della Chiesa" A lei quindi bisogna guardare se vogliamo fare una lettura "sapienziale" della realtà nella quale ci troviamo a vivere.

A livello di "FEDE PROFESSATA" la credente, Maria, è modello per la chiesa: di come si accoglie la Parola (Annunciazione); di come si genera (Natale); di come la si presenta al mondo (Epifania); di come la si conserva dentro di sé (vita di Nazareth); di come le si crede (Cana); di come la si diffonde (la Visitazione); di come le si è fedeli (Croce); di come la si testimoni (Pentecoste). Questo ricco servizio che Maria rende alla Parola, ad edificazione della Chiesa.

La testimonianza di fede di Maria diventa allora una "scuola" per tutti quelli, che come lei, vogliono essere discepoli del Signore e suoi testimoni, poveri di tutto, forti di una sola certezza: l'obbedienza e la conoscenza della Parola è la sola "ricchezza" della Chiesa. E' quel che Tommaso d'Aquino indicava col suo stile lapidario: "Scriptura regula fidei", la Scrittura, che la Chiesa custodisce, è regola e misura di ogni manifestazione della fede, in qualunque epoca.

 

torna indietro