Vita religiosa, la gioia si fa «globale»
Il domenicano Radcliffe: scopriamo la santità nascosta nelle nostre comunità
di
Francesco Ognibene
INTERVISTA con il maestro dell'Ordine dei predicatori, uno degli istituti di più antica tradizione nella Chiesa
Sui Giubilei la sanno lunga: i Domenicani nascono nel 1216, e dunque gli Anni Santi li hanno visti proprio tutti. Il loro «maestro» - il superiore generale -, il 54enne inglese fra Timothy Radcliffe, ha qualche buon diritto per ragionare di un Giubileo nel quale i religiosi hanno - oggi - una giornata "dedicata" a loro.
Cosa dice alla Chiesa e al mondo un Giubileo specifico della vita consacrata?
«Un Giubileo è soprattutto un tempo
per la gioia e la celebrazione. Per la vita consacrata è un momento per
condividere la nostra gioia nel Signore. Se siamo visti come persone che
gioiscono in Dio, sarà questo a parlare in modo più eloquente di tutti i libri
che potremmo scrivere o delle cose buone che potremmo fare. Anche il Giubileo
era originariamente un tempo perché la terra fosse lasciata a riposo. In un
mondo che è preda di un disperato attivismo ricordiamo che siamo chiamati a
condividere il riposo di Dio. Dobbiamo diventare un segno della pace di Dio».
Il Giubileo è per definizione "tempo di conversione". Di cosa
devono pentirsi i religiosi?
«Dobbiamo recuperare semplicità e
povertà autentiche. Lungo i secoli molte congregazioni religiose sono diventate
ricche, un fatto che si può sempre giustificare con i nostri molti progetti
"importanti": ma la vita religiosa è stata più vitale e attraente
quando noi siamo stati genuinamente poveri. Riscopriamo allora quella libertà».
Veniamo da un periodo segnato in Occidente da una generale crisi vocazionale.
Come se ne esce, e come si avvicinano i giovani alla vita religiosa?
«Dobbiamo dare ai giovani la libertà
di rispondere alle nuove sfide. I giovani non vanno mai usati per "riempire
i buchi" o mantenere il passato. Nessuno entrerà in una congregazione solo
per aiutarla a sopravvivere: gli ordini religiosi non hanno a che fare con la
sopravvivenza ma con la morte e la risurrezione. Non importa se nel futuro ci
saranno meno comunità o se una congregazione vedrà dimezzarsi la sua
consistenza attuale. Ciò che conta è che le comunità siano vive e siano i
semi del futuro. Preferisco tre comunità vive a dieci che combattono per
sopravvivere».
Nascono ancora tra le mura dei conventi i Tommaso d'Aquino, i Francesco
d'Assisi o le Caterina da Siena?
«Dio ha creato solo un san Tommaso, un
san Francesco e una santa Caterina. Lui non clona! Piuttosto, ci sorprende
dandoci per ogni generazione fratelli e sorelle che sono unici e hanno la loro
propria via di santità. Quando l'ordine domenicano fu fondato, non avremmo mai
immaginato che un giorno ci sarebbe stato un Bartolomeo de Las Casas a
combattere per i diritti degli indios, o un Beato Angelico a pregare attraverso
la pittura. La sfida è nel saper accogliere i santi inattesi che sono nascosti
nelle nostre comunità, e che potrebbero sorprenderci».
Qual è il volto della santità nella vita consacrata del Duemila?
«La santità mostra la gloria e la
bellezza del Dio vivente in mezzo a noi. In questo mondo sempre più violento,
dobbiamo avere coraggio se vogliamo essere un segno di Dio. In alcune parti del
mondo i religiosi affrontano sempre più il rischio del martirio. A volte
abbiamo solo bisogno del coraggio di affrontare l'incomprensione e la critica, o
dell'umiltà di non temere di tentare qualcosa e di fallire. Abbiamo bisogno del
santo coraggio di chi ha posto la sua fiducia in Dio».
La vita religiosa è stata una presenza profetica nella Chiesa, spesso anche
"scomoda". Quale può essere la sua "profezia" oggi?
«Viviamo in un mondo globalizzato, dal
quale alcuni rischiano di essere esclusi, per esempio i mendicanti o la maggior
parte del continente africano, sempre più afflitto dalla guerra. Gli ordini
religiosi sono presenti ovunque: siamo veramente globalizzati! Ecco: noi
dobbiamo tener viva la memoria di chi è dimenticato».
Sorgeranno
anche nel terzo millennio istituti del calibro di benedettini, domenicani,
francescani o gesuiti?
«Il nostro è un tempo di grande
creatività. Nuove congregazioni religiose, nate specialmente in Africa e in
Asia, cercano di inculturare la vita religiosa in società diverse dalla nostra.
E questo sarà una nuova, meravigliosa ricchezza per la vita consacrata. Ma ci
sono anche nuovi modi di appartenere a ordini religiosi, nuovi gruppi di laici
che condividono la nostra vita e la nostra missione».
Attorno all'anno Mille i monasteri sono stati tra i baluardi della civiltà
occidentale, che oggi si vede nuovamente interpellata da questioni etiche e
sociali, sfidata dall'islam e dal secolarismo. La vita religiosa può aiutare
ancora la nostra civiltà a superare queste nuove prove epocali?
«Le comunità religiose possono tener
desta la memoria di Dio cantando la sua lode, mantener vivo un modo di essere
uomini fondato sul libero dono della vita piuttosto che sulla sopravvivenza come
consumatori nel mercato globale. Ma le nostre comunità non devono essere
fortezze che chiudono fuori il mondo moderno, preoccupate dei
"barbari" là fuori. Dobbiamo avere la fiducia di uscire e dialogare
con la modernità, accogliendo quel che di buono offre».
Quali
risultati si attende da questo Giubileo della vita consacrata?
«Per i religiosi, spero in una
rinnovata sicurezza che la nostra scelta di vita sia veramente meravigliosa,
tale che noi ne possiamo render grazie a Dio. Per la Chiesa, confido che ci
lasciamo alle spalle la paura e i sospetti che talvolta hanno segnato l'ultimo
secolo. Scopriamo la splendida virtù della magnanimità, che conosce come
gioire anche per chi la pensa in modo diverso dal nostro, fiduciosi che Dio
porterà tutti nel suo Regno».
Da
"Avvenire"