Pazienza e giustizia
nel segno della salvezza
per Santa Caterina de’
Ricci
di
Nicola Gori
A Ludovico Capponi[1]
24 settembre 1574
Molto honorando e quanto padre carissimo, raccomandationi. – Ho hauta
la vostra e letta molto bene et considerata. E in vero che del fatto vostro mi
è venuta grandissima compassione, perché delle ragione ne havete mille, e di
importanza e ragione vive e valide, e non si sendo fatto giustizia, tanto al
caso vostro si dee haver compassione, sí come vi ò io.
Ma atteso che nelle mani del nostro Dio sono i quori de’principi e di
quelli che governano, imperò con l’occhio della ragione fortificato e
illuminato della fede santa, sappiamo che tutto permette esso nostro Signore per
nostra salute e per nostro maggior bene. E s’è male di pena o cose contro lo
honor proprio, nondimeno, Lodovico mio carissimo, né il senso stesso né li
demoni né ‘l mondo con li huomini ci posson col peccato separarci da sua
Maiestà santissima.
Imperò vi prego, Lodovico, da padre mio caro, in visceribus Iesu Christi, confortatevi: el tempo è breve, Dio è
per tutti e ci à a giudicar tutti e la giustizia harà allhora el luogho suo.
Et pensate, che se non li piacie che la vi sia fatta di qua, fermate, fermate,
posate, posate lo animo vostro e tenete la fede santa e dite: «Dio è potente,
è sapiente, è buono; vede e ama la salute mia e la prochura; il bisogno mio
gli è noto. Orsú, voglio con la ragione volere quello che vuol lui». Non
dubitate. Con patientia sopportate tanto aspra guerra e con tranquillità verso
i nemici. Aspettate, ché, se non di qua, in nell’altra vita non vi mancherà
chi per voi farà giustizia.
Apresso , io ho letto la lettera vostra e inteso quanto ha fatto la
Magdalena. Cosí ho letto el memoriale, che è molto bene assettato, e cosí
vedo per il rescritto, che sua Altezza non vuol fare altra revisione.
Orsú, Lodovico, la sega fa secondo che vuole chi l’adopera. Piace
cosí a Dio. Di gratia, fatemi tanto piacere: levate un po’ el pensiero da non
volere altro per difensione di questa causa, perché si vede che non sono
per far altro. Vi prego, abbracciate questa croce con piú patientia potete. E
io non mancherò farvi aiutare con le continue orationi: e io, tal quale sono,
ne fo e farò sempre per voi e per tutta la famiglia vostra.
E a voi et alla Magdalena mi raccomando per mille volte. E di nuovo vi
dico: fate un’offerta a Dio di questo calice e con Gesú nell’orto dite: Fiat
voluntas tua. Rimandovi con questa il memoriale; harò caro saperne la
ricevuta. Valete in Domino.
A dí 24 settembre 74
Suor
Caterina in San Vincentio di Prato
All molto honorando Lodovico Capponi quanto padre carissimo, In Firenze
[…].
Si potrebbe riassumere questa lettera in una sola parola:
“pazienza”. Santa Caterina la menziona due volte: “con patientia
sopportate” e “con piú patientia potete”, cioè, esortando
all’assunzione della figura della “pazienza” da sostenere, ‘mettendovisi
al di sotto’, per meglio e piú totalmente convivere con essa… Ed è
questo il quadro entro cui essa situa la vicenda d’ingiustizia subita dal P.
Ludovico Capponi, come di una sua totale dedizione a farsi carico dei torti da
questi ricevuti.
Ma, prima di procedere nella lettura, dobbiamo tener conto
dell’atteggiamento con cui, però, la Santa rinvia l’altro alla
sopportazione; ed è questo che giustifica tutto il tono della lettera, con cui
essa sembra non rispondere alle difficoltà del Capponi se non con ammonimenti
ed avvisi, se non con quel rinvio alla di lui resistenza della soluzione delle
controversie.
E, in primo luogo, va considerato il particolare ambiente
di carità e di sostegno che Santa Caterina costituisce attorno
all’interlocutore: “Molto honorando e quanto padre carissimo,
raccomandationi” – non si tratta solo d’una serie d’appellativi
convenzionali, perché, nel linguaggio, sempre concreto e pratico della Santa,
ogni parola va pesata: e qui, subito, c’è tributo d’onore, d’affetto
(“carissimo”), di solidarietà (“raccomandationi”, cioè, ‘mi
raccomando’, ‘vi raccomando’ – per non lasciarlo solo). Immediatamente
dopo, da parte sua – ancora per prestare attenzione – la rassicurazione sul
ricevimento della lettera, sulla lettura molto attenta, trattenuta, e assai
accurata, sulla riflessione che l’accompagna (“Ho hauta la vostra e letta
molto bene et considerata”). E, proprio dall’esame particolare della lettera
viene il primo scatto solidale e di sofferenza partecipata, e d’una
partecipazione motivata, riflessa, dopo aver seguito il ragionamento, ben
soppesato per approvare e confermare, nella certa verità, le ragioni esposte
nella lettera stessa: "E in vero che del fatto vostro mi è venuta
grandissima compassione, perché delle ragione ne havete mille, e di importanza
e ragione vive e valide, e non si sendo fatto giustitia, tanto al caso vostro si
dee haver compassione, sí come vi ò io”. Si veda come al centro del periodo
sia la sostanza della questione concreta (“il fatto vostro”, “al caso
vostro”); poi, viene, due volte, la parola “compassione”, il segno della
condivisione della sofferenza, “grandissima” e dovuta (“si dee haver”);
quindi, viene il ribadimento delle “ragione vive e valide”, “delle ragione
ne havete mille”; infine, la parola chiave intaccata (“giustizia”),
davvero, il nucleo portante della vicenda messo a repentaglio
dall’ingiustizia! e, infine, la dichiarazione aperta della partecipazione,
senza riserve (“sí come io ò”).
E questa è la base sulla quale Santa Caterina imposta tutta la sua
lettera e cioè, del suo assumere in sé del soffrire del Capponi per rivolgerlo
a Dio, e tutto quello che, successivamente, essa potrà dire: che è, poi, il
modello teologico del rapporto tra i “principi” e i governanti, Dio e la
fede, e la ragione, lo Stato, la religione e noi in Dio: è bello rilevare come
la Santa usi immagini materiali, fisiche, per esprimere fortemente come ogni cosa sia da
vedere nella sua sostanzialità. “nelle mani”
del “nostro Dio” (in quel “nostro” si ritrova la coralità del “Padre
nostro”!) stanno i “quori” – la traccia è diretta (pure fisicamente la santa parlerà di abbracciare la croce di Cristo): e
noi, sudditi e fedeli? ecco, allora, che per noi tutto va equilibrato tra
l’”occhio della ragione” – l’uso illuminato dell’intelletto – e la
“fede santa” – che ci apre la strada della santità, che è quella che
conta! sembra dire la Santa… - fede e santità, infatti, sono la forza e la
luce (“fortificato e illuminato”): e qui sta la nostra scienza, il nostro
sapere (“sappiamo””); che è scienza di Dio, l’unica vera scienza che
sta al di sopra di tutto, e ci si può affidare (“nelle mani del nostro
Dio”, “nostro Signore”) e fidare. E Dio “permette”, ‘consente’,
quasi, ‘affida’… qualcosa a qualcuno, ma sempre per una prospettiva ben
precisa, cioè, in un disegno alto della “salute” (‘salvezza’) e per il
“nostro maggior bene”. Ed ecco che il quadro salvifico rassicurante è
disegnato, con rinvio alle ragioni maggiori.
Che sono quelle che meno sappiamo,
forse, meno ci richiamano l’attenzione nelle piccole cose e “ragioni”
umanissime alle quali Dio guarda, ma per rivolgerle, sempre, a qualcosa di
supremo, davvero…
A questo punto, la Santa ci disegna anche il modello opposto, quello
visto dalla terra, diciamo, dalla realtà
quotidiana, quella che ci affligge e ci contrasta sulla terra. E a questa vita
terrena si deve pur guardare – sia pure, in quella
“maggior” prospettiva… E sulla terra il quadro è ben diverso:
“male di pena”, i comuni dolori e le sofferenzem, le pene; “cose contro lo
honor proprio”, certamente, cose fondamentali per la nostra dolorosa via
terrena… ma, bisogna fare attenzione! qui si può nascondere qualcosa di
sinistro e preoccupante…il “senso stesso”, la nostra umanissima sensibilità
e la pena sofferta; poi, l’immagine cupa e drammatica: “li demoni”, le
oscure presenze del male; e la diretta conseguenza, il “peccato”… questo
è il fronte terribile che ci minaccia: si aggiunga, poi, il pensiero della
terra stessa, il “mondo con li huomini”. Insomma, tutte le forze che possono
creare l’unico e veramente tragico problema: “separarci da sua Maiestà
santissima”, cioè, Dio e la santità. E qui, la Santa ci presenta la
terribile immagine che nega il modello generale e salvifico, cioè, l’immagine
d’un mondo e d’una umanità separata da Dio e in preda al demonio…,
magari, sotto l’apparenza naturale e ben possibile di “ragioni” umanissime
ma giuste: la pena, l’umanissima
sofferenza e l’onore, che sulla terra contano davvero!
Ma, immediatamente dopo questo scenario, la Santa riprende il suo modello
iniziale, cercando di tener conto delle “ragioni” umane, ma da collocare
esattamente nella prospettiva davvero fondamentale: “in visceribus Christi”
– ancora la fisicità, ma dentro il Corpo stesso di Cristo. Da qui, il
conforto, la riflessione sul tempo “breve”, la Provvidenza di Dio
totalizzante, il giudizio generale e la giustizia a suo tempo, luogo e sostanza,
che sono solo in Dio. Il quale Dio sta nel mezzo e al di sopra di tutto: “se
non li piace che la vi sia fatta di qua”. Ed è questo il giudizio
inappellabile, della verità e della Giustizia con la maiuscola. E qui,
all’uomo turbato, si pone il quesito – per Santa Caterina, senza dubbi, da
risolvere in un solo modo: cessare ogni querela, fermarsi (i verbi imperativi
sono ripetuti: “fermate, fermate, posate, posate”): e ciò è rivolto
all’animo e alla mente (“et pensate”; “lo animo vostro”). Unica chiave
liberatrice di tutto questo inquieto riflettere e procedere: “tenete la fede
santa” – e su questa “fede” Santa Caterina innesta una specie di canto
festoso e fiducioso delle lodi di Dio: “Dio è potente, è sapiente, è buono;
vede e ama la salute mia e la prochura; il bisogno mio gli è noto”. In realtà,
questa dichiarazione di fede contiene tutti gli elementi necessari per superare
la situazione: la sapienza, la potenza, la bontà, l’amore appartengono a Dio;
nel segno della salvezza, Dio sa di me e sa le mie necessità. Sia rimesso a Lui
tutto! perché Dio ha tutti gli strumenti per sostituirsi a tutto quello di cui
ho bisogno; a me, soltanto, e non è poco confortante, il chiaro accordo delle
volontà: Orsú, voglio con la ragione
volere quello che vuol lui”: e la forte concentrazione della mia volontà (detta due
volte – “voglio” “volere”) deve andare nella direzione della Sua
(“vuol lui”).
La Santa sa bene che quella umana è una “guerra” con dei
“nemici”; ma nessun dubbio e, allora, occorre il ricorso alla
“patientia”, alla sopportazione. Ma, a questo punto, la pazienza è
preceduta da tutto il complesso delle ragioni che la “ragione” unisce
strettamente alla volontà (”voglio con la ragione volere”), ma nel senso di
Dio non nel mio…. tranquillità, dunque, attesa d’un luogo altro (“se non
di qua, in nell’altra vita”): perché, insomma, noi abbiamo anche
quell’altra! per la Giustizia, che
la Santa inscrive nell’eterno, tra i valori supremi.
E, per parte sua,la Santa ha fatto tutto il possibile: ha letto la
lettera, il memoriale, s’interessa delle azioni di tutti, compreso il
Granduca: e ognuno di essi è un semplice strumento nelle “mani del nostro
Dio” (la umile sega “fa secondo chi vuole che l’adopera”). Ma è Dio
solo che sa e fa! (“Piace cosí a Dio”). Si pensi a Dio, non alla causa: e
sullo sfondo delle parole cateriniane si staglia il segno unico della salvezza e
del cammino umano in Cristo:”vi prego abbracciate questa croce con piú
patientia potete”. È il segno della croce, concreto di realtà e d’amore
(“abbracciate”) come della sofferenza e della sua capacità di
sopportazione, in cui sta il mio potere, ogni mia possibilità. La croce e la
sofferenza: ecco il modello che salva la nostra umanità dolente in Cristo, che
ha già sopportato TUTTO!
E perché questo modello funzioni, la Santa lo colloca in una circolarità
orante, certa e partecipe attorno alla sofferenza: “E io non mancherò farvi
aiutare con le continue orationi: e io, tal quale sono, ne fo e ne farò sempre
per voi e per tutta la famiglia vostra” (due volte “io” della
responsabilità assunta in prima persona; due volte il verbo “fare” –
“fo” e “farò” della sicura concretezza fattiva della preghiera…). In
piú, la Santa propone il gesto sacrificale ed eucaristico e la condivisione
notturna e drammatica del momento in cui Cristo stesso assunse piú fortemente
la propria obbedienza nel dolore e nell’abbandono: “fate un’offerta a Dio
di questo calice e con Gesú nell’orto dite: “fiat voluntas tua”. Non da
soli, ma con Cristo solo nell’orto mentre gli apostoli dormivano; una offerta
concreta (“fate”, “fiat”, ‘sia fatta’).
E, al di sopra di tutto, sta quella
volontà di Dio che sola deve
essere al centro d’ogni vicenda e ragione umana. In Dio è salute e salvezza
(“Valete in Domino”). Cioè, a Dio l’ultima parola, con la preghiera,
l’amore e la comprensione di Santa Caterina de’Ricci, fedele e affettuosa
quanto rigorosa e netta nella sua obbedienza e condivisione in Cristo delle
altrui sofferenze (“chi per voi”) nel segno della superiore e vera giustizia.
[1] per il testo cfr. Santa Caterina de’Ricci, Epistolario, III, 1564-1577, Collana Ricciana Fonti X, a c. di P. Domenico Guglielmo Di Agresti, L.S. Olschki, Firenze 1974, pp. 279-281.