GIORDANO BRUNO
E LA TRADIZIONE
TEOLOGICA DOMENICANA
di Gerardo Cioffari o.p.
Questo mio intervento intende accogliere un invito del card. Sodano,
espresso nel suo messaggio al Convegno organizzato dalla Facoltà Teologica
dell’Italia meridionale. Il Cardinale aveva detto a proposito del pensiero di
Giordano Bruno: Spetta ad un’indagine
ulteriormente approfondita valutare l’effettiva portata della sua
divaricazione dalla fede.
Pur senza negare che diverse affermazioni del Nolano lasciano quantomeno
perplessi, il mio contributo si colloca nella linea interpretativa di Giovanni
Gentile, nel senso cioè che la critica bruniana alla religione si pone non in
termini di negazione della fede, ma di purificazione e di riforma. La mia
lettura non collima dunque con quella del Ciliberto, forse il maggiore studioso
vivente del Bruno, il quale vede tutte le dichiarazioni del Bruno al processo
inquisitorio come dissimulazione del
suo ateismo. A mio avviso, invece, non soltanto Bruno non è ateo, ma non è
neppure panteista. Il campo della trascendenza è drasticamente ridotto al Deus
ab-solutus, ma non scompare del tutto. Per rispondere quindi all’invito del
cardinale Sodano, la divaricazione dalla
fede del pensiero bruniano è decisamente meno consistente di quanto
solitamente si afferma. E per giungere a questa conclusione seguirò la via di
un confronto del pensiero bruniano con la tradizione teologica domenicana.
1.
La satira come strumento della critica teologica
Le opere di Bruno sono per lo più in forma dialogica e sempre con uno
spiccato senso della parodia e della satira. Questa è la causa principale della
difficoltà di comprensione del suo pensiero. Non è difficile, ad esempio, che
paragoni sia pure arditi siano intesi da alcuni come feroci allusioni, rifiuti e
negazioni, da altri come benevoli parodie. Se prevale l’interpretazione della
“feroce allusione” si è propensi a vedere in Bruno il negatore di ogni fede
e religione, se prevale la “parodia” Bruno può essere visto come un
precursore della filosofia moderna purificata dalle scorie della scolastica.
Ad esempio, si prenda l’opera più satirica, la Cabala
del cavallo pegaseo. Come in altre opere, anche qui la critica del Bruno
prende di mira l’aristotelismo, specialmente nella versione della seconda
scolastica. Ma sono prese di mira anche opere di ispirazione misterica e
vagamente neoplatonica. In altri termini egli vede attardarsi la classe
professorale su temi vuoti o come egli dice pappolate
senza costruzzione e senso alcuno. L’esempio specifico è dato proprio dai
professori domenicani di S. Domenico Maggiore: E
quel ch’è degno di compassione e riso, è che su questi editi libelli e
trattati pecoreschi vedi dovenir attonito Salvio [Ambrogio], Ortensio melanconico, smagrito Serafino [da Nocera], impallidito
[Antonino da] Cammaroto, invecchiato Ambruogio [Pasca], impazzito Gregorio [da
Bagnoli], abstratto Reginaldo
[Accetto], gonfio Bonifacio [da Napoli] (Ciliberto, Mondadori, p. 727).
“Compassione e riso” sono i termini che precedono l’attonito, il
melanconico, lo smagrito, l’impallidito, l’invecchiato, l’impazzito,
l’abstratto e il gonfio. Una parodia dunque che avvolge tutto il corpo
professorale di S. Domenico maggiore come incapace di rinnovamento culturale.
D’altra parte, severo era anche il suo giudizio su Tommaso de Vio Caietano.
Solo Alberto Magno e Tommaso d’Aquino si salvano da questo riso
generale.
Un esempio di come sia facile equivocare la satira che usa il linguaggio
teologico ci viene da un brano dello Spaccio
della bestia trionfante a proposito del
centauro Chirone, mezzo uomo e mezzo cavallo, Bruno procede a immagini quanto
meno ardite: Or che vogliamo far di
quest’uomo insertato a bestia, o di questa bestia inceppata ad uomo ? in cui
una persona è fatta di due nature; e due sustanze concorreno in una ipostatica
unione ? Qua due cose vengono in unione a far una terza entità: e di questo non
è dubio alcuno (Ciliberto, Mondadori, p. 664-665). Nel commento il
Ciliberto afferma che questa è una
serrata polemica contro il dogma cristiano dell’Incarnazione (ivi, p.
1289). Ora che il Bruno volesse sottolineare la difficoltà di comprensione
filosofica di una unione fra un finito ed un infinito, è vero. Che si trattasse
di una negazione però lo escluderei, anche perché con una certa insistenza
tentò una diversa spiegazione a partire dal concetto di assistenza
da parte dell’Infinito verso il finito.
Che bisogna andare cauti nel confondere il linguaggio filosofico con
quello della fede è dimostrato dalle recenti acquisizioni relativamente ai
monofisiti. Per secoli si è data importanza a questa parola, quasi che negasse
l’umanità del Cristo. Oggi tutti sanno o quasi che i monofisiti hanno
esattamente la stessa fede dei cattolici e degli ortodossi, credono cioè che
Cristo era veramente Dio e veramente uomo. Soltanto che la cultura filosofica
era diversa. Per loro non essere monofisiti significava concepire due persone in
Cristo, cosa che in realtà né i cattolici né gli ortodossi sostengono. Di
conseguenza il presupposto filosofico non va interpretato come lo interpreta
l’ascoltatore, bensì nel senso che gli dà colui che parla. L’importante è
che il nucleo della fede resti lo stesso.
Ma questo è il destino di tutti i pensatori profondi. Anche Maestro
Eckhart nella sua Difesa (scoperta nel 1866) si lamentava spesso che il suo pensiero
era stato distorto.
2.
Filosofia e teologia negativa
La teologia ha nel pensiero di Bruno uno spazio decisamente secondario,
essendo egli interessato prevalentemente alla riflessione filosofica. Per lui è
questa che realmente indaga la verità, mentre la teologia formula il suo
sistema piuttosto per dare una guida alle azioni degli uomini (Cena
de le Ceneri). Ovviamente, allorché il discorso verte su temi quali
l’universo, lo spazio e il tempo, diventa impossibile prescindere da Dio, e
quindi i confini fra filosofia e teologia diventano estremamente labili.
In questo senso e solo in questo senso, il pensiero del Bruno è eretico.
E’ eretico non perché nega questa o quella verità, ma perché ritiene che lo
strumento per la ricerca della verità è la filosofia e non la teologia.
L’eresia del Bruno è dunque nell’atteggiamento di fondo, che considera santa
asinità il rifiuto dell’indagine filosofica di fronte al mistero
rivelato. Sia la teologia che la fede si presentano spesso come accettazione di
un dato, e quindi come un rifiuto della ricerca e della vera conoscenza.
Bruno si presenta così come l’eroe del libero pensiero.
E’ difficile invece accusare Bruno di eresia su un punto specifico. A
meno di non banalizzare il suo pensiero, come spesso si fa a proposito della sua
teologia trinitaria.
Per lui, Dio non è essere, come nel sistema tomistico, anzi è molto al di là
dell’essere. Il che si ispira chiaramente all’υπερουσιος
dello Pseudo-Dionigi. La vera natura dell’Uno è assolutamente inconoscibile.
In un certo senso è come se sullo sfondo dell’Uno-Dio si stendesse
quell’abisso della Divinità di cui parla Eckhart. L’unico volto del divino
conoscibile all’uomo è proprio l’universo (De
la causa, principio et Uno). In
questo mondo inferiore, Dio non può essere visto che come un’ombra sin
tanto che non gli sia lecito di mirar con più puri occhi la bellezza delle
divinitade … in quell’altro stato dove sia lecito di vederla in propria
presenza (dialogo De gl’heroici
furori).
3.
Dio creatore: Eternità ed infinità dei mondi.
Ignorando la tradizione domenicana, persino uno specialista come Luigi
Firpo, accusa Bruno di eresia per aver affermato l’eternità e l’infinità
dell’universo. Sarebbe bastato prendere il breve opuscolo dell’Aquinate dal
titolo De aeternitate mundi contra
murmurantes per rendersi conto che secondo il dottore angelico affermare
l’eternità del mondo (meno deciso è per l’infinità) può essere un
errore, ma non certamente un’eresia.
Dopo aver affermato che secundum
fidem catholicam mundum ab aeterno non fuisse, S. Tommaso procede indicando
in che cosa è d’accordo con quelli che sostengono il contrario ed in che cosa
dissente. Se, dice Tommaso, affermando l’eternità del mondo si vuole
intendere che a fianco ad un Dio eterno c’è anche un mondo eterno e non
causato, allora si è di fronte ad un error
abominabilis non solum in fide, sed etiam apud philosophos. Se invece,
affermando l’eternità del mondo, lo si intende come causatum
a Deo secundum totum quod in eo est, allora bisogna vedere se ciò è
accettabile.
Segue tutta una serie di argomentazioni per dimostrare che non ripugna
all’intelletto l’eternità del mondo se simultaneamente si afferma che è
causato da Dio, come il calore è coeterno al fuoco che lo produce: E’
da vedere, dice S. Tommaso, se ripugni
all’intelletto l’affermare contemporaneamente che qualcosa sia causato da
Dio e tuttavia che sia sempre esistito. In ogni caso dire ciò non è eretico:
infatti è certo che Dio può fare che qualcosa di causato sia dipendente da Dio
da sempre.
L’affermazione dell’eternità del mondo in Maestro Eckhart ha una
ulteriore sfumatura metafisica: Sarebbe
erroneo pensare ad un tempo in cui Dio se ne stava ad aspettare il momento in
cui avrebbe creato il mondo, in quanto proprio mentre Dio era, e mentre generava
il Figlio a lui coeterno ed a lui in tutto uguale, egli anche creava il mondo (Commento
al libro della Genesi).
Quanto al Bruno, ecco le sue risposte durante l’interrogatorio
veneziano (Terzo Constituto): Io tengo un infinito universo, cioè effetto della infinita divina
potentia, perché io stimavo cosa indegna della divina bontà et potentia che,
possendo produr, oltra questo mondo un altro et altri infiniti, producesse un
mondo finito. Sì che io ho dechiarato infiniti mondi particulari simili a
questo della terra; la quale con Pittagora intendo uno astro, simile alla quale
è la luna, altri pianeti et altre stelle, le qual sono infinite; et che tutti
questi corpi sono mondi et senza numero, li quali costituiscono poi la università
infinita in uno spatio infinito (Firpo 167-168).
Sull’eternità invece così si espresse:
Principalis
in tertio constituto: Ponendo poi il mondo causato e prodotto, intendevo che
secondo tutto l’essere è dependente da la prima causa, di sorte che non
abhorriva dal nome de la creatione, la quale intendo che anco Aristotele habbi
espressa dicendo Dio essere dal quale il mondo e tutta la natura depende, sì
che, secondo l’esplicatione di san Tomaso, o sia eterno, o sia in tempo,
secondo tutto l’essere suo è dependente da la prima causa, e niente in esso
è independentemente (Firpo 272).
Bruno era dunque in linea con S. Tommaso allorché sosteneva la
possibilità filosofica dell’eternità del mondo (sempre nella dipendenza
ontologica da Dio, come una creazione ab aeterno). Fu dunque frainteso, quasi che negasse la creazione o
che fosse panteista. In ogni caso, Tommaso riteneva non eretica la suddetta
affermazione nel senso specificato.
A Maestro Eckhart, piuttosto che a S. Tommaso, si riferisce invece la sua
distinzione fra Dio (Gott) e la Divinità (Gottheit) che sovrasta tutto,
riscontrabile nello Spaccio della bestia trionfante, allorché parla della Sophia. A
dire il vero, Eckhart non si spinge come Bruno e il suo contemporaneo Jakob Böhme
(1575-1624) ad affermare la priorità della Divinità (abisso dell’essere) su
Dio, ma parla della Divinità proprio in relazione all’essere, cioè al fatto
che le cose esistendo partecipano al divino senza per questo essere Dio. Se
Divinità e Dio coincidessero allora questa partecipazione porterebbe al
panteismo, invece che alla biblica affermazione che tutte
le cose sono da Lui, per mezzo di Lui ed in Lui (Rom. XI, 36).
4.
Teologia trinitaria e cristologica
Altra accusa rivolta a Bruno, ugualmente inconsistente, è quella di aver
messo in discussione il dogma della Trinità. In realtà egli sentiva l’inadeguatezza
della terminologia umana per esprimere un così grande mistero. In
particolare, egli era perplesso sull’uso del termine
di persona applicato alla triplice divinità. Si è voluto calcare la mano
sulla portata e le conseguenze di una tale riflessione, dimenticando che una
riflessione simile era stata già fatta, con qualche diversa sfumatura, da
teologi del calibro di Agostino e Anselmo. Il primo, anzi, è chiamato in causa
dallo stesso Bruno, il quale cita un noto brano del De Trinitate del vescovo di Ippona: Cum formidine proferimus hoc nomen personae, quando loquimur de
divinis, et necessitate coacti utimur. Oltra che nel Testamento vecchio et Novo
non ho trovato né letto questa voce, né forma de parlar (Firpo 172/173).
Quanto ad Anselmo, è nota la sua autodifesa contro coloro che lo
attaccavano per aver detto che la Trinità era costituita da tre “sostanze”.
Egli ricordava loro che il termine greco era “ipostasi”, e quindi il
corrispettivo latino era “sostanza”. Poi, per adeguarsi al linguaggio
corrente, tradusse anch’egli “ipostasi” con “persona”. In altri
termini, di fronte ad un così alto mistero, alcuni teologi espressero delle
reticenze all’uso di termini riduttivi e troppo antropomorfi.
Nella tradizione domenicana è Maestro Eckhart ad andare molto vicino
alla pretesa negazione bruniana del dogma trinitario: Migliaia di brave persone mentre erano in vita hanno creduto che Dio,
che è puro spirito, fosse una persona corporea che governasse tutte le cose. La
loro idea di una distinzione di persone all’interno della stessa essenza era
completamente falsa, e così per molte altre cose (Difesa, art. II).
Sintetizzando il suo pensiero al riguardo nel Terzo Constituto così
Bruno si esprime: Parlando christianamente et secondo la theologia et che ogni fidel
cristiano et catholico deve creder, ho in effetto dubitato circa il nome di
persona del Figliuolo et del Spirito Santo, non intendendo queste due persone
distinte dal Padre se non nella maniera che ho detto de sopra parlando
filosoficamente, et assignando l’intelletto del Padre per il Figliuolo et
l’amore per il Spirito Santo, senza conoscer questo nome persona, che appresso
Sant’Agustino è dechiarato nome non antico, ma novo et di suo tempo; et
questa opinione l’ho tenuta da disdotto anni della mia età sino adesso; ma in
effetto non ho mai però negato, né insegnato, né scritto, ma sol dubitato tra
me, come ho detto (Firpo 170).
Poco dopo specificava appunto che la difficoltà gli derivava dall’uso
del termine di persona. In particolare, mentre sulla persona del Padre sembra che
il Bruno non avesse difficoltà a credere, su quella del Figlio e dello Spirito
Santo era propenso piuttosto a credere che sia la seconda che la terza Persona
fossero in essentia una con la prima. Il
dubbio concerneva soprattutto l’incarnazione: Solo ho dubitato come questa seconda persona se sia incarnata, come ho
detto de sopra, et habbi patito, ma non ho però mai ciò negato, né insegnato.
Et se ho detto qualche cosa di questa seconda persona, ho detto per refferir
l’opinione d’altri, come è de Ario et Sabellio et altri seguaci (Firpo
170).
E continuava affermando di aver creduto ciò che la Chiesa insegna al
riguardo, così come al riguardo dei miracoli del Cristo: Ho
tenuto che li miracoli di Christo fossero divini, veri reali et non apparenti, né
mai ho pensato, non che detto né creduto, cosa in contrario di questo (Firpo
174). All’obiezione che avrebbe
parlato dei miracoli del Cristo alla stregua di apparenti
et fatti per arte magica reagì
sollevando le braccia ed esclamando: Chi
è stato che ha trovato queste diavolerie ? Io non ho mai detto tal cosa, né
mai mi passò per l’imaginatione tal cosa (Firpo 181).
5.
La scolastica e i padri. Reinterpretazione di Ario
Il problema del linguaggio e il gusto per un’ermeneutica che
rispettasse il pensiero del filosofo antico fu sempre vivo nel Bruno, creando un
certo fastidio in coloro che semplificando o addirittura banalizzando avevano
dato un’interpretazione superficiale e grossolana di certi pensatori,
soprattutto eretici.
Il Bruno era convinto che la metodologia scolastica non era di per sé
garanzia di verità, in quanto i Padri avevano scritto di teologia senza questa
metodologia. E forse era stato in un simile contesto che si era proclamato
superiore agli altri teologi, se bisogna credere all'accusa di Giovanni Mocenigo
che Bruno avrebbe affermato che San
Tomasso et tutti li dottori non hanno saputo niente a par di lui (Firpo
276).
Rispondendo alle domande sui suoi interessi teologici (Venezia,
2.V.1592), sottolineava che nella sua attività intellettuale erano in secondo
piano rispetto a quelli filosofici. Alla domanda su quali teologi ritenesse
eretici, rispose: Tutti quelli che fanno professione di teologia, ma non convengono però
con la Chiesa romana, io li ho tenuti et tengo per heretici (Firpo, 177).
Quanto a S. Tommaso il Bruno affermava di aver sempre avuto presso di sé
le sue opere, di averle lette et studiate, et reputatole et al presente ne ho et le tengo molto
care. E poco più oltre, parlando dell’Aquinate, diceva: che
ho sempre, come ho detto di sopra, stimato et amato da me come l’anima mia. Et
che sia la verità, ecco che nel mio libro De monade, numero et figura,
carte o pagine 89, dico in lode di San Thomaso quanto potete vedere, ostendens
in dicto libro infrascripta verba, videlicet: “ille omnis cuiuscumque
theologantium generis, et Peripatheticorum in spetie philosophantum, honor atque
lux, Thomas Aquinas, omnem …” (F 178).
A parte S. Tommaso, comunque, Bruno era maggiormente legato alla
Patristica. Della sua stima per la Patristica è anche testimonianza la sua
prima comparsa sulla scena per così dire ereticale. Infatti, irridendo un
novizio che leggeva la Historia delle sette allegrezze della Madonna, gli consigliò di
leggere piuttosto la Vita dei Santi Padri o
altro libro (Firpo 190). L’argomento, almeno negli anni giovanili, dovette
essere di suo interesse. Infatti intrattenendosi con un frate lombardo di nome
Mont’Alcino, affrontava la questione delle eresie all’epoca dei Padri (Firpo
191). Anche quando lasciò Napoli, furono trovati testi di S. Giovanni
Crisostomo e S. Girolamo con gli scolia di Erasmo.
Nella discussione con fra Mont’Alcino egli insisteva sulla possibilità di una metodologia non scolastica e quindi sulla reiterpretazione anche di Ario. In ogni caso anche per gli eretici valeva il fatto che potevano essere dotti, benché privi del linguaggio scolastico.
Nel terzo Constituto (Venezia, 2.VI.1592) il Bruno, dopo aver affermato
la consustanzialità del Figlio e dello Spirito Santo col Padre,
riconosceva di essersi soffermato sull’opinione di Ario al riguardo. In
particolare ciò che doveva aver scandalizzato gli uditori era il fatto che egli
ne parlasse serenamente, senza l’animosità che essi si sarebbero aspettati
verso un eretico. Quanto alla dottrina, secondo il Bruno, il punto di vista di
Ario non era così pericolosamente contrario alla fede né come veniva riportato
spesso dai cattolici. A suo avviso, l’opinione
di Ario mostrava esser manco perniciosa di quello che era stimata et intesa
volgarmente. Perché volgarmente è intesa che Ario habbi voluto dire che il
Verbo sia prima creatura del Padre, et io dechiaravo che Ario diceva che il
Verbo non era creatore né creatura, ma medio intra il creatore et la creatura,
come il verbo è mezzo intra il dicente ed il detto, et però essere detto
primogenito avanti tutte le creature, non dal quale ma per il quale è stato
creato ogni cosa, non al quale ma per il quale si refferisce et ritorna ogni
cosa all’ultimo fine, che è il Padre, essagerandomi sopra questo (Firpo
171).
In altri termini, Ario non avrebbe negato la divinità di Cristo, in
quanto non intendeva dire che Cristo è una creatura, ma che è
l’intermediario fra creatore e creatura (Firpo, 171, 256). Che la riflessione
del Bruno vada presa con una certa attenzione e senza facili condanne ne sono
testimonianza il cambiamento dell’atteggiamento della Chiesa verso i
Monofisiti, i Nestoriani, Lutero, e così via. Vanno superate quelle
interpretazioni semplificanti e negative, cercando di vedere che cosa i
protagonisti di tali movimenti intendessero davvero dire.
Dopo aver affermato a più riprese di credere a ciò che propone la
chiesa, Bruno specifica che è falso che egli abbia criticato la moralità del
clero e che questa sarebbe stata causa di un rivolgimento che avrebbe portato ad
una riforma generale (F 179). Né ha criticato i metodi della Chiesa nei
confronti degli eretici, ritenendo egli stesso che sia necessario di
proceder con li debiti castighi contra li ostinati (F 180). Era però
altrettanto convinto che la predicazione degli apostoli e i loro esempi avevano
più forza trainante di quanta non ne avesse la forza coercitiva che allora si
usava contro gli eretici.
In questo senso egli è anche critico del rapporto che spesso si crea tra
il fedele ed il papa. A suo avviso spesso i fedeli tendono a vedere nel papa non
soltanto un mediatore fra l’uomo e la divinità, ma la divinità stessa. E’
un po’ come se rinunciassero alla loro libertà interiore, e quindi ad
accogliere Dio nella propria coscienza (idea cara anche ad Eckhart), per
sostituirvi dei surrogati. Questa idea, espressa nel De
innumerabilibus immenso et infigurabili (1591), sembra precorrere la famosa Leggenda
del grande inquisitore che il Dostoevskij inserisce nel romanzo I
fratelli Karamàzov.
Sul sacrificio della Messa Bruno afferma di credere ciò che insegna la Chiesa. Sull’Eucarestia, sempre nel terzo constituto, afferma di credere, come anche di credere alla transustanziazione. Lo stesso vale per la penitenza, anche se nelle sue riflessioni filosofiche non aveva mai trattato questo argomento (F 176).
Interrogato sui peccati della carne, Bruno riconosceva di aver
minimizzato, ed aver considerato la fornicazione alla stregua di peccato
veniale. Tuttavia, aggiungeva di averlo fatto per
leggerezza et trovandomi in compagnia et raggionando di cose otiose et mondane (F
181).
Il fatto di essere stato fra i protestanti spinge gli interroganti a toccare l’argomento della giustificazione per fede. Ma Bruno afferma con forza la necessità delle opere buone per la salvezza (F 178).
Conclusione.
Il linguaggio di Bruno, essendo improntato alla satira ed avendo sempre
lo scopo della lotta alla pedanteria, non è analizzabile col normale metro
delle proposizioni da giudicare. Il tono ed il contesto possono essere criticati
alla luce del fatto che il lettore si vede mettere alla berlina delle
convinzioni sacre. Tuttavia, che cosa è veramente sacro ? Che cosa appartiene
al deposito di fede ? Non c’è spesso un allargamento indebito di questo
deposito ?
A mio avviso il pensiero di Bruno non intacca alcun punto essenziale
della fede. Il suo approccio alla filosofia somiglia molto a quello di Alberto
Magno, Tommaso ed Eckhart. Ciò che lascia perplessi e crea equivoci è il suo
atteggiamento di fondo. L’irrisione, che è goliardicamente impiegata da molti
cattolici (non esclusi gli uomini di chiesa) e che è a mio avviso utile per non
rendersi la vita troppo pesante e monotona, quando è utilizzata nei Dialoghi
filosofici può essere fraintesa. Se quindi una colpa si può fare al Bruno
è quella di imprudenza, non quella
di eresia.