IL ROSARIO
Contenuto dottrinale
di P. Giuseppe Damigella OP
Visione d'insieme
Sarebbe un'operazione alquanto inverosimile quella di voler separare, nel Rosario, l'aspetto puramente devozionale da quello teologico‑dottrinale. L'unione dei due elementi è così profonda da costituire un unico corpo. Basta guardarne la struttura per rendersi conto che ci troviamo davanti ad un pio esercizio tutto permeato della Parola di Dio, nella quale il Rosario trova il suo fondamento e il suo modo di essere.
Scrive Paolo VI nella Marialis cultus al n. 44: « ... è apparsa in più vivida luce l'indole evangelica del Rosario, in quanto dal Vangelo esso trae l'enunciato dei misteri e le principali formule; al Vangelo si ispira per suggerire, muovendo dal gioioso saluto dell'Angelo e dal religioso assenso della Vergine, l'atteggiamento con cui il fedele deve recitarlo: e del Vangelo ripropone, nel susseguirsi armonioso delle 'Ave, Maria', un mistero fondamentale ‑ l'Incarnazione del Verbo ‑ contemplato nel momento decisivo dell'Annuncio fatto a Maria ».
Rifarsi al Vangelo vuol dire rifarsi all'evento fondante del nostro essere cristiani e del nostro essere Chiesa. È dal « Kerygma » che nasce la fede, nel cuore dell'uomo, e dalla condivisione del medesimo messaggio nasce la comunione della Chiesa.
Il Rosario diventa annuncio kerygmatico perché fondato su quegli eventi che hanno determinato il mistero della redenzione di ciascuno di noi:
« Il Rosario trae tutto il suo valore dal fatto che è totalmente incentrato sul mistero salvifico della redenzione: sulla redenzione operata da Cristo e sulla presenza attiva di Maria e sulla sua associazione a quest'economia storica della salvezza »[1].
Il Rosario fa rivivere tutte le tappe del « dogma della redenzione »[2], armonizza il cuore e la mente, spingendoli in quel movimento di adesione al volere divino che permette di accogliere la Parola e di metterla in pratica (cf. Lc 11, 27).
Un'adesione che non è puramente formale ma che investe, e riveste di significato, ogni momento della nostra vita, per dire sì a Dio, non solo quando la gioia allieta le nostre giornate, ma anche quando il dolore rende pesante il nostro cammino.
L'umanità assunta dal Verbo diventa paradigma per la nostra umanità, in maniera integrale, per realizzare in noi il disegno di perfezione prestabilito dal Padre. Il movimento dell'Incarnazione, nel quale Dio viene all'incontro con l'uomo, cercando la mediazione dell'assenso della Vergine, determina il movimento di ascensione dell'uomo verso Dio, attraverso la stessa mediazione materna di Colei che diede l'umanità alla divinità.
Recitando il Rosario, noi chiediamo a Cristo e a Maria la forza per compiere degnamente l'impegno della nostra santificazione, per essere « perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli » (Mt 5, 48).
Pregando con il Rosario, noi imitiamo Maria che « conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore » (Lc 2, 51).
Fare memoria di ciò che è avvenuto non è semplice ricordo di un passato che non ci tocca e che non ci ha visti protagonisti, ma è riattualizzazione nel presente di una Parola permanentemente attuale.
Per Maria
« gli eventi che riguardano Gesù, le parole che egli pronuncia, sono l'oggetto della sua memoria persistente e penetrante. Ella riflette e assimila, tutto ciò che aveva sentito del Figlio. Per tali sentieri anche lei cresceva in sapienza »[3]
Maria che accoglie la Parola diventa il terreno buono che, accogliendo il seme, fa germogliare il frutto (cf. Lc 8, 15).
La
gioia
« E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità » (Gv 1,14)
« Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la redenzione del mondo, quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, nato da donna... affinché ricevessimo l'adozione a figli (Gal 4, 4-5). Egli per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria » (Lumen Gentium, 52).
Fin dall'inizio il mistero di Maria è legato strettamente al mistero di Cristo. È la via della quale Dio si serve per entrare nella storia dell'uomo, assumendone la carne con tutto ciò che essa comporta.
L'Angelo invita Maria alla gioia, perché il Signore si è degnato di venire incontro al suo popolo, dando compimento a quell'attesa messianica che aveva caratterizzato l'atteggiamento di Israele nei momenti bui della sua storia.
« Nelle parole dell'Angelo risuona già chiaramente il tema della 'Figlia di Sion'. La gioia, che nell'Antico Testamento i profeti avevano augurato al popolo di Israele, si propaga e si concentra in una donna individuale, Maria, che nella sua persona raccoglie i desideri e le speranze di tutto il popolo di Israele »[4].
Tuttavia, l'Angelo annuncia un evento che dipende dal consenso di Maria. La ricerca di una spiegazione mostra la sorpresa di fronte ad un annuncio mai udito prima; assistiamo a una situazione assolutamente unica nella storia della Salvezza: l'Incarnazione del Figlio di Dio.
« Maria, che dalla fede del suo popolo ha imparato a servire Dio con tutte le risorse anche della mente (Dt 6, 5), di fronte a un progetto che ha dell'incredibile, implora luce: "Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo? " (Lc 1, 34). È questa, la prima parola della Vergine. E non si tratta del 'fiat', bensì di un'obiezione! Non che ella dubiti di Dio; solo cerca di comprendere in che modo potrà collaborare al volere di Lui » [5].
« A Dio che si rivela è dovuta l'obbedienza della fede (Rom 16, 26; 1, 5; 2 Cor 10, 5-6), con la quale l'uomo si abbandona a Dio tutt'intero, prestandogli 'il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà' (Dei Verbum, 5) ».
Maria, ricalcando le orme delle grandi figure del suo popolo, in una maniera unica ed irripetibile, obbedisce alla Parola e la Parola, entrando in lei, si fa carne. Lo Spirito la adombra quale « Nuova Arca dell'Alleanza » e in lei la figura cede il posto alla realtà; nel suo grembo verginale non porta più la testimonianza di un'alleanza ristretta ad un solo popolo, ma porta, in maniera ineffabile, l'autore della « Nuova ed eterna Alleanza che è per tutti » (cf. Lc 22, 19).
La gioia di Maria non può restare racchiusa dentro il suo cuore, ma si comunica in uno slancio di carità che la porta "in fretta" (Lc 1, 39), verso la casa di Elisabetta. Obbedisce alle parole dell'Angelo: « Vedi, anche Elisabetta tua parente nella sua vecchiaia ha concepito un figlio » (Lc 1, 36). Maria vede con i suoi occhi la verità annunciatagli da Gabriele e ascolta con le sue orecchie un nuovo saluto, che risuona come una nuova prova di ciò che sta vivendo: « A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me? » (Lc 1, 43). La parente, illuminata dallo Spirito, non vede più la cugina con gli occhi della carne, ma penetra in profondità il mistero, scoprendo la presenza della Madre del suo Signore. Il bambino esulta nel suo grembo perché, attraverso la voce di Maria, sente la salvezza che già opera nella nuova economia.
Elisabetta loda la fede di Maria: « Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore » (Lc 1, 45).
« Maria ha creduto alle promesse di Dio; non ha frapposto ostacoli alla sua forza, come invece aveva fatto Zaccaria. Elisabetta sottolinea l'imperfezione del marito proprio mettendo in risalto la perfezione della cugina. Le parti si sono invertite: Elisabetta, avanti negli anni, si china verso la giovinezza e, al di là di ogni congruenza, mostra rispetto verso colei che le doveva questo stesso rispetto » [6].
Il cammino della nuova economia, iniziato a Nazaret nell'intimità e nel segreto, partecipato in casa di Elisabetta nella confidenza e nella familiarità di due donne, deve manifestarsi pienamente a Betlemme.
« E tu, Betlemme di Efrata, cosi piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele » (Mic 5, 1).
Nel rifiuto totale - « venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto » (Gv 1, 11) - il Salvatore del mondo nasce povero ed umile « avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia » (Lc 2, 12).
Ai poveri è riservata la prima proclamazione della buona novella e, come per Maria, anche per i pastori inizia un viaggio che « senza indugio » (Lc 2, 16a) li porta a Betlemme per vedere l'avvenimento che il Signore ha fatto conoscere loro (cf. Lc 2, 15b).
Non sono soltanto i poveri e gli umili (gli "anawim") i destinatari della « grande gioia che è di tutto il popolo (cf. Lc 2, 10b), ma anche i pagani, i gentili, gli esclusi, gli uomini di frontiera devono partecipare alla salvezza preparata dal Signore.
Il viaggio prosegue, l'obbedienza continua, il Salvatore è portato da Maria e Giuseppe a Gerusalemme, nel tempio del Signore, dove un altro testimone attende la santa famiglia.
Ancora una volta gli occhi dello Spirito avvertono ciò che gli occhi della carne non possono percepire e che adesso possono anche chiudersi, perché hanno visto « la salvezza preparata davanti a tutti i popoli » (cf. Lc 2, 30). Il vecchio Simeone
« prese il Bambino tra le braccia e intonò l'inno di congedo dell'Antico Testamento, che trova il suo compimento nel Nuovo. Ma nel canto di lode è contenuta la profezia del segno di contraddizione che il Figlio innalzerà e della spada che deve trapassare il cuore della Madre »[7].
Dodici anni dopo, di nuovo a Gerusalemme, Giuseppe e Maria smarriscono Gesù e finalmente lo ritrovano nel tempio; nel luogo dove abita il Signore ritrovano il loro stesso Signore.
Ma il vero Tempio non più quello costruito dalle mani dell'uomo (cf. 1 Re 8, 27; Eb 9, 11); adesso gli uomini possono contemplarlo e ascoltarlo direttamente nella persona del Figlio: « Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato » (Gv 1, 18).
Il
dolore
« Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2, 8)
« Questa nuova maternità di Maria generata dalla fede, è frutto del 'nuovo' amore, che maturò in lei definitivamente ai piedi della croce, mediante la sua partecipazione all'amore redentivo del Figlio » (Redemptoris Mater, 23).
L'episodio del Getsemani ha esercitato nel cristiano di ogni tempo un fascino particolare, proprio perché in esso egli ha sempre contemplato la debolezza e la paura di Gesù di fronte alla sofferenza e alla morte, così come la sperimenta ogni uomo sulla terra.
Il Redentore, in questo momento, viene quasi privato della sua divinità per vivere umanamente la sua esperienza del dolore. « L'anima mia è triste fino alla morte » (Mc 14, 34), Gesù esclama angosciato, ma i suoi discepoli, che in futuro berranno lo stesso calice (cf. Mc 10, 38b), non si accorgono del dramma che si sta consumando mentre essi dormono.
« Abbà, Padre! tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! » (Mc 14, 36). L'umanità grida, la debolezza si fa pressante, la realtà più angosciosa.
« Nella tremenda angoscia di non poter fare ciò che gli viene richiesto, egli deve combattere per arrivare all'assenso. È una vera lotta con se stesso, Gesù deve conquistarsi il 'sia fatta la tua volontà nello sforzo supremo dell'estrema debolezza. Stanno a provarlo le parole del sudore di sangue - che sono state omesse da molti copisti, ma costituiscono un autentico testo evangelico. Né la veglia di Gesù esige ('vegliate e pregate'), né la pura angoscia ed eccitazione umana di fronte alla passione imminente possono spiegare questa effusione della sua sostanza più intima, ma solo un conflitto tra Dio in cielo e Dio rappresentante dei peccatori sulla terra »[8].
Inizia così l'esodo finale verso la croce, verso la sua 'ora' (cf. Gv 17, 1 ss). La cattura, l'interrogatorio davanti al Sinedrio, il processo dinanzi a Pilato sono tappe di quest'ultimo cammino.
Il Re dei re si presenta al suo popolo nell'orrore della flagellazione romana:
« i dolori, inflitti al corpo di Gesù, sono veramente tutti i peccati del mondo, confitti in tutto il suo essere teandrico... Dopo la flagellazione, lo scherno grossolano e diabolico: il manto regale, lo scettro, la corona, le genuflessioni e le parole di omaggio. Dio riconosciuto e rifiutato, nello stesso tempo, dall"'homme revolté"; senza il riconoscimento, la bestemmia perderebbe il suo mordente. Nella figura miserabile, mascherata da re, il mondo schernisce Dio che sembra troppo debole per manifestare la sua divinità al mondo, e nel medesimo tempo schernisce se stesso, perché così viene alla luce la sua abiezione, a lui ignota » [9].
Gesù si avvia al Calvario « come agnello condotto al macello » (Is 52, 7); passa attraverso quella folla che in precedenza lo aveva osannato ed era stata beneficata dai suoi interventi miracolosi e che poi aveva gridato « Crocifiggilo, crocifiggilo! » (Lc 23, 21); trova anche qualche forma di solidarietà: nel Cireneo e nelle donne che piangono al suo passaggio.
Ma Gesù si avvia da solo verso l'olocausto: « Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori » (Is 53, 4).
Sul Calvario, mentre il grande dramma sta per avere il suo epilogo, contempliamo tre personaggi: Gesù, Maria, Giovanni: il « nuovo Adamo », la « nuova Eva », la « nuova umanità ».
Dall'alto della croce Gesù fa l'ultima consegna della sua totale spoliazione. Dopo il grande dono del perdono, lascia il dono di una nuova maternità: « Ecco tua madre » (Gv 19, 27).
« Sul Calvario, Gesù rivela che la madre sua è 'madre' anche di tutti i discepoli, figurati nel discepolo da lui amato. Essi, ormai, sono suoi fratelli nell'economia dell'Alleanza Nuova: ' Va' dai miei fratelli e di' loro: lo salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro' (Gv 20, 17; cf. Eb 2, 11-12). Col termine 'donna', Gesù mostra in Maria la Figlia di Sion dei tempi escatologici, la nuova Gerusalemme-Madre, ossia la Chiesa-Madre. Nel suo grembo sono convocati nell'Unità i dispersi figli di Dio, cioè tutti gli uomini ai quali, senza eccezione alcuna, è rivolta la chiamata alla fede in Cristo, 'Salvatore del mondo' (Gv 4, 42; 1 Gv 4, 14) » [10].
Adesso
« tutto è compiuto! » (Gv 19, 30); questa frase corona tutta l'esistenza di
Gesù; ora, finalmente, ha portato a compimento l'opera affidatagli dal Padre.
Come
la Parola mandata sulla terra non ritorna in cielo prima di avere attuato la sua
missione (cf. Is 55, 10ss), così è di Gesù.
Il « tutto è compiuto » si presenta come una proclamazione di vittoria: Gesù è riuscito a condurre a buon fine il piano della salvezza. Il « servizio » richiesto è compiuto.
La gloria
« Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui » (Rom 6, 8-9)
« Ella, la "Donna nuova", è accanto a Cristo, l' "Uomo nuovo", nel cui mistero solamente trova vera luce il mistero dell'Uomo, e vi è come pegno e garanzia che in una pura creatura, cioè in lei, si è già avverato il progetto di Dio, in Cristo, per la salvezza di tutto l'uomo »
La risurrezione di Cristo rappresenta l'evento centrale della storia della salvezza; centro in cui convergono la storia e la fede.
La risurrezione corona l'attesa dell'Antico Testamento, realizza la salvezza e inaugura il tempo escatologico. Cristo risorto passa dalla realtà del « Servo sofferente » a quella dei « Signore »; una signoria di cui era già in possesso ma che adesso esercita anche con il suo corpo glorioso. Questo corpo è garanzia della continuità esistente tra il Cristo della storia e il Signore della gloria.
Gli Apostoli sono coscienti di tutto questo, hanno la consapevolezza di essere i « testimoni prescelti » (cf. At 10, 41) e in quanto testimoni non possono tacere: devono annunciare « ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della. vita » (1 Gv 1, 1).
La loro predicazione è tutta centrata sull'annuncio di una realtà inaudita: « Cristo mori per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, apparve a Cefa e quindi ai Dodici » (1 Cor 15, 3‑5).
Questo tipo di formulazione diviene il nucleo e il tema fondamentale della predicazione missionaria, la base e l'oggetto delle riflessioni teologiche, l'espressione principale della catechesi.
« La discesa del Figlio dall'uguaglianza con Dio alla condizione di Servo (Fil 2, 7) deve avere un termine: l'esaltazione al di sopra di tutte le potenze terrene, operata dal Padre a motivo del mandato eseguito (Fil 2, 9 s)..., Poiché Dio non manda invano la sua Parola nel mondo ma affinché, come la pioggia e la neve, essa irrighi la terra e questa dia il pane da mangiare (Is 55, 10ss). Sulla terra viene sparso un seme celeste e Colui che ritorna presso il Padre stabilisce d'ora in poi, nella sua qualità di Capo di una Chiesa ancora terrena, un vincolo inscindibile tra la terra e il cielo.
Egli esprime simbolicamente il suo ritorno presso il Padre con la sua elezione al di sopra della superficie terrestre e con la nube da cui viene nascosto... La stessa nube, trasparente e nel medesimo tempo adombrante, avvolge sul Tabor il Signore trasfigurato. Il suo attuale velamento da parte della nube indica che egli scompare nella gloria di Dio e quindi porta in alto con sé l'anelito struggente della Chiesa, di tutto il mondo. Poiché la patria a cui l'umanità anela è Dio »[11].
Il Signore Gesù, elevato al di sopra dei cieli, non abbandona i suoi discepoli, ma invia il Consolatore che aveva promesso: « È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore... Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future » (Gv 16, 7.13).
A Gerusalemme avviene qualcosa di nuovo, qualcosa che per Maria si era già verificato molto tempo prima a Nazaret. Il medesimo Spirito, che era sceso su di lei permettendo l'Incarnazione del Verbo, viene effuso adesso sulla Chiesa nascente perché la Parola, attraverso la predicazione apostolica, potesse raggiungere gli estremi confini della terra (cf. Mt 28, 19).
« Dopo che la Chiesa, insieme con Maria, è stata raccolta per quaranta giorni nel dialogo con Dio, a Pentecoste riceve il dono delle lingue, mediante il quale può farsi capire da tutti i popoli » [12].
Lasciandosi guidare dallo Spirito, il cristiano giunge alla santificazione, alla realizzazione perfetta del suo essere umano e spirituale. Dove abita lo Spirito non c'è divisione e la risurrezione del Cristo con il suo corpo è segno della glorificazione completa e finale di tutto l'uomo.
Maria « benedetta fra le donne » (Lc 1, 42) è la prima che partecipa alla gloria del suo Figlio: il Tabernacolo dell'Altissimo non poteva andare incontro alla corruzione del sepolcro, ma il suo stato verginale, immacolato, puro, cristallino, doveva ricevere la consacrazione finale della gloria celeste. Maria si presenta a Cristo « come una sposa adorna per il suo sposo » (Ap 21, 2).
Immagine della Chiesa « senza macchia né ruga » (Ef 5, 27) Maria, « come in cielo glorificata ormai nel corpo e nell'anima, è immagine e inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante Popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore (cf. 2 Pt 3, 10) » (L. G., 68).
Dio che « ha innalzato gli umili » (Lc 1, 52b) ha glorificato Maria al di sopra di ogni cosa:
« La regalità della Vergine è il frutto per eccellenza del suo riscatto e del suo ruolo nella redenzione, è la sua partecipazione alla glorificazione di suo Figlio, "assiso alla destra del Padre" come redentore di Maria e del mondo... La glorificazione di Maria, proprio perché ella riceve allora la potenza dello Spirito, rende regale la sua maternità »[13].
Maria
« viene detta regina degli apostoli, perché si è impegnata per l'opera del suo Figlio... È regina di tutti i santi, perché la sua « piccola via », la sua via della fede semplice, ma radicale, diviene l'unità di misura per la valutazione di tutte le grandissime e piccolissime vie della santità, di tutti i mistici e i martiri, di tutti i carismatici e i missionari, di tutti i cristiani di ogni ordine e di tutto il mondo »[14].
L'essere «regina » è per Maria un dono ma è anche
« la divina approvazione del suo impegno terreno e materno ch'ella ha contratto con la fede. Da ora in poi, è nello stato della gloria che dal cielo la madre continua la sua missione terrena »[15].
[1]
E. SCHILLEBEECKX, Maria, madre detta redenzione, Roma 1983, p. 164.
[2]
Ibidem, p. 164.
[3]
A. SERRA, Maria secondo il Vangelo, Brescia 1987, p. 122.
[4] I. DE LA POTTERIE, Maria nel mistero dell'alleanza, Genova
1988, p. 47.
[5]
A. SERRA, op. cit., pp. 13-14.
[6]
J. Guitton, La Vergine Maria, Milano 1987, p. 55.
[7]
H. U. VOI BALTHASAR, Il Rosario. La salvezza del mondo nella preghiera
mariana, Milano 1978, p. 37.
[8] H. U. VON BALTHASAR, Il Rosario. La salvezza del mondo nella
preghiera mariana, Milano 1978, p. 50.
[9]
Ibidem, pp. 54-58.
[10]
A. SERRA, Maria a Cena e presso la Croce, Roma 1985, p. 116.
[11]
H. U. VON BALTHASAR, II Rosario. La salvezza del mondo nella preghiera
mariana. Milano 1978, pp. 83‑84.
[12]
Ibidem, p. 89.
[13]
E. SCHILLEBEECKX, op. cit, p. 93.
[14] H. U. VON BALTHASAR, op. cit., p. 101 .
[15] E. SCHILLEBEECKX, op. cit., p. 93.