

SAN
DOMENICO, CONTEMPORANEO DEL SUO TEMPO.
Il
XIII secolo è un periodo in cui la popolazione europea è in crescita; ciò
comporta uno sviluppo economico ma anche molte difficoltà: non solo le campagne
non si spopolano, ma il loro affollamento alimenta le città che si sviluppano
con i propri bisogni e con le loro proprie rivendicazioni in rapporto al sistema
feudale. I comuni italiani, le corporazioni dei mestieri, le università con le
loro libertà sono i segni di questa emancipazione. Domenico ne terrà conto non
solo perché comprende la necessità di evangelizzare questi nuovi centri
urbani, simboleggiati dalla costruzione di cattedrali, ma anche perché egli
invierà i suoi frati nelle università e incorporerà nell'Ordine che fonda le
nuove aspirazioni del suo tempo, mediante l'elezione dei superiori per esempio,
integrandole nella più pura tradizione della vita religiosa.
Questa ondata demografica provoca anche un ritorno della povertà in Occidente, dato che lo sviluppo economico favorisce soprattutto poche persone. Questa povertà, più dolorosa in città che in campagna, sarà accompagnata da una contestazione: si sopporterà male il fatto che i membri della Chiesa, che fanno professione di seguire il Vangelo, non manchino di niente e godano della loro situazione confortevole. San Domenico e san Francesco istituiranno degli Ordini in cui i frati vivranno realmente in povertà ma in una stretta fedeltà alla fede cattolica.
Il
XIII secolo è anche quello dell'emergere delle nazioni. San Domenico si
preoccuperà di suddividere il più presto possibile i suoi frati nei vari
centri della cristianità: a Parigi, capitale dell'insegnamento della teologia;
a Bologna, capitale del diritto; a Oxford; in Europa occidentale ed
evidentemente anche a Roma.
Poiché
se il XIII secolo è proprio un apogeo della cristianità, il suo centro è a
Roma, dove il Papa, sovrano temporale degli Stati della Chiesa ma anche guida
spirituale del mondo, gioca un ruolo determinante, soprattutto quando la
cattedra di Pietro è occupata da personalità altrettanto forti come Innocenzo
III (Papa dal 1198 al 1216) o Onorio III (dal 1216 al 1227). Il papato conserva
un ruolo di arbitrato politico, d'impulso per una riforma sempre da riprendere
nella Chiesa. Per questo esso incoraggia i vescovi più zelanti come, per
esempio, Diego d'Osma e Folco di Tolosa che sostennero Domenico nella sua opera.
Ma esso desidera anche arginare i movimenti che, un po' dappertutto, rivendicano
un ritorno radicale alla povertà evangelica, a volte però in maniera
eccessiva, anarchica e contestataria. Per ristabilire nella Chiesa il fervore
evangelico senza lasciar corrompersi la fede, il papato accoglie con favore i
programmi di vita di san Francesco e di san Domenico la cui fedeltà alla Chiesa
non toglie niente al desiderio di un ritorno al fervore dei primi cristiani.
La
vita di san Domenico è marcata dal suo proposito di conformazione al Vangelo
nella Chiesa. Così l'intuizione fondatrice è nata da un duplice choc: il
Vangelo è falsificato; il Vangelo non è ancora annunciato! Diego, il vescovo
di Osma, di cui Domenico era sottopriore del capitolo, era un personaggio
importante della corte del re di Castiglia. Gli si affida l'incarico di
concordare il matrimonio del principe erede con una giovane del nord Europa.
I
due uomini arrivano nella Linguadoca e restano sconvolti dalle devastazioni
dell'eresia catara, di cui trovano un esempio presso l'uomo che li riceve per la
notte. Giunti quasi al termine del loro viaggio, in Prussia, essi scoprono anche
popolazioni intere non sono ancora battezzate dato che non è stato annunciato
loro il Cristo.
Alquanto
impressionati da questi due eventi, Diego e Domenico sono disponibili a
ripartire lontano per predicare la fede ma vogliono far benedire il loro
progetto dal grande Papa Innocenzo III (dal 1198 al 1216). Quest'ultimo indica
loro come l'urgenza consista piuttosto nel frenare la propaganda catara e nel
predicare nelle regioni in cui essa trionfa sulla vera dottrina cattolica.
Ritornando in Linguadoca, Diego, seguito da Domenico, decide, riuscendo a
convincere i legati cistercensi già inviati dal Papa, di ricorrere ai soli
mezzi che prevede il Vangelo: una predicazione itinerante di villaggio in
villaggio, la povertà e la stessa mendicità per annunciare il Regno. Nel 1206,
il Papa li incoraggia ben indicando ciò che egli si aspetta da parte loro: «Imitate
la povertà del Cristo povero; avvicinatevi agli umili con umiltà, ma
nell'ardore dello Spirito Santo».
Rimasto
solo; Domenico predica, poi comincia ad organizzare una nuova famiglia religiosa
che si dedicherà alla predicazione del Vangelo. Egli insiste incessantemente
presso i suoi frati affinché non transigano con le esigenze del Vangelo: chiede
loro, come fa san Francesco suo contemporaneo, che ha d'altronde incontrato, di
non vergognarsi di mendicare il loro pane come testimonianza di dipendenza e di
obbedienza alla Provvidenza.
Domenico
ha voluto istituire un Ordine di Predicatori. I primi conventi domenicani sono
denominati Santa Predicazione. Non si trattava affatto di monopolizzare tutta
l'attività di predicazione nella Chiesa, dove d'altro canto essa spettava in
pienezza al vescovo, ma di creare un corpo specializzato di religiosi la cui
vita sarebbe stata orientata verso la predicazione evangelica in senso largo.
ATTUALITÀ
DI SAN DOMENICO.
Tale
attualità è assicurata dal carisma della famiglia che egli ha istituito. Come
nel passato, ma in modo adattato, esso si definisce mediante la predicazione.
Attualmente
infatti, questa nozione di predicazione riveste la maggior estensione: certo, i
Domenicani predicano nelle chiese, fanno delle omelie, dei ritiri, ma essi
gestiscono anche rene case editrici, pubblicano libri e articoli, insegnano. Ad
ogni generazione non manca l'immaginazione per rispondere ad esigenze sempre
nuove.
Le monache assicurano il compito fondamentale di una predicazione della preghiera e della vita nascosta e aiutano così la parola dei loro fratelli, celebrando anche la proclamazione del Vangelo nella liturgia. Le suore apostoliche si sono consacrate ai molteplici doveri della carità: insegnamento, ospedali, case di riposo, case di accoglienza, mentre i laici testimoniano mediante il loro impegno cristiano nelle varie professioni e nei vari ambienti.
Ma
la predicazione ha valore in quanto presuppone una sempre rinnovata intelligenza
dei misteri cristiani. San Domenico ha voluto che i suoi frati studiassero, che
cercassero Dio nel silenzio prima di annunciarlo con la parola, e che lo
celebrassero nella liturgia. «Chi è Dio?»: interrogativo che formulava già,
ci viene raccontato, il bambino Tommaso d'Aquino, ma anche: «Chi sono, io che
sono creato da Dio; come aderire, come credere, cosa significano il male e la
sofferenza? . . . ». A queste domande inesauribili, san Domenico ha voluto che
i suoi frati e le sue suore rispondessero personalmente mediante una conoscenza
della Bibbia, della tradizione (la fondazione dell'Ecole biblique di Gerusalemme
alla fine del XIX secolo va del tutto in questo senso) ma anche mediante una
vita di meditazione della Parola di Dio e una vita di carità manifestata da
quella misericordia di cui parlava così spesso.
Infine, ed è questo uno dei tratti sempre più attuali, se così si può dire, il terzo termine è quello della libertà spirituale. Santa Caterina da Siena esaltava già, alla fine del XIV secolo, la "larghezza" dello spirito di san Domenico. Certo, tale libertà può essere tirata dalla parte della facilità, ma non può non essere tuttavia l'espressione della grandezza del cristianesimo. Dio ci ha creati liberamente affinché liberamente ci legassimo a lui. Ciò che, al tempo di san Domenico, significava anche indipendenza dei Predicatori nei confronti dei poteri politici per una migliore fedeltà alla Chiesa, un miglior servizio, imprime alla sua opera un carattere di libertà spirituale, fatto di fiducia reciproca, simboleggiata dalle lezioni dei superiori a tutti i livelli, un clima di franchezza ed un rispetto dei talenti di ciascuno per la costruzione del Regno.