"un modello di laico domenicano"

 

 

 

     Quando il 28 maggio 1922 Pier Giorgio Frassati, nella chiesa di s. Domenico a Torino, riceve l’abito di terziario domenicano e sceglie il nome di fra Girolamo, ha ventuno anni d'età. Vivrà tre anni ancora! L’ingresso nel Terz’Ordine di s. Domenico costituirà un tassello importante della sua spiritualità.

     Scriverà a un amico che vuole seguirlo in quest'esperienza: “ Sono contentissimo che tu voglia far parte della grande famiglia di s. Domenico, dove, come dice Dante “ben si impingua se non si vaneggia”. Gli obblighi sono piccolissimi, altrimenti dovresti capire che io non potrei appartenere ad un ordine che obbligasse molto… Mi piacerebbe molto che tu assumessi il nome di Fra Girolamo, non perché è il nome che io ho scelto come figlio di s. Domenico, ma perché mi ricorda una figura a me cara e certamente anche a te, che hai comune a me gli stessi sentimenti contro i corrotti costumi, la figura di Girolamo Savonarola, di cui io molto indegnamente porto il nome. Ammiratore fervente di questo frate, morto da santo sul patibolo, ho voluto nel farmi terziario prenderlo come modello, ma purtroppo sono ben lungi da imitarlo ».

     Pier Giorgio non è arrivato per caso a far parte della Famiglia Domenicana. Il suo è stato un lungo e intenso cammino che l’ha condotto nell’Ordine di s. Domenico.

     A soli quattro anni (egli nasce a Torino il 6 aprile 1901, ore 18, di Sabato Santo), vede una donna con un bimbo scalzo in braccio e si leva le scarpe per donargliele. Poco tempo dopo, a Pollone, luogo d’origine dei suoi, si siede vicino a un compagno d'asilo, rovinato in volto da una brutta malattia infettiva, evitato da tutti. Mangia con lui dallo stesso cucchiaio.

     Nel 1908 (a sette anni) protesta con il padre perché ha mandato via un ubriaco che ha bussato alla porta. «E’ passato Gesù e papà l’ha mandato via», dirà.

     A dieci anni (il 19 giugno 1911) farà la Prima Comunione.

     Conseguita la maturità classica, s'iscrive nel novembre del 1918 al Politecnico di Torino, corso di Ingegneria Industriale Meccanica. Il perché di questa scelta lo dirà alla signora Louise Rahner, madre del futuro teologo Karl, che nel 1921 lo ospita per un breve periodo a Friburgo (il padre è ambasciatore in Germania). Ella ricorda: “ Una mattina presto andavo con Pier Giorgio alla chiesa di s. Martino e parlando con lui gli chiesi che cosa sarebbe voluto diventare. Egli mi rispose che avrebbe voluto farsi prete, ma aggiunse: «Io voglio in ogni maniera poter aiutare la mia gente e questo lo posso fare meglio da laico che da prete, perché dai sacerdoti non sono così a contatto con il popolo, come in Germania. Come ingegnere minerario posso, dando il buon esempio, agire in maniera molto più efficace».

     Dicono di lui alcuni colleghi di studio: «Non aveva il timore di nascondere la sua fede ». E altri: «Tutto il contrario del bigotto». Ancora : «Pier Giorgio era sempre accolto dai compagni con entusiasmo, ma ben diversamente da altri iscritti alla Fuci come lui che non simpatizzavano con nessuno per la loro anima gesuitica. Pier Giorgio Frassati con la sua aria franca e coraggiosa portava al cospetto del mondo le sue idee religiose. Si può dire che fosse prorompente nella sua fede». E’ chiaro che in Pier Giorgio stava maturando una profonda vocazione laicale.

     In questo stesso anno 1918 Pier Giorgio entra a far parte dell’azione caritativa delle Conferenze di s. Vincenzo. Entra a far parte del circolo universitario “Cesare Balbo” (Fuci). In questo circolo incominciano a farsi vive le prime divisioni tra cattolici, a proposito del fascismo: quelli che credevano nelle sue possibilità e quelli che l’osteggiavano. Il giovane Frassati è con i più progressisti. Un amico dice di lui: «Egli era sempre all’opposizione. Pier Giorgio non capiva i mezzi termini, le misure blande, diplomatiche, pur necessarie a volte per dirigere un equipaggio così numeroso e difficile come quello di un Circolo universitario. Era massimalista, avrebbe voluto applicare alla lettera il Vangelo e talvolta era un po’ rude ed angoloso. Non ammetteva deviazioni; gli accomodamenti erano contrari al suo carattere e non era certo il tipo del malleabile».

     Era il suo stile di vita. Patti chiari, amicizia lunga. Ma non era una gatta morta. Infatti, non rinuncia allo scherzo e al baccano: nel giugno del ’24 viene addirittura espulso con un amico (il tutto si risolve con una “deplorazione” ufficiale) per il rumore e il caos combinato durante una manifestazione dell’Azione Cattolica Italiana.

     Nel 1920 Pier Giorgio prende la tessera del Partito Popolare. Si mostra un militante autentico. Ora all’impegno nel sociale si unisce anche quello nella politica. Per lui la migliore politica è quella di tradurre, in tutte le forme della vita sociale, i principi cristiani. Anche in questo mantiene il suo carattere allegro ed entusiasta, franco e disperatamente leale.

     In questo periodo s'innamora di una sua compagna di Circolo, Laura Hidalgo; ma conserva nel  cuore il segreto di tale amore e vi rinuncia per tenere assieme il padre e la madre, il cui matrimonio era in crisi. Perché, si chiede Pier Giorgio, che senso ha mettere sù una famiglia se se ne deve disfare un’altra?

     L’impegno sociale e politico suscita in Pier Giorgio Frassati, nella sua intelligenza pratica e intuitiva, una vera e propria sete di cultura. Conosce Virgilio e i tragediografi greci. Legge Dante. Ama Shakespeare, Manzoni, Papini, Foscolo. In lingua legge Goethe. Predilige s. Paolo. Gusta Agostino, Caterina da Siena e Savonarola. Inizia persino la lettura di Tommaso d’Aquino. Lo studio avrà il primo posto nella sua vita, anche con le difficoltà che v'incontrava.

     Pier Giorgio, credente laico negli anni venti. Un uomo di fede profondamente incarnato nella realtà del mondo. Quasi in punta di piedi egli vive la carità, la condivisione con i poveri. Vi ci mette uno stile tutto suo. La carità non consiste per lui  «nel dare qualcosa agli altri, ai bisognosi, ai poveri, ai soli, ai malati, agli amici, ma nel dare se stesso, il proprio cuore caldo d’amore che condivide la pena, la fa propria e nel gesto di donare fa consistere il segno dell’amare. E’ questo il senso più vero, alto, della carità, partecipazione all’amore con il quale Dio ci ama in Cristo che ci dona se stesso, prima ed oltre le sue cose» (G. Lazzati, Commemorazione per i cinquant’anni dalla morte, 1975).

     Lazzati osserva ancora: «Straniti gli uomini, a partire dai suoi parenti, vedranno questo giovane cui nulla sembra mancare per essere campione di mondanità – e quanti di noi al suo posto lo saremmo stati ?! – trascinare per le vie di Torino carretti pieni di masserizie dei poveri in cerca di casa e passare sudato sotto il carico di grossi pacchi anche male confezionati, ed entrare nelle case più squallide, ove spesso miseria e vizio si danno la mano sotto gli occhi ipocritamente scandalizzati di un mondo che nulla fa per aiutarli ad uscirne, e farsi con sorprendente umiltà, lui, il figlio dell’ambasciatore d’Italia a Berlino, lui, il figlio del senatore, questuante per i suoi poveri e per essi ridursi al verde così da rincasare fuori orario per non aver neppure i pochi centesimi che gli bastino per il tram».

     Pier Giorgio è così. Il dovere al primo posto. Ma anche lo sport, lo scherzo, le amicizie. A queste ci teneva particolarmente. Sempre pronto a far baccano in compagnia per tenere desto l’ambiente: quando là in treno per andare in montagna gli danno le caramelle, perché stia zitto, non imiti il fischio del capotreno e non si becchi una multa salata. A chi gli chiede se è un bigotto, risponde: «No, sono rimasto cristiano».

     In questa risposta dalla semplicità disarmante c’è tutto un riferimento ad un profondo, intimo, continuo colloquio con Dio. La  preghiera di Pier Giorgio assume le note della più alta spiritualità. Prima la fedeltà. Sappiamo per esperienza quanto sia difficile mantenersi fedeli alla preghiera. Appare meravigliosa e avvincente la fedeltà con la quale Pier Giorgio sa vivere quotidianamente e proprio negli anni in cui l’erompente giovinezza sembra renderlo ancora più arduo, il suo impegno di preghiera. Pier Giorgio dà spazio nelle sue giornate alla preghiera: siano esse di scuola e di studio, o di vacanze e di gite, il primo pensiero è quello di assicurarsi spazio di preghiera senza cui gli sembra che anche le giornate più belle perdano il loro significato più vero.

     Una spiritualità robusta, maturata col tempo. Forte di una gran devozione mariana.

     Arriviamo all’anno 1922. Pier Giorgio, come abbiamo visto, fa il suo ingresso nella Famiglia Domenicana. L’ideale di s. Domenico è l’ultimo approdo e come il coronamento della sua giovane esistenza. In esso egli trova l’armonioso connubio tra vita interiore e di grazia, di preghiera e di unione con Dio, e vita esteriore che si consuma nelle strutture, purtroppo sempre tanto friabili, della vita politica. Per lui la promozione umana non sta solo nell’aiutare i poveri, ma anche nel lavorare perché la loro vita sia “del tutto” migliore. Lo convince il progetto di riforma tomista della società, nella linea del Savonarola: «convinto che una promozione umana autentica, attenta cioè alla dignità della persona, deve investire alla luce evangelica ogni aspetto della personalità e tutto l’ordine civile».

     Verso la fine di giugno del 1925 Pier Giorgio inizia ad avvertire dei malesseri. Sembrava influenza, saranno invece gli ultimi giorni della sua vita. Ha contratto una terribile malattia infettiva: poliomielite fulminante.

    

«»Probabilmente in uno dei luoghi dove andava a trovare i poveri. Ma il terribile verdetto si viene a sapere quando è troppo tardi. Riceve la comunione e l’olio degli infermi. Sabato 4 luglio 1925, alle sette di sera, spira.

     Il giorno dei funerali è stracolmo di gente, con gran meraviglia di tutti.

     Così si esprime il socialista Filippo Turati: «Era veramente un uomo quel Pier Giorgio Frassati che la morte, a ventiquattro anni, ghermì e rapì crudelmente, veloce come un ladro frettoloso. Ciò che si legge di lui è così nuovo ed insolito, che riempie di riverente stupore anche chi non divideva la sua fede. Credente in Dio, professava la sua fede con aperta manifestazione di culto, concependola come milizia, come una divisa che s'indossa in faccia al mondo, senza mutarla mai con l’abito consueto, per comodità, per opportunismo, per rispetto umano ».

     Pier Giorgio, semplicemente, si era comportato da laico nella Chiesa e da cristiano nel mondo.

     Alla domanda se si può parlare di “normalità” nell’esistenza di Pier Giorgio, p. Paolo Molinari s.j., postulatore della causa di beatificazione, dirà: «Sì. Nel senso che visse pienamente quel che tutti noi dovremmo vivere normalmente. Ragazzo, giovane, ha attraversato le fasi tipiche della maturazione, i dubbi, le speranze… Nello studio, in famiglia, con gli amici, nel servizio ai poveri, aperto a tutte le realtà, sorretto da una robusta spiritualità. Vorremmo davvero che questa fosse “normalità” per tutti ».

     Il 20 maggio 1990 Giovanni Paolo II lo proclamerà “beato” dinanzi ad una piazza strapiena di folla.  

 

 

 

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