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La “cura del corpo” è stato lo scopo primo delle
Spezierie domenicane a Napoli. Sei secoli di storia,
argomento di questa interessante ricerca, realizzata da
Giovanni Ippolito, frate dell’Ordine dei Predicatori,
che fa rivivere l'atmosfera suggestiva e quasi magica
delle antiche spezierie. Un patrimonio, forse
dimenticato, più che andato disperso, di cui si tende ad
evitare ulteriori soppressioni e scempi.
A mo’ di “Preludio” (pp. 11-12), preso atto del ruolo
che hanno rivestito le spezierie in campo
medico-assistenziale e socio-culturale, l’Ippolito
esalta l’arte del curare il corpo, mai rigettata dal
cristianesimo, perché la salute è pur sempre dono di
Dio. Pertanto, ricollegato questo antico “servizio” in
epoca greco-romana (Capitolo I, pp. 13-14), situa
l’avvento delle spezierie in ambito
monastico-conventuale (Capitolo II, pp. 15-19),
attraverso le quali diventa possibile coniugare la
necessaria cura del proprio corpo con la dovuta e
gratuita assistenza o “diaconia” all’altrui corpo,
specialmente quello degli infermi.
Si dà così vita agli Hospitali (Capitolo III, pp.
20-25), che si moltiplicarono un po’ ovunque nella città
partenopea tra la fine del primo e del secondo
millennio, particolarmente in epoca angioina e
aragonese, registrando la loro fine già verso la metà
del XVIII secolo. Fu nel 1806 che Giuseppe Bonaparte,
sopprimendo i conventi, decretò con essi la fine delle
rispettive spezierie.
Dopo questi brevi ed essenziali cenni storici, la
ricerca si dipana in ambito unicamente domenicano,
supportandola di tavole planimetriche, che permettono di
individuare il luogo esatto e il ruolo che la spezieria
rivestiva sia in convento che fuori. L’Autore non
disdegna di confortare la curiosità del lettore di utili
notizie e interessanti documentazioni sulla vita delle
comunità, le chiese, gli immobili conventuali.
Il primo Hospitale domenicano è quello del
convento San Domenico Maggiore (Capitolo IV, pp.
26-48), ereditato dai Benedettini nel 1231. Il
travagliato iter storico della trasformazione in
spezieria permette di carpire l’ingente mole di lavoro
realizzato dai frati per renderla una delle più
importanti della città, l’unica riconosciuta
ufficialmente in tutto il regno, anche se subirà il
confronto con altre vicine e prestigiose istituzioni.
Cosa che non gioverà alla vita stessa dei frati. Bisogna
dare atto all’Autore di saper coinvolgere il lettore
nelle appassionate e alterne vicende, alcune “tristi”,
che si concluderanno nel 1773 con una bolla di Clemente
XIII, il papa che proibì l’esercizio della professione
speziale all’interno degli Ordini religiosi.
Intorno alla metà del XV sec., mentre il convento San
Pietro Martire (Capitolo V, pp. 49-60) diveniva
punto di riferimento cittadino, prendeva consistenza la
presenza di una spezieria, che si distinguerà per la sua
generosa opera. Avvenne che, “in ottemperanza a
prammatiche emanate più volte per disciplinare le
spezierie, anche i frati di S. Pietro Martire la
intestarono a dei laici” (p. 57). La sospensione
delle attività e la trasformazione nel 1809 del
complesso conventuale in manifattura di tabacchi,
provocò non pochi disagi presso la popolazione, che
usufruiva dei farmaci “gratuitamente e con carità”
(p. 59).
“Diaconia” e competenza professionale verranno
assicurate particolarmente dalla spezieria di Santo
Spirito di Palazzo (Cap. VI, pp. 61-75), i cui
avventori erano, per la maggior parte, membri del
presidi militari stanziati attorno al palazzo vicereale.
Anche se i napoletani non mostravano spiccata
predilezione, i frati di Santo Spirito facevano buon uso
del “medicamento viperino” (pp. 70-71).
Alquanto singolari, le richieste inoltrate. La prima
direttamente al Papa, sottoscritta da Priore di San
Domenico Maggiore e da 32 frati.
La seconda fatta al convento della Sanità Santa
dalla comunità di Caterina a Formello Provincia
lombarda, (Cap. VII, pp. 76-99), per ottenere la
“Figliolanza” di fra Donato D’eremita. Nel 1611 fu
costruita per lui una spezieria, “resa perfetta e
famosa per la sua arte” (p. 85). Grazie ad alcune
amicizie romane, poté studiare a scopo spargico una
pianta di granadiglia proveniente dal Messico, al quale
diede il nome di “passiflora”, e che riprodusse con
incisioni su rame, raffigurandola in tutte le sue fasi
di crescita e maturazione.
Se, verso la metà del 500, il cambiamento demografico,
dovuto alla costruzione della grande via Toledo,
motiverà la fondazione del convento del Santo Rosario
di Palazzo e la presenza di una spezieria (Cap. VIII,
pp. 100-105), l’esaltazione della religiosità, nel
contesto del ritrovamento di un antico affresco
raffigurante la Vergine Maria e venuto alla luce a causa
di una frana, sarà all’origine del convento Santa
Maria della Sanità (Cap. IX, pp. 106-121), la cui
spezieria sarà legata alla presenza di fra Giuseppe
Nuvolo, architetto di grido, e fra Michele Klain,
studioso di chimica e botanica, che operò nella farmacia
dell’Ospedale degli Incurabili.
Con qualche difficoltà di gestione, riusciranno a
suscitare simpatia e generosità anche i frati delle
spezierie degli altri conventi: San Severo Maggiore
(Cap. X, pp. 122-126); Gesù e Maria e San Vincenzo
Ferreri (Cap. XI, pp. 128-132); Santo Rosario nel
Casale di Afragola (Cap. XII, pp. 133-134); Santa
Maria della Sanità nel Casale di Barra-Napoli (Cap.
XIII, pp. 135-139); San Domenico Soriano in Santa
Maria della Salute (Cap. XIV, pp. 140-143).
Per completare questo insolito itinerario
storico-architettonico domenicano, fra Ippolito offre
brevi cenni storici dei quattro restanti “Conventi
senza Spezieria”: Santa Brigida a Posillipo;
S. Tommaso d’Aquino; Monte di Dio;
Santa Maria della Libera (Cap. XV, pp. 144-145).
Né poteva far passare sotto silenzio il suo primo
impatto con una spezieria domenicana nel
Santuario-Convento di Madonna dell’Arco (Cap. XVI,
pp. 146-156), come pure la passione per le antiche
farmacie, trasmessagli dal padre. Verso il 1920 –
racconta – papà Ruggiero “lasciava al fratello
gemello Nunziante, la farmacia per una attività
commerciale capace di assicurare il sostentamento ad una
famiglia con 10 figli (io non ero ancora nato). Tuttavia
in casa non smise mai di fare il farmacista. Lo ricordo
a preparare pomate, collutori, medicamenti per ferite,
misture per spennellare gola e tonsille gonfie. Sento
ancora il gusto dei decotti e sciroppi così buoni che
volentieri, con mia sorella Lina, fingevamo di avere
tosse e raffreddori. Anche la terapia per rimettere in
esercizio il mio ginocchio destro, dopo alcuni mesi di
ingessatura, fu mio padre a praticarla” (p. 157).
“Per concludere” (Cap. XVII, pp. 157-160), questo
libro si propone come la storia della presenza
dell’Ordine dei Frati Predicatori nella città di Napoli,
attraverso l’operato dei Cooperatori, ovvero dei frati
non presbiteri. Si tratta di un serio “staff” di
professionisti, che “hanno impresso tracce indelebili
nel campo dell’architettura, della pittura, della
miniatura, della musica, dell’intaglio del legno, del
cesello, del ricamo di arredi sacri, lasciando tesori
con cori nelle chiese ed armadi monumentali nelle
sacrestie. Tuttavia, il campo ove i nostri fratelli
furono coinvolti in diretto contatto con il popolo, fu
nell’ambito delle spezierie” (p. 159-160).
Quella delle spezierie resta una delle attività più
feconde della plurisecolare presenza domenicana nella
città di Napoli. Una “diaconia” che ha permesso
all’Ordine di San Domenico di approfondire i mille
problemi della vita quotidiana partenopea, senza
abbassare la guardia nella predicazione del Vangelo, e
continuando a proporre modi di vita sempre più armoniosi
e umani, per aiutare gli uomini a conservarsi sani e
civili.
Fr. Giovanni Salvatore Distante O.P.
Priore Provinciale dei Frati Predicatori dell’Italia
Meridionale
26 settembre 2006, nella festa dei Santi Anargiri Cosma
e Damiano
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