La formazione e le sue tappe
Lettera del Maestro dell'Ordine
Cari fratelli,
la formazione, in tutte le sue
tappe, è di vitale importanza per il bene dell'Ordine e del singolo religioso.
La sua natura è così complessa che forse esistono tante opinioni quante sono i
domenicani nell'Ordine. Tuttavia, nel processo formativo, si possono affermate
alcune cose vere, sulle quali è necessario riflettere.
1.
La formazione è un processo che deve continuare per tutta la nostra vita
religiosa. Per molti, la formazione finiva con la professione solenne, oppure
con l'ordinazione. Si tendeva ad identificarla con gli studi istituzionali,
anziché con un modo di vivere.
2.
Si deve perciò dare importanza a tutte le tappe del processo formativo.
La formazione iniziale è solo una parte del curriculum seppure con un suo ruolo
unico e decisivo.
3.
Per poterla realizzare, in ogni tappa della nostra vita, la formazione
deve essere strutturata in modo che renda i religiosi capaci di vivere la loro
vita consacrata nel momento attuale. Tutto questo esige chiarezza nelle diverse
tappe formative e buona volontà per poter "determinare gli obiettivi
principali del ministero dei frati, secondo le necessità locali e le risorse
disponibili" (cf. LCO 160, 111).
Natura
della formazione
La formazione si regge su quattro
elementi basilari: umano, religioso, intellettuale e pastorale. Questi elementi
devono essere presenti in ogni tappa della formazione, anche se l'uno o l'altro
può prevalere in una di queste tappe. Poiché un singolo elemento può essere
messo in primo piano a scapito degli altri, dobbiamo renderci conto che il
"fermarsi'" su di una sola idea non provoca cambiamento.
"Non possiamo dire che la sola
esperienza sia l'unica norma di verità, ma è importante che ci rendiamo conto
della rilevanza delle nostre esperienze e del posto dei nostri sentimenti ed
emozioni, aiutandoci ad arrivare alla verità su di noi, gli altri e Dio".
(Relazione del Maestro Generale al Capitolo di Oakland, p. 112). Questo implica
un viaggio che dura tutta la vita e attraverso il quale noi approfondiamo la
consapevolezza di noi stessi, degli altri e di Dio. Siamo convinti
dell'importanza della formazione come di un cammino di tutta la vita? I Capitoli
Generali e Provinciali ne parlano spesso e con forza. I risultati sono
proporzionati alle loro preoccupazioni?
Comprensione
della formazione istituzionale
L'argomento più trattato nelle mie
visite all'Ordine è stato quello della formazione istituzionale o iniziale. Ho
notato che i programmi formativi presentano qualche contrasto con quelli del
passato. Su entrambe le posizioni si possono esprimere giudizi positivi e
negativi. Infatti non esiste un modello valido per tutte le età. Anzitutto le
vocazioni dobbiamo volerle e accoglierle cordialmente. Le nostre case devono
essere aperte all'accoglienza dei giovani, i quali devono vedere in noi degli
uomini di fede, che si aiutano a vicenda nel loro cammino e che si sentono a
servizio degli altri. Ci devono vedere come uomini pieni di speranza nel futuro
dell'Ordine e a riguardo del suo ruolo nella Chiesa. Questo sarà vero soltanto
se apprezziamo gli orientamenti dati nei recenti Capitoli Generali. Dobbiamo
essere stimati come religiosi che credono nel potere della grazia per superare i
limiti umani e che accolgono la presenza dello Spirito nella propria vita
quotidiana.
Secondo, è importante che si
creino condizioni favorevoli per poter attuare un'autentica formazione
istituzionale. Il lavoro di formazione deve essere prioritario e non soltanto
un'aggiunta ad un altro lavoro della comunità. Le necessità dei formandi
devono essere prioritarie rispetto alle necessità della comunità, sia per
mantenere il coro, sia per gli impegni della casa. Inoltre i giovani hanno
bisogno di compagni che compiono la loro stessa esperienza. Questa esigenza non
si può soddisfare quando vi sono grandi vuoti generazionali nelle nostre
Province.
D'altra parte non aiuta il fatto
che coloro che sono in formazione siano trattati come pesci in un vaso, e cioè
sotto esame da ogni lato. Di conseguenza la possibilità di avere case comuni di
formazione nella stessa nazione o regione deve essere promossa, allorché nelle
province i frati sono pochi. Per questa ragione "le strutture della comunità
di formazione, pur essendo sufficientemente chiare e ferme, dovranno lasciare un
largo posto alle iniziative e alle decisioni responsabili" (Dirett. n. 15).
Infine, dobbiamo rispettare la
tappa che i giovani hanno raggiunto e non pretendere che siano giunti al nostro
grado di sviluppo o di convinzione. "Il motivo essenziale è quello di non
moltiplicare i problemi nel corso di una tappa di formazione in cui gli
equilibri fondamentali della persona si debbono mettere a posto, in cui le
relazioni tra i novizi e il Maestro dei novizi devono essere facili e permettere
di esplicarsi mutuamente con tutte le sfumature richieste da un cammino
spirituale iniziale e intenso" (Dirett. n. 47). Addirittura alcune volte
noi chiediamo loro che l'atteggiamento verso l'apostolato, i poveri, le cose
esteriori (come l'abito) siano gli stessi che noi abbiamo acquisito dopo molti
anni di vita religiosa. Occorre invece lasciare ai giovani la libertà e le
iniziative di crescere e di scegliere. Inoltre essi devono essere ascoltati.
Nella Centesimus annus Giovanni
Paolo II fa la seguente considerazione: "Il patrimonio dei valori
tramandati e acquisiti è sempre sottoposto dai giovani a contestazione.
Contestare, peraltro, non vuol dire necessariamente distruggere o rifiutare in
modo aprioristico, ma vuol significare soprattutto mettere alla prova nella
propria vita e, con tale verifica esistenziale, rendere quei valori più vivi,
attuali e personali, discernendo ciò che nella tradizione è valido da falsità
ed errori o da forme invecchiate, che possono essere sostituite da altre più
adeguate ai tempi (n. 50).
Il nostro ruolo è di accompagnare
i giovani e di aiutarli ad essere discepoli di Gesù Cristo e di San
Domenico, anziché controllarli o farli discepoli nostri.
Le Costituzioni sono esplicite
nell'affermare che l'ultima autorità concernente l'ammissione dei candidati
all'Ordine e alla professione, come pure la presentazione agli ordini sacri, è
il Priore Provinciale. Egli è aiutato, in tale compito, dal consiglio
d'ammissione e dai vari consigli di formazione. È importante che i poteri
affidati al consiglio di ammissione, ai consigli e ai capitoli, quanto alla non
ammissione dei candidati, siano esercitati in maniera responsabile. Questo
significa, in particolare, che si deve guardare con molto attenzione a ciò che
è meglio per il candidato e per l'Ordine, facendosi un giudizio basato sui
fatti anziché sui propri preconcetti.
La figura chiave nella formazione
è il Maestro. L'Ordine è in debito verso i formatori che sanno accettare
questo compito urgente e difficile. Le loro difficoltà aumentano quando noi non
capiamo le esigenze della formazione nella Chiesa e nell'Ordine oggi.
Una maestra delle novizie mi ha
scritto: "Ho avuto proprio alcuni giorni difficili, ma ho ricevuto anche
delle straordinarie illuminazioni su come Dio lavora delicatamente nelle anime.
Ho imparato a stimare più che mai l'individualità di ogni persona".
Magari apprezzassimo la difficoltà
del compito affidato ai nostri formatori e la singolarità di ogni creatura di
Dio! Questo ci aiuterebbe ad essere meno critici nei loro confronti.
Infine, potremmo riflettere
sull'impatto che provoca la nostra vita di religiosi sui giovani. Ad esempio:
sono essi in grado di vedere la differenza che esiste tra sacerdoti religiosi e
diocesani? Vedono che il sacerdote religioso presenta loro la sua professione
religiosa e le pratiche della vita comunitaria come il suo primo impegno?
Le
tappe della formazione religiosa
Vorrei riflettere sulle quattro
tappe della formazione: il prenoviziato, il noviziato e la prima professione,
gli anni di studi (studentato), la formazione permanente.
1.
Prenoviziato .
Molte Province si sono aggiornate
su questa tappa della formazione. Nel 1990 le Direttive sulla formazione degli
istituti religiosi affermarono esplicitamente che questa tappa era la prima fase
di formazione e riaffermarono così ciò che si era detto nella Renovationis
causam: "La maggior parte delle difficoltà incontrate ai nostri giorni
nella formazione dei novizi derivano dal fatto che essi, al momento della loro
ammissione al noviziato, non possedevano quel minimo di maturità
necessaria" (n. 42).
Le "Direttive" proseguono
nell'indicare che i requisiti richiesti dalla Chiesa per entrare in noviziato
sono:
-
un grado sufficiente di maturità
umana e cristiana;
-
una
base culturale generale che "deve corrispondere a quella che generalmente
ci si attende da un giovane che ha ultimato la preparazione scolastica normale
nel suo paese".
Si fa inoltre menzione della necessità di acquistare:
- la comprensione del linguaggio usato in Noviziato;
- un equilibrio affettivo, specialmente a riguardo della
maturità sessuale;
- la capacità di vivere in comunità sotto l'autorità dei
superiori, in un istituto particolare.
Tutto questo si può raggiungere in tre o sei mesi?
Anche i candidati più maturi
necessitano di sperimentare la vita comunitaria cristiana. I direttori della
formazione frequentemente fanno presente che i candidati anziani hanno bisogno
più dei giovani dell'esperienza del "prenoviziato".
Un altro scopo del prenoviziato è
di rendere capace il candidato di chiarificare le sue idee riguardo ad altre
vocazioni a lui possibili e, per coloro che si interessano alla vita domenicana,
di vedere chiaramente la priorità della nostra missione di predicazione.
Il luogo del prenoviziato è
importante. Nella misura del possibile deve essere un posto che permetta al
maestro di guidare il candidato verso la vita religiosa. Quindi, se è
possibile, non dovrebbe essere una casa religiosa. Il prenoviziato non è vita
religiosa ed è ingiusto ed imprudente esigere dai candidati che facciano una
vita per la quale non hanno ricevuto nessuna formazione, né assunto alcun,
obbligo. Abitando in un luogo separato dalla comunità religiosa, la semplice
vita cristiana nel periodo del prenoviziato può anche insegnare ai candidati
una necessaria indipendenza dalle loro famiglie, naturale e religiosa futura.
Se io dovessi applicare a questo
periodo della formazione i quattro elementi: umano, religioso, intellettuale,
pastorale, insisterei sul carattere umano e cristiano prima che di quello
religioso. Insistere sulla necessità di aiutare i candidati a raggiungere il
livello culturale degli aspiranti al terzo livello educativo e ad aprirsi
all'apostolato dell'Ordine, a conoscere meglio se stessi, le loro forze e le
loro debolezze.
2.
Noviziato
Sotto molti aspetti questo è
l'anno più importante della formazione, nel quale il candidato decide della sua
vocazione nel limite del possibile.
Le direttive della Santa Sede sono
esplicite riguardo alla natura di questo anno. È un anno di ritiro e non di
inserimento: dovrebbe essere un'esperienza di solitudine. Molti giovani sono
attratti all'Ordine dal desiderio di predicare il Vangelo e dall'amore allo
studio. Ma se tutto questo non è radicato in una pratica sostenuta dalla
preghiera comunitaria e personale, allora l'entusiasmo non sarà sufficiente per
passare indenni attraverso le vicissitudini della vita religiosa. Abbiamo
bisogno di dare nutrimento a quella passione per Dio evitando di divenire
venditori di parole.
"Infatti, i novizi hanno
bisogno di esercitarsi all'orazione prolungata, alla solitudine e al silenzio.
Perciò il fattore tempo occupa un posto determinante. Essi possono provare un
maggiore bisogno di "allontanarsi" dal mondo che di "andare"
nel mondo; e questo bisogno non è unicamente soggettivo. Per questo il tempo e
il luogo del noviziato dovranno essere organizzati in modo tale che i novizi
possano trovarvi il clima propizio a un radicamento in profondità nella vita
con Cristo. Ciò che non si ottiene se non partendo dal distacco di sé, da
tutto ciò che nel mondo resiste a Dio e anche da valori del mondo "che
indiscutibilmente meritano stima". Di conseguenza, è affatto sconsigliato
di compiere il tempo del noviziato in comunità "inserite". Come è
stato già detto, le esigenze della formazione devono prevalere su alcuni
vantaggi apostolici dell'inserimento in ambiente povero" (Dirett. n. 50).
A questo punto dobbiamo riflettere
sul fenomeno concernente i giovani religiosi che hanno avuto un noviziato
secondo le "Direttive e che però lasciano l'Ordine poco tempo dopo aver
fatto professione. Alcuni confratelli pensano che c'è troppa mistica nella
natura spirituale dell'anno di noviziato. In questo modo esso può essere troppo
facile, togliendo il candidato dalla responsabilità su se stesso, sulla comunità
e sul suo futuro. Suggeriscono che occorre invece una maggiore inserzione nel
mondo e nei suoi problemi, per affrontarli con responsabilità.
Secondo me, credo che questo sia il
compito del prenoviziato anziché del noviziato. Se non,c'è assoluta chiarezza
sui diversi ruoli del noviziato e del prenoviziato, i dibattiti continueranno e
non saranno risolti. I formandi ne soffriranno in tempi brevi e l'Ordine ne
soffrirà a più lungo termine.
Abbiamo bisogno di unità nel capire la formazione, tanto per
il bene di coloro che sono formati quanto per il nostro futuro. La maggioranza
delle altre realtà menzionate nelle "Direttive" sono ben curate nei
nostri noviziati. Non c'è però abbastanza chiarezza sul ruolo che il noviziato
deve avere nell'aiutare il candidato a provare le sue capacità a vivere da solo
con Dio. Da Lui solo infatti possiamo avere la speranza di ricevere tutto e con
pienezza. Per questa ragione credo che dobbiamo insistere sul fatto che il
noviziato deve essere in qualche modo un'esperienza di deserto che quindi, in
questo periodo della formazione, sarà prevalente. Il coinvolgimento
nell'apostolato non sarà né omesso né sopravalutato.
Occorre fare attenzione ad uno dei
punti citati nelle "Direttive" (47). Si riferisce alla
"celebrazione della liturgia secondo lo spirito e l'indole
dell'Istituto". Ho trovato noviziati dove l'Ufficio intero non viene
recitato perché tutta la comunità non può essere presente, oppure perché non
rientra nella prassi della Provincia.
Io credo che un noviziato debba
essere introdotto nell'eredità della Chiesa e dell'Ordine, per quanto riguarda
l'intero Ufficio e le devozioni come il Rosario. Entrambe sono orientate alla
persona di Cristo e alla Sacra Scrittura.
3.
Gli anni di studio -
Studentato
L'elemento intellettuale di
formazione riceverà la dovuta importanza durante gli anni che il candidato
trascorre nello Studium. Dato che la lettera di maggio diretta all'Ordine
trattava degli studi, basta ora mettere a fuoco qualche punto:
1)
Nella misura del possibile, il candidato dovrebbe fare i suoi studi
istituzionali nel proprio "milieu" culturale.
2)
Potrà avvenire che gli studi si facciano in un Istituto non domenicano.
In questo caso è importante che gli studenti siano accompagnati nei loro studi
da un religioso maturo.
3) Inoltre dovrebbe essere
considerata la possibilità di entità raccolte insieme per almeno una parte
degli studi.
4)
Il compito di essere una attiva "Sancta Praedicatio" è
importante per la comunità, affinché lo studente veda il chiaro legame tra lo
studio e la predicazione. Egli anche deve avere presente la necessità della
Chiesa di avere dei predicatori competenti, che predicano con speciale autorità
e che, in un certo senso, hanno lo stesso ruolo del Vescovo per suscitare la
fede nella Chiesa.
Occorre sottolineare l'impegno alla
vita fraterna e al celibato. Il religioso rinuncia all'unione esclusiva di due
persone e accetta pure l'obbligo di osservare la perfetta castità nel celibato
(Cfr, can. 599).
Nella lettera sulla Vita comune
ho riflettuto sugli aspetti dell'obbedienza, castità e povertà nei nostri
tempi. Qui mi limito ad una parola sul celibato.
Tanti anni fa un certo padre
Sellmair scriveva ricordando ai maestri degli studenti di formarli al celibato:
"Per quanto oneste siano le sue intenzioni (dello studente) e per quanto
retta la sua volontà, egli può incontrare nella vita alcuni essere umani che
fanno risuonare nuovi accordi nel suo cuore. Essi mettono in moto energie che
vanno al di là della sua possibilità di controllo e che certamente non possono
essere incanalate dai soli mezzi naturali. Chi si occupa della formazione al
sacerdozio e non riesce a testimoniare ai suoi candidati, assume una grossa
responsabilità e inoltre mostra di conoscere ben poco la natura umana".
Una grande salvaguardia del
celibato è la vita comunitaria nutrita dalla preghiera, dove l'amicizia
permetterà al giovane confratello di rendersi conto che le difficoltà fanno
parte della vita e non devono abbatterlo. Se un fratello non riesce a trovare
l'amicizia dentro la comunità, la cercherà fuori e, trovandola, si isolerà
ancor di più dalla comunità stessa. E così sarà coinvolto in una spirale
alienante.
La
prima assegnazione e i fratelli anziani
Vi sono altre due tappe nella
nostra vita che hanno bisogno di una particolare attenzione: il religioso nei
primi anni di ministero e "il confratello anziano che non può più
predicare" (RFG n. 9).
Tanto i giovani quanto gli anziani
si devono sentire a casa loro nelle nostre comunità ed essere consapevoli che
hanno entrambi un contributo valido da offrire. Alcuni problemi riguardanti i
giovani religiosi nelle loro prime assegnazioni sono stati trattati nella
lettera del maggio 1990 e, ho inoltre l'intenzione di preparare per il Capitolo
Generale un lavoro sull'assistenza ai confratelli anziani.
4.
Formazione permanente
"Se uno non sta con i tempi
resta indietro e la persona che resta indietro diventa dequalificata nel suo
lavoro. A questo seguirà una inevitabile disaffezione".
Queste parole di Giovanni Paolo II
ci danno due ragioni per continuare la nostra formazione: l'essere capaci di
svolgere la nostra missione nella Chiesa, può rischiare non soltanto
l'incompetenza ma anche la disaffezione e l'infelicità.
Alcuni tra noi si sono resi conto
di quanto hanno avuto da imparare quando hanno lasciato lo studentato per le
loro prime assegnazioni e tanti fra noi si sono spaventati nell'aggiornarsi
intellettualmente, spiritualmente e psicologicamente.
La vita comune è la via della
formazione che continua dopo che i fratelli hanno lasciato lo studentato.
"La Parola di Dio che dimora in noi, gli studi che perseguiamo, gli uomini
e le donne che incontriamo, le culture che ci sfidano, i luoghi e gli eventi in
cui siamo immersi, ci stimolano ad una permanente formazione" (RFG n. 12).
Una richiesta frequente che abbiamo
ricevuto a riguardo della Ratio Formationis Generalis è la necessità di norme
dettagliate per una continua formazione (Cfr. Oakland, p. 113).
"Per tutta la vita i religiosi
proseguano assiduamente la loro formazione spirituale, dottrinale e pratica; i
Superiori ne procurino loro i mezzi e il tempo" (Can. 661).
"Ogni Istituto religioso,
dunque, ha il compito di ideare e realizzare un programma che non solo sia
indirizzato alla formazione intellettuale ma a tutta la persona. Programma che
è fondamentale per la missione spirituale di ogni religioso affinché egli
possa vivere in pienezza la propria consacrazione al Signore e rispondere alla
missione specifica che la Chiesa gli ha affidato" (Giovanni Paolo II ai
religiosi del Brasile, 1986, n. 6).
Forse non abbiamo bisogno di norme
dettagliate bensì di una nuova via. Ovviamente dovrebbe esserci qualche aiuto
da parte dei teologi e di altre persone. Forse più importante ancora è il
nostro contributo nel discutere tra di noi le esperienze e le difficoltà (LCO
100) e il vivo desiderio di condividere vicendevolmente.
Quando è possibile, dovremmo metterci insieme con altri
fratelli, sorelle e laici della stessa città/regione, per imparare ad essere
veramente aperti agli altri, alle loro necessità, aspirazioni e timori.
Un documento pubblicato dal
Comitato per la vita sacerdotale e ministeriale dei Vescovi degli U. S. A.,
mentre offre riflessioni sulla morale dei preti, afferma:
"Nonostante il chiaro
insegnamento della Chiesa, sembra che la fonte dello scoraggiamento di alcuni
sacerdoti consista nel fatto che alcune soluzioni alla scarsità del clero siano
vietate alla discussione e che non tutte le soluzioni pastorali e le opzioni
possano essere esplorate. Lo scoraggiamento viene dall'acuta consapevolezza dei
preti che alcune possibili vie di aiuto non sono affatto considerate e
discusse. Quello più comunemente riferito è l'ordinazione di uomini sposati,
l'uso effettivo di preti laicizzati e ruoli attribuiti alla donne nel
ministero".
Non dobbiamo spaventarci di tali
vicende. L'essere incapaci di discuterle tra noi può avere più un segno di
timore che di obbedienza. La vera obbedienza significa ascoltare.
Questi incontri devono pure
condurre ad un rinnovamento della predicazione e, per i sacerdoti, ad una
migliore amministrazione del sacramento della Penitenza. Papa Benedetto XI
scrivendo ai suoi confratelli riuniti nel Capitolo Generale di Tolosa nel 1204,
ricordava loro l'importanza dello studio, della frequente predicazione e
dell'ascolto delle confessioni. Settecento anni dopo questo consiglio permane
sempre applicabile. Possiamo aiutarci a vicenda nel divenire migliori
predicatori, confessori e studenti.
La formazione permanente dovrebbe
essere vista non soltanto come l'acquisizione di un conoscenza oppure
l'abilitazione alla pratica di un apostolato individuale.
Dovrebbe bensì essere l'occasione,
per un confratello, di nuove specializzazioni di apostolato in Provincia. Per
qualcuno che da tempo ha finito gli studi formali può essere difficile
riacquistare l'abito dello studio. Lo scoraggiamento è frequente. La difficoltà
di confrontarsi con le nuove idee è più probabile che sia accettata se questa
acquisizione è vista come un'apertura e partecipazione a progetti comuni
nell'Ordine.
Dobbiamo fidarci dei doni degli uni
e degli altri. I Superiori siano disposti a credere che i loro fratelli hanno
da offrire più di quanto essi stessi pensino.
Prego ancora una volta di
considerare la possibilità di un "tempo sabbatico" di rinnovamento.
Posso dire, senza alcun dubbio, che quelle Province e Vicariati che hanno
incoraggiato i confratelli a realizzare programmi sabbatici, sono le più sane
dell'Ordine. A questo riguardo le necessità dei fratelli sono diverse giacché
per alcuni l'esigenza può essere più di rinnovamento spirituale che di
aggiornamento negli studi.
Molti fra noi hanno paura delle
esigenze del rinnovamento e della loro incapacità ad affrontare un tale
"tempo". Abbiate fiducia in voi stessi! In questo cammino non siete
soli.
Sinceramente vostro in San
Domenico.
P. Damian Byrne, O. P.
Maestro dell'Ordine
Roma, 18 novembre 1991