Gli
elementi essenziali
della
vita Comunitaria Domenicana
Lettera
del Maestro dell’Ordine P. DAMIAN BYRNE
Cari
Fratelli,
attraverso
le mie visite all'Ordine in tutto il mondo, ho acquisito l'evidenza che ciò che
ci necessità maggiormente in questo tempo, è intensificare la nostra.
comprensione e pratica degli elementi essenziali della nostra vita di comunità.
La
nostra vita di comunità, come del resto lo studio, in se stessa non è un fine.
La Costituzione fondamentale § II ci ricorda che l'Ordine « specialiter ob
praedicationem et animarum salutem ab initio noscitur institutus fuisse ». Ci
ricorda che abbracciamo la vita degli apostoli come mezzo per conseguire la
salvezza « ex abundantia contemplationis » (LCO 1, IV).
Vorrei
sottolineare due motivi della nostra attuale situazione di vita comunitaria:
a.
Dopo gli orientamenti del Concilio e degli ultimi Capitoli generali dell'Ordine,
sono state messe in discussione alcune strutture della Chiesa e dell'Ordine.
Questo ha portato con sé anche un ripensamento circa le strutture della nostra
vita comunitaria.
Come
conseguenza, alcune di esse sono state abolite o ignorate, giacché non avevano
‑ si diceva ‑ alcun senso per noi. E tuttavia, a volte, abbiamo pure
scordato i soggiacenti valori del Vangelo e della vita regolare, che quelle
strutture racchiudevano e promovevano in passato. Non si tratta ora di ritornare
alle vecchie strutture, ma di riaffermare chiaramente i valori essenziali della
nostra vita, come si incontravano nelle nostre costituzioni e tradizioni, oltre
che nell'insegnamento della Chiesa.
Sarà
necessario dunque, a livello personale, comunitario, provinciale e dell'Ordine
intero giungere a quelle strutture necessarie, che ci permettano di mantenere ed
essere coerenti con quei valori della vita di comunità.
b.
Un secondo fattore che milita contro la vita comunitaria è il grande bisogno
sentito nella Chiesa nel campo pastorale: le molte richieste che ci vengono
poste in questo senso, e che ci riguardano sia come individui sia come comunità.
Noi
non possiamo certo risolvere tutti i problemi pastorali della Chiesa, e se lo
facessimo, ciò avverrebbe con grave scapito della nostra appartenenza alla
comunità. Il nostro miglior servizio alla Chiesa in quanto religiosi è
precisamente quello di essere fedeli al nostro carisma di predicazione, che
deriva dalla vita comunitaria. Sebbene non siamo monaci e gli ultimi Capitoli
generali abbiano insistito sulle osservanze regolari più che:su quelle
monastiche, tuttavia è vero ciò che il P. Congar dice: « Nella vocazione
domenicana esiste un'impronta marcata dello spirito monastico » (Appelés á
liberté, p. 3). Nel nostro pregiudizio, noi ignoriamo questa impronta.
Siamo
pellegrini nella fede. Nessuno di noi è giunto alla fine del suo
pellegrinaggio. Tutti possiamo aiutarci nel viaggio che stiamo facendo insieme.
Per questo motivo, in comunione col Consiglio generalizio, vi propongo sei
aspetti della vita comunitaria domenicana, allo scopo di riflettervi e di
realizzarli.
1.
Preghiera
Il
rinnovamento della nostra vita di comunità comporta che, passando sopra ogni
altra cosa, le nostre comunità siano anzitutto comunità di preghiera. La vita
di preghiera era parte essenziale della vita di S. Domenico e la sorgente della
sua appassionata predicazione ed evangelizzazione. Diceva Giovanni Paolo II,
parlando ai religiosi: « La preghiera possiede un valore e un frutto spirituale
maggiore dell'attività più intensa, compresa l'attività apostolica. La
preghiera è la sfida più urgente che il religioso deve lanciare ad una società,
nella quale l'efficienza è diventata un idolo, sul cui altare si sacrifica
spesso la dignità umana... Le vostre case siano anzitutto centri di preghiera».
Abbiamo
l'urgenza di rinnovare la convinzione sulla necessità nostra e altrui della
preghiera. Fa sorridere il fatto di essere occupati nel lavoro del Signore,
tanto da dimenticarci del Signore del lavoro. Quanti potrebbero dire questo
della loro vita! La celebrazione della ,liturgia dev'essere il centro e il cuore
della nostra vita comunitaria. «Per decisione propria di S. Domenico, la
celebrazione solenne e comune della liturgia deve essere considerata come uno
degli obblighi principali della nostra vocazione » (LCO 57).
Nella
celebrazione giornaliera dell'Eucarestia si fa presente e si realizza il mistero
della Salvezza. La preghiera liturgica e personale e l'evangelizzazione
permanente della nostra vita è una conseguenza della contemplazione della
Parola di Dio. Essa ci rende continuamente coscienti della verità contenuta
nella Parola: « Senza di me non potete fare nulla, con me potete tutto ». Solo
una vita di preghiera ci può preparare nella predicazione ad un mondo
secolarizzato, per il quale il Vangelo è pazzia.
Il
ritmo frenetico della vita, che esiste in molte parti del mondo, si infiltra
nella nostra vita e così abbiamo difficoltà a trovare il tempo per la
preghiera. Alcuni riescono a impregnare il loro lavoro di preghiera; altri
invece necessitano per temperamento di un certo clima per poter pregare.
Il
P. Congar ha detto che lo studio della Teologia va unito inseparabilmente alla
celebrazione della liturgia: « Per me le due costituiscono una stessa unità ».
La nostra fedeltà alla liturgia è proporzionata all'importanza che diamo alla
celebrazione o alla presenza giornaliera all'Eucarestia e all'Ufficio divino. «
L'Ufficio liturgico è costituito essenzialmente dai salmi. Svolgono un compito
importante nella mia vita... Sono preghiere che allo stesso tempo ci insegnano a
pregare »(Appelés á liberté, p. 3).
Oltre
alla preghiera comune, ciascuno abbisogna di spazio per creare il silenzio
interiore e rimanere soltanto con Dio, spazio che ci permette di esclamare ogni
giorno: « Desidero stare con te ». S. Domenico si rivolgeva frequentemente a
chi lo accompagnava dicendogli: « Va un po' più avanti e pensiamo al Signore
».
Anche
noi dobbiamo cercare un simile spazio nella nostra vita, per restare soli con
Dio. Questo è più importante di qualsiasi attività apostolica.
E'
sempre più frequente che le comunità celebrino la preghiera comune insieme con
i fedeli. Celebrata così, essa è certamente preghiera della Chiesa. Anche se
ogni comunità deve adattare il suo modo di pregare alle caratteristiche del
luogo.
2.
Vita comune e condivisione nella fede
Cristo
è il centro della nostra vita comunitaria, e tuttavia questo non appare
chiaramente tra noi. Spesso siamo capaci di condividere le nostre idee, le cose
del pensiero, ma non ci riusciranno in ciò che riguarda la fede, le cose del
cuore. Oggi noi dobbiamo far fronte a tante sfide, non è sufficiente dar per
scontato che tutti possediamo la fede. Dobbiamo proclamare Cristo apertamente.
Per
superare certi blocchi e condividere la fede in comunità, è importante
ricordare che nessuno di noi possiede il monopolio della verità. Dobbiamo
apprendere gli uni dagli altri (LCO 100) e predicare gli uni agli altri. Le
nostre costituzioni segnalano l'obbligo dei priori di predicare alla comunità.
Però
non dovremmo possedere tutti il valore del predicare in comunità? Non dovremmo
propiziare le occasioni perché si parli alla comunità? Anche i giovani
dovrebbero condividere la loro fede, durante la liturgia delle ore o durante
celebrazioni speciali di nostre feste domenicane.
Dovremmo
avere delle riunioni per preparare l'omelia della domenica, studiare un tema di
attualità o informare la comunità della nostra attività apostolica e in
questo modo condividere la fede. L'ultimo punto ‑ partecipare le nostre
esperienze apostoliche ‑ è tuttavia più difficile, poiché molti di noi
lavorano fuori convento. E' un'opera di carità comunicare la propria fede, ma
non dovremmo cominciare da noi stessi?
Non
insisterò mai troppo sul fatto che si prenda sul serio questo aspetto della
vita comunitaria. Molti religiosi, specialmente i giovani, desiderano questo
modo di condividere la fede. Non siamo entrati nell'Ordine per vivere come
uomini di fede? E' urgente che comunichiamo gli uni agli altri la ricchezza
della fede.
3.
Vita comunitaria e studio.
Uno dei grandi vantaggi delle nostre Case di studio è il fatto che si offrono
molte opportunità ai professori e agli studenti di condividere la loro vita
comune nel contesto delle studio. Attraverso contatti formali e informali, essi
hanno l'opportunità di discutere e chiarire aspetti della fede. Per molti
questo è il tempo nel quale, per mezzo dello studio, possono vivere la
dimensioni dell'unità.
Questo
è ancora più evidente nella formazione pastorale degli studenti, che ci
avvicina alla vita del popolo di Dio per mezzo del ministero. Nell'attuale
nostro processo formativo questa attività non sole si raccomanda ma si esige;
non per scansare lo studio, bensì per aiutare a vivere insieme lo studio e il
ministero.
Il
metodo della riflessione come processo integrale del ministero non è qualcosa
che si apprende facilmente. Dovrebbe esistere ‑un cammino graduale nel
dedicarsi al ministero, accompagnato da una formazione teologica solida. Ogni
ministero dovrebbe poter contare su d una pianificazione e una valutazione, in
ordine al suo progresso.
E'
triste che un certo numero di religiosi maturi delle nostre comunità abbiano
perduto la consapevolezza della relazione che deve esistere tra studio,
ministero e comunità. Non possiamo ridurre la nostra formazione permanente a
studi o letture private; essi infatti d loro natura sono a carattere
comunitario.
Riunirci
in comunità per condividere esperienze di apostolato c riflettere insieme sul
loro significato nella fede può essere un principio Letture su di un tema
comune discusse in comunità, può essere un altro mezzo.
Le
biblioteche conventuali sono un'ulteriore fonte di rinnovamento della vita
comune attraverso lo studio. Una biblioteca ben fornita È necessaria alla
comunità. Dà pena visitare le biblioteche di alcune comunità e vedere che ci
sono così pochi libri nuovi.
4.
Correzione fraterna
La
nostra legislazione ha dato sempre grande importanza alla correzione fraterna,
che anticamente era parte del capitolo regolare delle casa. Sebbene la forma del
capitolo conventuale sia cambiata. le Costituzioni continuano a mantenere la
necessità della correzione fraterna
Il
Capitolo di Bogotà ha scelto che nella comunità si tenga una
chiacchierata‑dialogo, che potrebbe stimolare la nostra vita comunitaria e
apostolica. Le Costituzioni del 1968 confermano questo orienta mento (LCO 7, I)
e aggiungono: «Aliquoties in anno pariter babeatut capitulum regulare in quo
fratres, modo a capitulo conventuali determinato, examinent fidelitatem suam
erga missionem apostolicam conventus et vitam regularem atque aliquam
paenitentiam faciant. Hac occasione superior exbortationem circa vitam
spiritualem et religiosarr necnon opportunas admonitiones et correctiones facere
potest » (LCC 7, II).
In
alcuni luoghi non si celebra mensilmente il 'colloquium' prescritto in LCO 7, I.
Tuttavia l'esperienza degli ultimi anni suggerisce la necessità di rafforzare
la pratica del dialogo fraterno rispetto alla fedeltà della comunità ai suoi
impegni apostolici e alle osservanze comuni.
E'
necessario che le riunioni comunitarie ricuperino i valori perduti. Le nostre
riunioni dovrebbero essere un'occasione per esaminare ,la qualità della nostra
vita religiosa e del lavoro apostolico, in una atmosfera di dialogo sincero,
tale che ciascuno possa partecipare i suoi problemi ed esperienze alla luce
della fede e in questo modo aiutarsi mutuamente con consigli e incoraggiamenti.
Affinché
questo possa realizzarsi è necessario che tali riunioni abbiano un autentico
carattere religioso e non cadano nell'abitudine o nel formalismo. La riflessione
sulla Parola dì Dio e la preghiera possono aiutarci a capire che Dio è in
mezzo a noi. Dobbiamo anche rispettare la 'creatività' delle altre comunità,
ma senza lasciare nulla all'improvvisazione. L'Ordine in quanto tale potrebbe
considerare l'opportunità di pubblicare una REGOLA che aiuti la celebrazione di
queste riunioni.
A
molti la correzione fraterna può ricordare i passati capitoli delle colpe. Si
richiede grande delicatezza. Di S. Domenico si dice che, quando doveva parlare
con qualcuno, le sue parole erano così dolci « che quanto diceva »era
accettato « con pazienza e attesa ».
Se
viviamo uniti in comunità, siamo responsabili gli uni degli altri. Quanti
problemi giungono ad un punto critico perché abbiamo trascurato l'aiuto
fraterno o perché decidiamo di darlo quando è troppo tardi! Ma chi di noi
trascurerebbe di offrire un aiuto ad un fratello o sorella che necessita
urgentemente di cure mediche?
Un
altro aspetto di questo tema è la necessità delle visite canoniche. In molte
Province esse hanno il carattere della pura formalità. Ebbene, non eseguirle
nella dovuta maniera intacca la qualità della nostra vita. E' un errore
ometterle. Racchiudono molta sapienza le ordinazioni delle nostre costituzioni
su questo punto. Le Province nelle ,quali la visita canonica è stata fatta con
serietà, lo lasciano vedere nella vita dei loro religiosi.
Frank
Sheed nel suo libro « To Know Christ Jesus » scrive: « Colui che comanda deve
servire: c'è Per questo. Se qualcuno dei comandati è ribelle alla sua guida,
delle sforzarsi di conquistarlo ragionando con lui e per lui, in presenza di
altri, citandolo ufficialmente davanti alla Chiesa (cf. Mt. 18, 15-17) ».
5.
La testimonianza della nostra vita. I voti
Si
desidera che la nostra vita sia testimonianza del Regno e che i nostri voti
siano atti pubblici di consacrazione. Se è così. la nostra vita deve
testimoniare tale consacrazione. Questo è ciò che i fedeli si attendono da
noi. Tuttavia, non deluderemo le loro speranze con il modo con cui viviamo
l'obbedienza, la povertà e la castità? Permettetemi queste riflessioni su
alcuni aspetti particolari dei nostri voti.
Obbedienza.
Obbedienza è ascoltare Dio che ci parla direttamente e attraverso gli altri.
Obbedienza significa anche ascoltare la comunità ed essere fedeli al cammino
comunitario fino alla santità. Questo ha una particolare attualizzazione oggi.
Quando uno di noi Predica, è la comunità che predica. Così, per esempio,
qualora prendiamo un atteggiamento in materia di giustizia o di moralità, tale
atteggiamento dovrebbe essere esaminato prima in comunità. Quanto danno ‑
e scandalo ‑ potrebbe essere evitato ai fedeli se sottomettessimo
all'esame della comunità le nostre idee, relative ai problemi dibattuti. Noi
domenicani esaltiamo i nostri profeti. I più grandi tra questi furono coloro la
cui predicazione e lavoro nacquero nella comunità e furono appoggiati dalla
comunità intera. Sto riferendomi ad Antonio de Montesinos e a Las Casas. Anche
i profeti devono sottomettersi all'obbedienza.
Un
altro aspetto oggi che necessita di riflessioni è il nostro atteggiamento verso
le osservanze della comunità. Quanto facilmente possiamo appartarci e
dispensarci dagli esercizi della comunità, di modo che impercettibilmente
giungiamo a trovarci emarginati dentro la comunità. In questi casi, quale
volontà stiamo seguendo, quella di Dio o la nostra?
Povertà.
Abbiamo fatto professione di povertà, ma paradossalmente sfruttiamo una
situazione di sicurezza che la grande maggioranza della gente non ha. La
preoccupazione della nostra sicurezza potrebbe facilmente allontanarci dal
lavoro apostolico. Questo lo noto in un certo numero di luoghi. Io sospetto che
l'insistenza di Domenico nel vivere dipendente, era intimamente legata al suo
desiderio di libertà apostolica. Vivere in totale dipendenza rende possibile ciò
che è impensabile. Per noi domenicani esiste una connessione tra i voti e la
predicazione. I voti ci danno libertà per predicare, autenticano la nostra
predicazione.
Nel
suo discorso al Consiglio generalizio straordinario, nel maggio 1970, il P.
Aniceto Fernández diceva: « La povertà è un tema sul quale si parla molto,
ma nella pratica, compresa la vita privata, non esistono segni di povertà né
nel vestito, né nel vitto, né nel sonno o nell'uso delle macchine o nel fare
viaggi o in altre cose totalmente superflue ». Ebbene, è mutato qualcosa negli
anni seguenti?
Oggi
possiamo essere facilmente vittime di quel fenomeno universale che è il
consumismo. Questo impone a tutti noi l'obbligo della responsabilità.
E'
necessario chiederci costantemente in quale modo usiamo le cose materiali: che
testimonianza diamo nei nostri edifici, nella nostra mensa, nei nostri vestiti,
ricreazione, vacanze. E' pure necessario che aiutiamo coloro che amministrano i
beni della comunità, e questi da parte loro devono essere coscienti che il
denaro che amministrano non è di loro proprietà, bensì di tutti e che devono
rispondere di esso.
Castità.
Per molte persone è la testimonianza più importante della nostra vita
religiosa. Una volta di più la nostra condotta dev'essere in consonanza con la
nostra consacrazione. Tutto ciò che è lecito, non sempre è opportuno.
Un
aspetto di questa consacrazione che desidero toccare è questo. Noi abbiamo
donato a Dio il santuario più intimo del nostro cuore, ma sperimentiamo allo
stesso tempo altre esigenze. Egli ci ha fatti di tal forma che un'ampia area
della nostra vita è accessibile agli altri e desiderata dagli altri. Tutti
abbiamo bisogno di sperimentare l'interesse autentico degli altri membri della
comunità, il loro affetto, la stima, la compagnia. Qualcuno potrebbe Pensare
che Dio basti, però abbiamo visto a ragione che Dio ci ha fatto così perché
abbiamo bisogno di qualcosaltro, oltre la preghiera e la rinuncia. Necessitiamo
di aria, cibo, sonno, educazione. Ma soprattutto di amore. In quale momento
della nostra peregrinazione terrena sospendiamo di essere umani? La vita
trascorsa insieme ha senso nel condividere pure insieme il pane delle nostre
menti e dei nostri cuori. Quando il religioso non incontra tutto questo nella
comunità purtroppo va a cercarlo altrove.
6.
Prendere delle decisioni
La
nostra mutua responsabilità ci porta ad accettare le responsabilità della
nostra comunità. Tutti siamo responsabili del cammino armonioso della comunità
e questo senso della responsabilità si fa tanto più acuto, quanto più ci
compromettiamo nel prendere le decisioni.
Le
Costituzioni ci propongono un certo numero di strutture, appunto ordinate a
facilitare questo coinvolgimento decisionale: i Capitoli generali e provinciali,
il Consiglio e il Capitolo della casa. E tuttavia, nessuno di questi ci porterà
ad un progetto o ad una missione comune se non sono realizzati nel modo dovuto.
Non
dirò mai abbastanza sulla necessità di attuare secondo la regola di incontri
di comunità, che contribuiscono a creare quella coscienza collettiva di comunità
che conduce al 'consensus'. In questo processo collettivo il priore è primo tra
uguali. Dobbiamo sempre tener presenti le differenze tra la democrazia civile e
la nostra. Nelle democrazie civili il potere sta nel voto della maggioranza
assoluta, e un voto può determinare una decisione. Nel sistema democratico
domenicano la nostra meta è raggiungere una sola mente e un cuore solo, al fine
di arrivare ad un 'consensus' più ampio possibile. Esso infatti consegue un
peso ben maggiore della maggioranza assoluta. «Questo sforzo nel raggiungere
l'unanimità, ‑ diceva il P. V. de Couesnongle sebbene non sempre essa si
realizzi, è garanzia sicura della presenza dello Spirito Santo e, di
conseguenza, è un cammino più sicuro per scoprire la volontà di Dio » .
Si
è anche detto che allo stesso tempo « i religiosi maturi sperimentano la
comunità come unico (e, a volte, come contrario) centro di giudizio e di
decisione ». Domenico aveva la capacità di non essere d'accordo con gli altri
e di permettere agli altri di non essere d'accordo con lui.
I
nostri Capitoli conventuali saranno inutili se li consideriamo soltanto come
riunioni legali o luoghi per discutere. Questo atteggiamento lo possiamo
superare cominciando i nostri Capitoli come fossero una preghiera, in spirito di
riflessione e di apertura allo Spirito Santo.
In
secondo luogo, come parte di questa nostra riflessione silenziosa e di questa
preghiera, noi possiamo concederci il tempo di riconoscere i nostri difetti di
fronte alla vita comunitaria.
Molti
elementi possono coalizzarsi contro questo modo di procedere. I più importanti
sono: l'individualismo esagerato, l'apatia e la paura che può accompagnare il
prendere le decisioni. D'altra parte dobbiamo impostare queste riunioni con la
dovuta informazione e prendendo il tempo sufficiente per concludere. Da ultimo,
dobbiamo anche trovare la forza di accettare l'obbedienza che ci impongono le
decisioni comunitarie.
Un
aspetto di questo fatto è la disponibilità nell'accettare responsabilità
dentro la comunità. Esiste quasi dappertutto un rifiuto ad accettare posti di
responsabilità. L'elezione ad un ufficio particolare non dovrebbe mai essere
rifiutata, a meno che esistano gravissime ragioni. Da parte nostra, quando
elegiamo qualcuno, dobbiamo anche aiutarlo.
7.
Costruendo la comunità
Ogni
comunità deve avere un ritmo di osservanza che tenga conto anche dello scambio,
avendo presenti le necessità personali e i ministeri che svolgiamo. Senza
dimenticare però che ci siamo consacrati alle necessità degli altri.
Il
« cor unum » ci spinge a vivere insieme, sebbene siamo di opinioni e
attitudini differenti. Una comunità nella quale tutti siano d'accordo con tutti
non esiste. E' necessaria la mutua comprensione, la tolleranza e la disposizione
a sopportarci. Ci sono alcuni che sono disposti a convivere solo con i propri
amici; esistono comunità che escludono le persone di mentalità e attitudine
diverse. Cosa resta della vita religiosa se scegliamo con chi vivere? Questo non
è nemmeno cristiano.
A
tutto questo segue subito il problema della ricreazione personale e comunitaria.
Parlando al mondo del lavoro, Giovanni Paolo II diceva: « La Sacra Scrittura,
così come insegna la necessità del lavoro, insegna anche la necessità del
riposo ». Nella lettera ai membri della sua Provincia, un Provinciale domanda:
« In quale misura incide la televisione nella qualità del tempo che passiamo
insieme e come si vivrebbe la fraternità senza di essa? Non abbiamo perduto
forse qualche valore importante in questo periodo di rinnovamento?
Concretamente, perché molti di noi fanno un'esperienza di fraternità fuori e
non dentro la comunità? Se puntiamo molto sull'aspetto apostolico della nostra
vita, ciò non andrà a spese della nostra fraternità? E quale prezzo poi dovrà
pagare lo stesso apostolato? ».
Infine,
dobbiamo sforzarci di costruire comunità di speranza. Se predichiamo
misericordia, dobbiamo anche poter ricevere misericordia e manifestare
vicendevolmente misericordia dando testimonianza della speranza che è in noi.
Le parole di Paolo VI nella « Evangelica testificatio » continuano ad essere
fonte di ispirazione per la nostra vita. Egli dice: « Pur se imperfetti, come
ogni cristiano, voi intendete tuttavia creare un ambiente atto a favorire il
progresso spirituale di ciascuno dei suoi membri. Come si può raggiungere
questo risultato, se non approfondendo nel Signore i vostri rapporti, anche
quelli più ordinari, con ciascuno dei vostri fratelli? La carità ‑non
dimentichiamolo - dev'essere come un'operosa speranza di quanto gli altri
possono divenire con l'ausilio del nostro sostegno fraterno. Il segno della sua
autenticità si riscontra nella lieta semplicità, con la quale tutti si
sforzano di comprendere ciò che sta a cuore a ciascuno. Se alcuni religiosi
danno l'impressione di essersi lasciati spegnere dalla loro vita comunitaria,
che avrebbe dovuto invece farli espandere, ciò non avviene forse perché manca
in essa, questa cordialità comprensiva, che alimenta la speranza? E' indubbio
che lo spirito di gruppo, i rapporti di amicizia, la collaborazione fraterna in
un medesimo apostolato, al pari del sostegno vicendevole in una comunanza di
vita, scelta per un migliore servizio del Cristo, siano altrettanti coefficienti
preziosi in questo quotidiano cammino » (n. 39).
Con
i miei migliori auguri, vostro fratello minore nel Santo Padre Domenico,
Roma,
da S. Sabina, 25-11-88
Fr.
Damian Byrne
Maestro dell'Ordine