Lettera
all’ Ordine di Fr. Timothy Radcliffe, O.P.
LA
PROMESSA DI
VITA
“Io
sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10)
1.
La Vita Apostolica
1.1 Una
vita totalmente aperta
1.2 Il
lavoro nella società contemporanea
1.3 Il
deserto della mancanza di significato
1.4 Comunità
di vita apostolica
2. La Vita Affettiva
2.1 In
questo sta l’amore
2.2 “Nessuno ha un amore più grande di questo:dare la vita per i propri
amici”
2.3
Sesso, corpi e desiderio
2.4
Come possiamo sostenerci a vicenda?
3. La
Vita di Preghiera
3.1 Comunità
della Parola
3.2 Comunità
di celebrazione e silenzio
3.3
Il deserto della morte e resurrezione
LA PROMESSA
DI VITA
“Io sono venuto perché
abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”
(Gv
10, 10)
Quando
San Domenico diede l’abito ai frati, promise loro “il pane della vita e l’acqua del cielo”.[1]
Se vogliamo essere predicatori di una parola che da la vita, dobbiamo trovare il
pane della vita nelle nostre comunità. Ci aiutano esse a fiorire o soltanto a
sopravvivere?
Poco dopo essere entrato nell’Ordine, la mia Provincia
fu visitata da fra Aniceto Fernández, allora Maestro dell’Ordine. Egli mi
fece solo una domanda, quella tradizionale di tutti i Visitatori: “Sei
felice?” Mi sarei aspettato qualche domanda più profonda, sulla predicazione
del Vangelo oppure sulle sfide che la Provincia doveva affrontare. Mi rendo
conto ora che questa è la prima domanda che dobbiamo porre ai nostri
confratelli: “Siete felici?” C’è una felicità nel vivere da Domenicano,
che è la sorgente della nostra Predicazione. Non è una illimitata allegria, né
un’inarrestabile bonomia. È una felicità che include la capacità di
rattristarsi. Una felicità che può anche non esserci per un po’ di tempo, o
anche per lungo tempo. È come un assaggio di quell’abbondanza della Vita che
noi predichiamo, la gioia di coloro che hanno cominciato a condividere la vita
stessa di Dio. Dovremmo essere capaci di sentirne il diletto perché siamo figli
del Regno. “Il diletto è il carattere
intrinseco della vita beata e della vita che, per un dono dello Spirito Santo,
è sulla via della beatitudine.”[2]
Quando cantiamo a San Domenico concludiamo pregandolo Nos
iunge beatis. Congiungici ai beati. Ci auguriamo di poter partecipare ora un
barlume della loro felicità in Cielo.
Se vogliamo costruire comunità nelle quali vi sia
abbondanza di vita, allora bisognerà riconoscere chi e che cosa significa
per noi essere vivi, come uomini e donne, fratelli e sorelle, e come
predicatori.
Non siamo angeli. Siamo esseri dotati di passioni, mossi
da desideri animali per il cibo e l’accoppiamento. Questa è la natura che la
“Parola di Vita” ha accettato quando ha assunto la natura umana. Noi non
possiamo fare da meno. Il cammino verso la santità comincia da qui.
Ma fummo creati da Dio a sua immagine, destinati
all’amicizia con Lui. Siamo capax Dei,
affamati di Dio. Vivere significa per noi imbarcarsi nell’avventura che ci
conduce verso il Regno.
Abbiamo bisogno di comunità che ci sostengano nel
cammino. Il Signore ha promesso: “Vi
toglierò il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,26).
Abbiamo bisogno di fratelli e sorelle che stiano con noi quando i nostri cuori
sono affranti e inteneriti.
Ogni persona saggia ha sempre saputo che non c’è
cammino, che conduce alla vita, che non passi attraverso il deserto. Il viaggio
dall’Egitto alla Terra Promessa passa attraverso il deserto. Se vogliamo
essere felici e pieni di vita, dobbiamo fare quella strada. Abbiamo bisogno di
comunità che ci accompagnino in quel viaggio e ci aiutino a credere che, quando
il Signore conduce Israele nel Deserto, è perché Egli “possa parlargli teneramente” (Os 2, 16). Forse per questo tanti
hanno lasciato la vita religiosa durante gli ultimi trent’anni, non perché
essa era più dura di prima, ma perché abbiamo perso di vista che le notti
oscure fanno parte della nostra rinascita come di persone che vivono con la
gioia del Regno. Così le nostre comunità dovrebbero essere non soltanto
“luoghi” ove sopravvivere solamente, ma posti dove trovare cibo per il
nostro cammino.
Per usare una metafora che ho già sviluppato altrove,[3]
le comunità religiose sono come un sistema ecologico, fatte apposta per
sostenere strane forme di vita. Una rana di una rara specie ha bisogno di un
appropriato ecosistema per prosperare, e riuscire a riprodursi dalle uova i
girini sino alle rane adulte, nonostante tutte le difficoltà. Se la rana è
minacciata di estinzione, allora si deve costruire per essa un ambiente
appropriato, con il cibo, gli stagni e il clima adatto nel quale essa possa
prosperare. Anche la vita Domenicana richiede il suo ecosistema appropriato, se
vogliamo viverla pienamente e predicare una parola di vita. Non basta parlarne;
dobbiamo progettare e costruire attivamente tali ecosistemi domenicani.
Questa è, innanzitutto, la responsabilità di ciascuna
comunità. Sta ai fratelli e alle sorelle che vivono insieme creare comunità
nelle quali possiamo non solo vivere ma prosperare, offrendo gli uni agli altri “il
pane della vita e l’acqua del cielo”. È questo lo scopo principale del
“progetto comunitario” proposto dagli ultimi tre Capitoli Generali. Questo
potrà avvenire se abbiamo il coraggio di parlarci su quello che ci sta più a
cuore come esseri umani e come domenicani. La mia speranza è che questa lettera
all’Ordine possa aprire la discussione di alcuni aspetti della vita
Domenicana. Rivolgerò la mia attenzione alla vita
apostolica, la vita affettiva e
la vita di preghiera. Non sono tre
parti di ciascuna vita (Vita Contemplativa: dalle 7 alle 7, 30; Vita Apostolica:
dalle 9 del mattino alle 5 del pomeriggio; e la Vita Affettiva?). Esse
appartengono alla pienezza di ogni vita che è veramente umana e domenicana.
Nicodemo domanda: “Come uno può rinascere?” Questa è anche la nostra
domanda: Come possiamo aiutarci a vicenda, dovendo affrontare una
trasformazione, in modo da diventare apostoli di vita.
Non ogni comunità sarà capace di rinnovarsi, e
conseguire l’ideale previsto dalle nostre Costituzioni e dai recenti Capitoli
Generali. La provincia dovrà perciò sviluppare un programma di graduale
rinnovamento delle comunità nelle quali i confratelli possano fiorire. È solo
a queste comunità che i giovani confratelli dovrebbero essere assegnati. Essi
porteranno la semente della vita domenicana futura. A meno che non faccia dei
programmi per costruire comunità di questo tipo, la provincia morirà. Una
provincia con tre comunità nelle quali i confratelli fioriscono nella loro vita
domenicana ha un futuro, con la grazia di Dio. Una provincia con venti comunità
nelle quali soltanto si sopravvive non può avere futuro.
1. LA VITA APOSTOLICA
1.1
Una
vita totalmente aperta
La vita domenicana è in primo luogo apostolica. Questo può
essere inteso nel senso che un buon domenicano è sempre occupato, impegnato in
“apostolati”. Eppure la vita apostolica non è tanto ciò che facciamo
quanto quello che siamo, ossia coloro che sono chiamati a “vivere la vita degli Apostoli nella forma concepita da San Domenico”.[4]
Quando Diego incontrò i delegati Cistercensi mandati a predicare agli Albigesi,
disse loro : “Andate con umiltà
seguendo l’esempio del nostro amoroso Maestro, insegnando e facendo quello che
insegnate, viaggiando a piedi senza argento né oro, imitando in tutto la vita
degli apostoli”. [5]
Essere apostoli significa avere una vita, non un lavoro.
E la prima caratteristica di questa vita apostolica è di
condividere la vita del Signore. Gli apostoli sono coloro che lo accompagnarono “per
tutto il tempo che il Signore visse in mezzo a noi”
(At 1,21). Essi furono chiamati da lui, camminarono con lui, lo
ascoltarono, riposarono e pregarono con lui, conversarono con lui, e furono
inviati da lui. Essi condivisero la vita di colui che è l’Emanuele, “Dio
con noi”. Il culmine di quella vita fu la condivisione
dell’Ultima Cena, il sacramento del pane della vita. Anche se uno di
loro se ne andò presto, perché aveva troppo da fare.
La vita apostolica è perciò per noi più che i vari
apostolati che facciamo. Yves Congar scrisse che la predicazione è una “vocazione
che ha la sostanza della mia vita e del mio essere”.[6]
Se le esigenze del nostro apostolato ci impediscono di avere il tempo per
pregare e mangiare coi nostri fratelli, per vivere insieme a loro, allora per
quanto impegnati possiamo essere, non saremo apostoli nel pieno senso della
parola. Meister Eckhart scrisse: “Le
persone non dovrebbero preoccuparsi tanto di quello che dovrebbero fare, bensì
piuttosto di quello che dovrebbero essere. Se noi e i nostri modi sono buoni,
allora quello che facciamo sarà splendido”.[7] Domenico era un
predicatore con tutto il suo essere.
Ma questa vita apostolica ci lacera. È questa la sua
sofferenza e la sorgente della sua fecondità. Perché la Parola di Dio, la cui
vita gli Apostoli condividono, si spinge fino a raggiungere tutto quello che è
il più lontano da Dio e lo abbraccia. Secondo Eckhart, la Parola resta una col
Padre mentre trabocca nel suo ardore dentro il mondo. Niente di umano le è
estraneo. La vita di Dio si schiude ed espande per creare uno spazio per tutto
quello che noi siamo: diventa come noi, in tutto fuorché nel peccato. Egli
prende su di sé i nostri dubbi e timori; egli entra dentro la nostra esperienza
di assurdità: quel deserto nel quale si perde ogni significato.
Sicché per noi vivere la vita apostolica pienamente
equivale ad accorgerci che anche noi siamo del tutto aperti e disponibili.
Essere un predicatore non è soltanto raccontare alla gente qualcosa su Dio. È
portare dolorosamente nell’intimo della nostra vita la distanza che c’è tra
la vita di Dio e quella che è molto lontano da lui, estraniata da lui e ferita.
Noi possiamo avere una parola di speranza solamente se riusciamo a gettare uno
sguardo dentro il dolore e la disperazione di coloro ai quali predichiamo. Non
abbiamo parole di compassione se non riconosciamo in qualche modo che le loro
mancanze e tentazioni sono anche nostre. Non abbiamo parole che danno
significato alla vita della gente, a meno che non siamo toccati noi stessi dai
loro dubbi e abbiamo gettato uno sguardo nell’abisso in cui si trovano. Penso
ad alcuni dei miei confratelli francesi che, dopo giornate di insegnamento
teologico e di ricerca, vanno sui marciapiedi durante la notte e incontrano le
prostitute, per prestare ascolto alle loro sventure e sofferenze e dir loro una
parola di speranza. Non c’è da stupirsi che noi Domenicani abbiamo, fin
dall’inizio, una cattiva reputazione! È il rischio della vocazione. Giordano
da Rivalto, nel Trecento, dice alla gente di non giudicare i frati troppo
severamente se essi sono un po’ “sudici”. Fa parte della nostra vocazione:
“Essere tra la gente, vedendo quello che
succede nel mondo, è impossibile per loro non sporcarsi un po’. Sono esseri
umani di carne e sangue come voi, e nel fiore della giovinezza: c’è da
stupirsi che essi siano così puliti come sono. Questo non è un luogo adatto
per dei monaci”! [8]
La vita apostolica non offre insomma uno stile di vita
equilibrato e sano, con buone prospettive di carriera. Perché ci squilibra e ci
fa pendere dalla parte più pericolosa. Se condividiamo la Parola di Dio in
questo modo, allora siamo totalmente svuotati ed aperti, in modo tale che ci sia
lo spazio e il silenzio per la nascita di una parola nuova, come se essa
risuonasse per la prima volta. Siamo persone di fede che si protendono a cuore
aperto verso quelli che non credono. A volte noi stessi non siamo sicuri di che
cosa questo significhi. Siamo come gli apostoli, che furono chiamati a raccolta
da Cristo, e andarono a piedi con lui a Gerusalemme, sapendo che lui solo aveva
parole di vita eterna. Eppure discussero chi tra loro fosse il più grande e
spesso non avevano nessuna idea su dove stavano andando.
La vita apostolica ci invita quindi a vivere una tensione.
Abbiamo promesso di costruire la nostra vita insieme ai nostri fratelli e
sorelle domenicane. “Per ciascuno di noi
d’ora in poi essere umani, essere noi stessi significa essere uno dei
confratelli predicatori; non abbiamo nessun’altra biografia”.[9]
Qui è la nostra casa e non possiamo averne nessun’altra. E tuttavia lo
slancio della vita apostolica ci spinge ad entrare in mondi differenti. Esso ha
condotto molti dei nostri fratelli nel mondo industriale, nel mondo delle
fabbriche e dei sindacati. Altri li ha condotti nelle università. Ci conduce
anche nel mondo cibernetico dell’Internet. Un nuovo progetto dei Domenicani
francesi, Jubilatio, ci conduce nel
mondo della gioventù. Un nuovo progetto nel Benin conduce nel mondo
dell’agricoltura ecologica. Questa tensione può lacerarci al punto che la
sola vita che abbiamo non è costruita o pianificata da noi; se però è
ricevuta come un dono, è “il pane di vita” che Domenico promise.
1.2.
Il lavoro nella civiltà contemporanea
Nella nostra società contemporanea, questa tensione può
facilmente diventare una semplice divisione. Possiamo diventare persone con due
vite, la nostra vita come Domenicani, nelle nostre comunità, e quella che
viviamo nel nostro apostolato. La causa di questo è il modo come oggi il lavoro
è concepito. Quando questo succede, la bella , dolorosa, feconda tensione che
si trova al cuore della vita apostolica si interrompe, e noi possiamo diventare
semplicemente delle persone che svolgono certi lavori, e alle quali capita anche
di ritornare a degli alberghi religiosi, per trascorrervi la notte. Vediamo
perché questa è una sfida particolare che dobbiamo affrontare oggi.
a)
La frammentazione della nostra vita
La società Occidentale contemporanea frammenta la vita. I
giorni di lavoro sono separati dalla fine della settimana, il lavoro dal tempo
libero, la vita lavorativa dalla pensione, almeno per quelli abbastanza
fortunati da avere un lavoro. Uno può essere insegnante di Storia durante il
giorno e un genitore durante la notte e un cristiano la domenica. Questa
frammentazione può renderci difficile vivere una vita unificata e integrata. I
Domenicani predicano in una varietà quasi infinita di modi. Siamo parroci e
professori, assistenti sociali e cappellani d’ospedale, poeti e pittori. In
quale modo viviamo questi
apostolati come frati, membri di nostre comunità, frati e suore che hanno dei
voti? Ricordo di essere rimasto scosso parlando con un giovane giornalista
domenicano che condivise con me le sue difficoltà di vivere nel mondo dei
media. Durante la giornata viveva in un mondo, con i suoi principi morali e il
suo proprio stile di vita. Di notte ritornava alla sua comunità religiosa. Come
poteva egli essere in una sola persona, un frate e un giornalista? Quando di
notte facciamo ritorno alla nostra comunità, allora come tutti gli altri
vogliamo lasciare fuori della porta i fardelli della giornata. Quello che
facciamo durante il lavoro è “un’altra vita”.
b)
La professionalizzazione del lavoro
Il lavoro è sempre più professionalizzato, anche per la
predicazione del Vangelo spesso si può diventare professionisti qualificati. Si
può anche ottenere un diploma in Predicazione o un dottorato in Pastorale.
Nessuno di quelli chiamati da Gesù ricevette un grado accademico in studi
pastorali. Non c’è nulla di male in tale professionalizzazione. Dobbiamo
essere professionisti e qualificati quanto quelli con i quali lavoriamo. Eppure
dobbiamo guardarci dalle seduzioni di diventare dei “professionisti”.
Esserlo, fa appartenere ad una classe sociale e procura una buona posizione. Ci
colloca ad un certo livello in una società stratificata. Ci fa avere una
particolare identità e ci invita a vivere in un certo modo. Come può tale
dottore, professore, parroco essere un mendicante, un frate o una suora
itinerante? La nostra professione ci confina dentro uno stretto sentiero, con la
sola prospettiva della promozione? Ci lascia liberi di accogliere le inaspettate
domande dei nostri fratelli e di Dio?
c) L’etica del lavoro
Finalmente, nella società Occidentale, l’etica del
lavoro ha trionfato. È essa che giustifica la nostra esistenza. La salvezza non
in virtù delle opere ma del lavoro. I disoccupati sono esclusi dal Regno di
Dio. Qualunque cosa possiamo predicare, è certo che l’attivismo febbrile, che
tanto spesso s’incontra nell’Ordine, potrebbe dare l’idea che talvolta
anche noi crediamo di salvare noi stessi in virtù di quello che facciamo. Noi
lodiamo Domenico come Praedicator Gratiae,
ma per quanto possiamo predicare che la salvezza è un dono, è questo
l’insegnamento secondo il quale viviamo? Viviamo come quelli per i quali la
vita, e la pienezza di vita, è un dono? È questo il modo di considerare i
nostri fratelli? Gareggiamo nel far vedere quanto siamo occupati e quindi quanto
importanti noi siamo?
1.3
Il Deserto della mancanza di significato
Essere un predicatore è avere la propria vita
potentemente aperta. Dobbiamo condividere in qualche modo l’Esodo della Parola
di Dio, che è uscito dal Padre per abbracciare tutto ciò che è umano. A volte
questo Esodo può condurci nel deserto, dove pare non vi sia nessuna strada che
conduce alla Terra Promessa. Potremo essere come Giobbe che siede su un mucchio
di letame e proclama che il suo Redentore vive. Soltanto che qualche volta siamo
solo seduti sul mucchio di letame. Se ci lasciamo prendere dai dubbi e dalle
credenze dei nostri contemporanei, allora ci troviamo in un deserto nel quale il
Vangelo non ha più nessun senso. “Egli
ha murato i miei sentieri” (Gb 19, 8).
La crisi fondamentale della nostra società è forse
quella del significato. La violenza, corruzione e dipendenza dalla droga sono
sintomi di una malattia più profonda, che è la fame per qualche significato
della nostra umana esistenza. Il farci predicatori Dio può condurci in quel
deserto. Là tutte le nostre certezze crollano e il Dio che abbiamo conosciuto e
amato sparirà. Dovremo allora condividere la notte oscura del Getsemani, quando
tutto sembra assurdo e senza senso, e il Padre sembra essere assente. Eppure, è
solo se ci lasciamo condurre là, dove niente ha più senso, noi possiamo udire
la parola della grazia di Dio offerta al nostro tempo.
“La Grazia si manifesta quando, facendoci strada
attraverso la disperazione, sfocia nella proclamazione della lode”.[10]
Messi davanti al vuoto, si può essere tentati di
riempirlo, con insulsaggini credute a metà, con surrogati del Dio vivo. Il
fondamentalismo che così spesso osserviamo nella Chiesa, oggi è forse la
spaventata reazione di coloro che si sono trovati al margine del deserto, ma non
hanno avuto il coraggio di tener duro. Il deserto è un luogo dove il silenzio
è terrificante, che possiamo sforzarci di soffocare proclamando a voce alta
delle formule dogmatiche con una terribile sincerità. Il Signore invece ci
conduce nel deserto per mostrarci la sua gloria. Perciò, dice Meister Eckhart: “Resisti,
non sottrarti al vuoto interiore che senti”.[11]
1.4
Comunità di vita apostolica
Come possono le nostre comunità sostenerci in questa vita
apostolica? Come possiamo sostenerci gli uni con gli altri quando un fratello o
una sorella si trova in quel deserto, quando non c’è più niente che abbia
significato?
a) L’apostolo
è uno che è inviato. Gli apostoli non avevano richiesto un lavoro! Diamo la
nostra vita all’Ordine perché esso possa inviarci in missione dove vuole.
Nella maggior parte delle comunità domenicane c’è il ritmo continuo di
uscire al mattino e rientrare di notte. Ma noi non usciamo per andare al lavoro
allo stesso modo di un professionista che esce di casa. È la comunità
che ci invia. E “al loro ritorno gli apostoli gli raccontarono quello che avevano
fatto” (Lc 9, 10). Stiamo noi ad ascoltare quello che i nostri confratelli
hanno fatto durante il giorno quando ritornano a casa sulla sera? diamo loro la
possibilità di condividere con noi le sfide che essi incontrano nel loro
apostolato? Eppure noi siamo nella parrocchia o nell’aula scolastica per loro,
nel loro interesse, come loro rappresentanti. La comunità è presente dove c’è
un fratello o una sorella.
Come può la preghiera che facciamo insieme, la mattina e
la sera, essere non soltanto l’adempimento comune di un obbligo, ma una parte
del ritmo della comunità che invia in missione i suoi membri e li accoglie al
loro ritorno? Preghiamo noi per i/con i nostri fratelli che svolgono il loro
apostolato? E se questo non avviene, come può la nostra comunità dirsi
apostolica? Può diventare soltanto un albergo.
Il Capitolo Generale di Caleruega ha dato dei suggerimenti
eccellenti e chiari per quel che riguarda il modo in cui le comunità possono
programmare e valutare la loro missione comune, in modo che un autentico spirito
di collaborazione possa crescere tra i confratelli. Insisto fortemente a che
tutte le comunità osservino quelle raccomandazioni (nº. 44).
b) Nelle
nostre comunità dovremmo essere capaci di condividere sia la nostra fede che i
nostri dubbi. Per molti di noi, specialmente per quelli che entrano oggi
nell’Ordine, non basta recitare i salmi insieme. Abbiamo bisogno di
condividere la fede che ci ha portato all’Ordine e che ci sostiene oggi. È
questo il fondamento della nostra fraternità. Forse possiamo farlo soltanto con
esitazione, timidamente, ma anche in questo modo possiamo offrire ai nostri
fratelli e sorelle “il pane della vita e l’acqua del cielo”. I Capitoli
Generali hanno frequentemente raccomandato che si predichi ad ogni liturgia
comunitaria. Non solo perché siamo l’Ordine dei Predicatori, ma anche perché
si possa comunicare reciprocamente la nostra fede.
Dobbiamo pure essere capaci di condividere i nostri dubbi.
È soprattutto quando un fratello entra in quel deserto della mancanza completa
di significato che dobbiamo lasciarlo parlare. Dobbiamo rispettare la sua lotta
e non togliergli le parole. Se un fratello ha coraggio di condividere questi
momenti di oscurità e di incomprensione, e noi abbiamo il coraggio di
ascoltarlo, può darsi allora che egli ci faccia il più grande dono di sé. Il
Signore può condurre un fratello nella notte oscura del Getsemani. Ci metteremo
a dormire mentre egli lotta? Niente lega più strettamente una comunità che una
fede per arrivare alla quale abbiamo dovuto lottare insieme. Questo può
avvenire in una facoltà teologica o in un barrio
povero dell’America Latina.
Sforzandoci insieme di scoprire il significato di quello che siamo e di che cosa
siamo chiamati a fare alla luce del Vangelo, saremo sicuramente stupiti da Dio
che è sempre nuovo e inaspettato. Saremo sorpresi perfino d’incontrarci e
scoprirci reciprocamente come se fosse la prima volta.
2. la vita
affettiva
2.1 In questo sta l’amore
“In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che
ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri
peccati. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli
altri”.
(1 Gv 4, 10)
Tutta la vita apostolica è una partecipazione a
quell’amore redentivo di Dio per l’umanità. Se così non è, nel migliore
dei casi la nostra predicazione sarà un lavoro, e nel peggiore l’esercizio di
una manipolazione degli altri, la propagazione di una ideologia. Forse in alcuni
paesi le chiese sono vuote perché la predicazione del Vangelo è vista come
l’esercizio di un controllo, invece che l’espressione dell’illimitato
amore divino. Cosicché, per restare vivi, abbondantemente vivi come
predicatori, significa scoprire come amare rettamente. “La
mia vocazione è l’amore”.[12]
Ma si potrebbe anche rovesciare il discorso. Per noi
domenicani, imparare ad amare è inseparabile dall’essere coinvolti nel
mistero della redenzione divina dell’umanità. Questa è la nostra scuola
d’amore. Oggi i formatori dei religiosi stanno affrontando ovunque la
questione della “affettività”, una parola che non mi piace. Come possiamo
formare quelli che entrano nell’Ordine ad amare bene, e pienamente, come casti
religiosi? La maggior parte di noi ha avuto poca o nessuna formazione su come
affrontare le nostre emozioni, la nostra sessualità, la nostra fame di amore e
di essere amati. Io non ricordo di avere ricevuto nessuna formazione in questo
campo. Sembra che si supponesse, o forse si sperasse, nervosamente, che una
bella corsa e una doccia fredda avrebbe risolto il “problema”. Ahimé, non
so correre e non sopporto le docce fredde!
In questa lettera non intendo trattare i problemi
specifici della formazione e dell’affettività, dato che spero ci sarà presto
una lettera indirizzata all’Ordine sul tema della formazione. Mi limiterò a
dire questo. Non è sufficiente sperare che tutto vada bene se reclutiamo dei
giovani e delle giovani equilibrate, senza evidenti disordini emotivi. Questi
giovani così equilibrati sarebbero disposti a dare la vita per i loro amici?
Lascerebbero le novantanove pecore per andare in cerca dell’una che si è
smarrita? Mangerebbero e berrebbero con le prostitute e i peccatori? Temo che
siano troppo assennati. Nel suo commento al Vangelo di Giovanni, Agostino ha
scritto: “Trovami uno che ama, ed egli
capirà quello che sto dicendo”. [13]
Solo quelli che sanno amare possono capire la passione della vita apostolica. Se
non ci lasciamo travolgere dall’onda di quell’immenso amore, tutti i nostri
tentativi di essere casti non saranno altro che esercizi di autocontrollo. Può
darsi che siano coronati da successo, ma correremo il rischio di danneggiarci
gravemente. Oppure, potremmo fallire, ma col rischio di danneggiare seriamente
gli altri. Insomma, se il nostro slancio apostolico e la nostra capacità di
amare non sono profondamente integrati, essi diventano fattori per controllare
gli altri oppure noi stessi. Gesù invece rinunciò a controllare la propria
vita e la mise nelle nostre mani.
2.2.
“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri
amici” (Gv 15,13)
Amare l’umanità può essere molto bello ma può
sembrare un surrogato pallido e astratto di quell’amore profondo e personale
del quale a volte siamo affamati. È davvero sufficiente? Questo possiamo
sentirlo soprattutto nella società contemporanea nella quale il modello
dominante dell’amore è l’amore appassionato sessuale tra un uomo e una
donna. Quando sentiamo questo pressante bisogno, possiamo allora essere
soddisfatti con l’amore verso l’umanità?
Questo amore sponsale appassionato è effettivamente un
profondo bisogno umano, e dirò qualcosa su di esso più avanti. Può essere
anche un’immagine della nostra relazione con Dio, come per esempio nei
commentari medievali del Cantico dei
Cantici. Ma c’è un’altra tradizione complementare, che forse è più
tipicamente domenicana. Essa è al centro del Vangelo di San Giovanni: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i
propri amici”. Questo è l’aspetto che ha il mistero dell’amore: uno
che dona la sua vita per i suoi amici. C’è un amore profondamente
appassionato nella relazione di Gesù coi suoi discepoli, con le prostitute e i
pubblicani, i malati e i lebbrosi, e perfino con i Farisei. È una passione che
si consuma sul Golgota. Non è questo così appassionante come una qualunque
avventura amorosa?
Può darsi che la nostra società trovi incomprensibile la
nostra maniera di amare, poiché a quanto pare abbiamo rifiutato l’esperienza
specifica dell’amore: l’unione sessuale con l’altro. Possiamo talvolta
sentirlo nei stessi che ci siamo persi “la grande esperienza”, e che non
abbiamo vissuto. Ma San Tommaso d’Aquino ha insegnato che nel cuore di Dio che
è amore c’è l’amicizia, l’inesprimibile amicizia del Padre e del Figlio,
che è lo Spirito Santo. Vivere per noi, diventare vivi in maniera
inesprimibile, è essere di casa in quell’amicizia
ed essere trasformati in essa. Questo traboccherà su tutto ciò che
facciamo e siamo. Come ha scritto Don Goergen O.P. : Il
celibato non rende nessuna testimonianza. Ma il celibe sì”.[14]
Noi testimoniamo il Regno se si
vede che siamo persone la cui vita è stata liberata dalla castità.
Le nostre comunità dovrebbero essere scuole di amicizia.
Quando stava per morire San Giacinto ripeté ai confratelli le parole di San
Domenico: “Abbiate bontà e gentilezza (dulcedo)
di cuore. Conservate l’amore di Dio e la carità fraterna”.[15]
Siamo noi abbastanza buoni e cordiali gli uni verso gli altri? Nella vita
religiosa c’è stato spesso un certo timore verso l’amicizia, ma forse esso
non è stato tanto presente nella tradizione domenicana. Fin dall’inizio ci
sono state delle amicizie profonde: di San Domenico verso i suoi confratelli e
consorelle, di Giordano di Sassonia verso la sua diletta Diana ed Enrico, di
Caterina da Siena verso Raimondo da Capua. Mi ricordo che un vecchio domenicano
disse, in Capitolo, quand’io ero giovane: “Non
ho niente contro le amicizie particolari; è alle inimicizie particolari che mi
oppongo”! Questa amicizia non è mai esclusiva; è invece profondamente
trasformante: essa libera dolorosamente e lentamente da ogni spirito di dominio
e di possesso, da ogni aria di superiorità e di alterigia. Se è una
partecipazione nella vita della Trinità, sarà allora un amore che innalza
l’altro rendendolo uguale e libero. Come Bede Jarrett, il Provinciale della
Provincia di Inghilterra, scrisse nel 1932: “Oh,
che dono di Dio è una cara amicizia! Non parlarne male. Loda, piuttosto, il suo
Fattore e Modello, il Santo Tre-in-Uno”.[16]
Se è davvero un’amicizia che viene da Dio, ci spingerà in missione a
predicare la buona novella.
Il coronamento del nostro amore sarà la spoliazione.
Dobbiamo lasciare liberi quelli che amiamo, lasciarli essere se stessi. Il mio
amore per l’altro gli dà la libertà di vivere la sua vita e mi lascia libero
di dedicarmi alla missione dell’Ordine? L’amore che nutro per questa donna,
ad esempio, l’aiuta a crescere nell’amore verso suo marito, o sto cercando
di legare la sua vita alla mia e di renderla dipendente da me? Questo doloroso
ma liberatorio distacco c’invita a renderci periferici alla vita di quelli che
amiamo. Dovremmo accorgerci che noi non siamo al centro della loro vita, sicché
essi ci dimenticano e sono liberi per qualcun altro, liberi per Dio. Questa può
essere la cosa più difficile di tutte le altre, ma io credo fermamente che essa
può procurarci più gioia di quanto possiamo descrivere e immaginare. È il
momento in cui il nostro costato rimane aperto perché possa da esso fluire
l’acqua della vita.
Un bell’esempio nella nostra tradizione domenicana è
sicuramente quello dell’amore tra il Beato Giordano di Sassonia, successore di
San Domenico come Maestro dell’Ordine, e la monaca domenicana Beata Diana d’Andalò.
È manifesto che si amavano profondamente. Quanti Maestri dell’Ordine hanno
scritto con tale apertura d’animo a una donna? “Non sono vostro, non
sono con voi: vostro nel lavoro, vostro nel riposo; vostro quando sono con voi,
vostro quando sono lontano”? [17]
Ed è chiaro che essa gli aveva
insegnato molto sul modo di amare. Ma nelle sue lettere Giordano la dona sempre
al Signore. Egli è l’amico dello Sposo, il cui compito è di condurre la
sposa allo sposo.
“Pensa a Lui! Quello che vi manca perché io non posso essere con voi,
compensatelo con la compagnia di un migliore amico, il vostro sposo Gesù Cristo
che voi avete più costantemente con voi in spirito e verità, e che vi parla più
dolcemente e per uno scopo migliore che Giordano”. [18]
Dobbiamo essere spogliati, in un certo senso, pure delle
nostre famiglie. Certo che ameremo i membri della nostra famiglia e ci
rallegreremo del loro amore per noi, ma una volta fatta la professione
nell’Ordine dovremmo essere liberi di andare dove la missione dell’Ordine ha
bisogno di noi, anche se fosse lontano da dove essi abitano. Questo fa parte
della nostra povertà. Noi apparteniamo prima di tutto all’Ordine e alla
predicazione del Vangelo.
2.3.
Sesso, corpi e desiderio
a) Un
ideale irraggiungibile?
Questo è un bell’ideale, ma può sembrare lontano e
irraggiungibile. Mentre lottiamo con il desiderio sessuale, con le sue fantasie
e la sua brama di possedere, questa amicizia disinteressata può sembrare al di
là della nostra portata. I mass media ci assicurano ogni giorno che questo
ideale è “irrealistico”. Ma Dio non trasforma l’umanità invitandoci a
salire a fatica verso il cielo. La vita divina discende fino a noi, in basso
dove siamo, fatti di carne e sangue. Gesù intíma a Zaccheo di scendere
dall’albero e di unirsi a lui al livello del suolo. La Parola si fa carne,
prende su di sé i nostri desideri, passioni e sessualità. Per poter incontrare
il Signore ed essere sanati, anche noi dobbiamo incarnarci, nei corpi che siamo,
con tutte le nostre passioni, le nostre ferite e le nostre fami.
Cominciamo da chi e che cosa siamo. Quando riceviamo
l’abito, portiamo all’Ordine la nostra persona, che è il risultato di una
sua storia ed ha le sue ferite. È questa la persona che il Signore ha chiamato,
e non qualche essere umano ideale. Veniamo con le ferite dell’esperienza
passata, forse coi ricordi non ancora sanati dei fallimenti in amore, dei
maltrattamenti subiti, della vita sessuale. Le nostre famiglie ci hanno
insegnato ad amare; possono anche averci inflitto delle ferite che hanno bisogno
di tempo per guarire. Per crescere nell’amore come quello di Cristo ci vuole
del tempo, e questo tempo ci è dato. È un dono, e Dio ci elargisce i suoi doni
col passare del tempo. Gli ci vollero dei secoli per formare il suo popolo, per
prepararlo alla nascita di suo figlio. Dio ci dà la vita con molta pazienza,
non all’istante. Nell’accettare i suoi doni, dobbiamo accettare anche il suo
modo di darli, “non come il mondo dà io
do a voi” (Gv 14,27).
Accettare questo dono del tempo è forse specialmente importante nella nostra
società, nella quale l’adolescenza è prolungata, e la maggior parte dei
giovani arriva tardi alla maturità. Dobbiamo cominciare con i nostri desideri,
i nostri appetiti, i nostri corpi. Non siamo né angeli né bestie, ma carne,
sangue e spirito, destinati al Regno. Ma, come dice Pascal, se facciamo
l’errore di pensare che siamo angeli, allora diventeremo bestie.
b) Desiderio
“Toglierò
dalla vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”
(Ez 36,26).
Se i nostri cuori devono diventare di carne, i nostri desideri devono
essere trasformati.
Quali sono i desideri che formano il nostro cuore e che
noi nascondiamo agli altri e forse anche a noi stessi?
“Nessuno di noi è così
trasparente a se stesso da sapere
bene dove sono fissi i nostri cuori”.[19]
Fintanto che non guardiamo onestamente in faccia i nostri desideri e
non impariamo a desiderare come si deve, saremo sottoposti al loro dominio e
quindi loro prigionieri. Far questo è specialmente difficile in una società
che è dedita a coltivare il desiderio. La nostra società sta morendo non per
la carestia ma per un eccesso di desiderio. Ogni annuncio pubblicitario ci
incoraggia a desiderare di più, senza limiti, infinitamente. Il mondo sta
struggendosi di un vorace, smisurato desiderio, che può distruggerci tutti. Il
desiderio sessuale sfrenato è soltanto un sintomo di come ci viene insegnato a
guardare il mondo, quasi che fosse lì per essere preso e consumato.
In primo luogo, quell’amore che è desiderio di amicizia
c’invita a guardare gli altri senza cercare di possederli. Ci rallegriamo di
loro senza cercarne il possesso. È difficile arrivare a questa libertà del
cuore se ci lasciamo sedurre dalla cultura del mercato, per la quale ogni cosa
è lì per essere acquistata e usata, anche le persone. Così la vera amicizia
ci chiede di rompere con la cultura dominante del nostro tempo. Dobbiamo
imparare a guardare nel modo giusto, con occhi limpidi che non si divorano a
vicenda e non divorano il mondo. S. Tommaso ha scritto: “Ubi amor, ibi oculus: dove c’è amore, lì si posa l’occhio”.[20]
Egli dice che quando concupiamo, guardiamo l’altro come il leone guarda il
cervo, come un pasto da divorare. L’amicizia è perciò inseparabile dalla
vera povertà del cuore. William Blake domandava: “Può
essere amore quello che succhia l’altro come la spugna assorbe l’acqua?”[21]
Il risanamento del desiderio implica, insomma, un modo
differente di essere nel mondo, cioè la vera povertà. Ma che specie mai di
segno sarebbe la castità se noi rimaniamo altrettanto avidi in altre maniere?
Don Goergen ha scritto: “Se io prendo
parte ad una società consumistica, difendo il capitalismo, tollero il
maschilismo, credo che la società occidentale è superiore alle altre, e sono
sessualmente astinente, sto semplicemente testimoniando quello a cui noi
teniamo: il capitalismo, il sessismo, l’arroganza occidentale e l’astinenza
sessuale. Quest’ultima non è per niente profondamente significativa ed è
comprensibilmente discutibile”.[22]
Abbiamo anche bisogno di conoscere chiaramente la
sessualità e liberarci dalla mitologia della società contemporanea: dobbiamo
demitologizzare il sesso. Da una parte, la relazione sessuale è vista come il
massimo di tutti i nostri grandi desideri di comunione e l’unico modo di
sfuggire alla solitudine. È stata detta l’ultimo sacramento della
trascendenza che resta, l’unico segno che esistiamo per l’altro, e perfino
che esistiamo pienamente. Non avere una relazione sessuale è perciò essere
mezzo morti. Dall’altra parte, la sessualità è banalizzata. Una signora ha
dichiarato recentemente che per essa non è più importante che bere una tazza
di tè. È questa mescolanza di deificazione della sessualità e della sua
banalizzazione che rende il celibato così difficile da sopportare. Ci viene
detto che dobbiamo avere dei rapporti sessuali e che possiamo averli senza
pensarci due volte. La rieducazione dei nostri cuore richiede che noi conosciamo
chiaramente la sessualità. È doveroso un bel sacramento di comunione con
l’altro, è il dono di noi stessi, e quindi non può mai essere banalizzata.
Eppure ci sono altri modi coi quali possiamo amare pienamente e completamente;
sicché l’assenza di essa non ci condanna all’isolamento e alla solitudine.
Infine, messi di fronte agli insaziabili desideri del
mercato, siamo invitati non a reprimere ma ad accrescere i nostri desideri,
Siamo persone appassionate, e soffocare tutte le passioni sarebbe impedire la
crescita della nostra umanità ed inaridirla. Ci renderebbe predicatori di
morte. Bisogna invece che si sia liberi per avere desideri più profondi, per
desiderare la sconfinata bontà di Dio. Come Oshida, un domenicano giapponese,
chiediamo a Dio di rendersi irresistibile. I nostri desideri possono traviarci,
non perché chiediamo troppo, ma perché ci siamo accontentati di troppo poco,
di soddisfazioni meschine. “Il nostro
ideale non è affatto quello di controllare i nostri appetiti, bensì di
lasciarli correre a briglia sciolta al seguito di un incontrollato appetito per
Dio”.[23]
I cartelli pubblicitari che fiancheggiano le nostre strade
c’invitano a lottare gli uni contro gli altri, a metterci gli uni gli altri
sotto i piedi nel competere per soddisfare i nostri illimitati desideri; invece
il nostro Dio offre la soddisfazione del nostro infinito desiderio liberamente e
come dono. Desideriamo dunque più profondamente. Una simile trasformazione del
desiderio richiederà di sicuro un po’ di ascetismo. È questa una conclusione
che mi sono trattenuto a lungo a dedurre! Domenico sicuramente conseguì la sua
libertà, la sua spontaneità, la sua gaiezza, in parte perché era un uomo
parco e sobrio, che mangiava e beveva poco. Egli faceva festa coi suoi
confratelli ma anche digiunava. C’è un ascetismo che non è un rifiuto
manicheo del mondo creato da Dio, ma che ci insegna a trarre da esso un giusto
piacere. “Non si tratta di rinunciare al
desiderio in se stesso - che sarebbe inumano - ma alla sua violenza. Si tratta
di morire alla violenza del piacere, alla sua onnipotenza.”[24]
La temperanza commisura I nostri appetiti ai bisogni reali del nostro corpo, e
in questo modo ci salva dagli inganni della fantasia e della tirannia del
desiderio.
c) Corpi
Io non posso avere un rapporto maturo con la mia sessualità
finché non imparo ad accettare i corpi umani, perfino compiacermi in essi, nel
mio corpo e in quello degli altri. Questo è il corpo che io ho, ed è ciò che
io sono, diventando più anziano, più pingue, perdendo i capelli, evidentemente
mortale. Devo trovarmi a mio agio con il corpo degli altri, i belli e i brutti,
i malati e i sani, i vecchi e i giovani, maschi e femmine. San Domenico fondò
l’Ordine per salvare gli uomini dalla tragedia di una religione dualista, che
condannava come cattivo questo mondo creato. Centrale alla nostra tradizione fin
dall’inizio, è l’apprezzamento della corporeità. E’ qui che Dio viene ad
incontrarci e a redimerci, divenendo un essere umano di carne e sangue come noi.
Il sacramento centrale della nostra fede è la partecipazione al suo corpo; la
nostra speranza finale è la risurrezione del corpo. Il voto di castità non è
un rifugio dalla nostra esistenza corporale. Se Dio è divenuto carne e sangue,
anche noi possiamo osare di fare lo stesso.
Scopriamo ciò che significa per noi essere corporali in
quel crescendo della vita di Gesù, quando ci offre il suo corpo: “Questo
è il mio corpo, dato per voi”. Qui vediamo che il corpo non è un cumulo
di carne, un fascio di muscoli, sangue e grasso. L’Eucarestia ci mostra la
vocazione dei nostri corpi umani: divenire dono reciproco, la possibilità di
comunione.
L’immensa sofferenza del celibato è che rinunciamo a un
momento di intensa corporeità, quando il corpo è dato l’uno all’altro,
senza riserve. Qui il corpo è visto nella sua profonda identità, non come un
cumulo di carne, ma come un segno sacramentale di presenza. L’atto sessuale
esprime, rende carne e sangue, quel nostro profondo desiderio di compartecipare
la nostra vita. Ecco perché è il sacramento dell’unione di Cristo con la
Chiesa. Anche noi religiosi, con la nostra corporeità, possiamo rendere Cristo
presente a modo nostro. Il predicatore porta la Parola alla sua espressione non
già mediante le parole, ma per mezzo di tutto ciò che noi siamo. La
compassione di Dio cerca di divenire carne e sangue in noi, nella nostra
tenerezza, perfino nel nostro volto.
Nell’Antico Testamento, spesso troviamo la preghiera che
il volto di Dio possa risplendere su di noi. Questa preghiera ha trovato una
risposta definitiva nella forma di un volto umano, il volto di Cristo. Egli
sofferma il suo sguardo sul giovane ricco, lo ama e gli chiede di seguirlo;
sofferma il suo sguardo su Pietro, nell’atrio, dopo il suo tradimento;
sofferma il suo sguardo su Maria Maddalena nel giardino e la chiama per nome.
Come predicatori, in carne e sangue, possiamo dare corpo a quel compassionevole
sguardo di Dio. La nostra corporeità non è esclusa dalla nostra vocazione. “L’uomo
che è sia predicatore che fratello può imparare, soffrendo e probabilmente
attraverso tanti diseguali progressi, ciò che significa essere un volto di Dio,
precisamente nell’avere un volto umano, un volto che può sorridere, ridere,
piangere e sembrare annoiato... E’ nell’intera nostra unicità e
individualità, eternamente valida e desiderata da Dio, che noi siamo pure la
rivelazione, la manifestazione, l’espressione di Colui che è l’Unico Verbo
scaturito da tutta l’eternità dal silenzio di Dio”.[25]
La vera purezza di cuore non consiste nell’essere liberi
dalla contaminazione di questo mondo. E’ più nell’essere pienamente
presenti in ciò che facciamo e siamo, con un volto e un corpo che esprime noi
stessi, al di là dell’inganno e della doppiezza. I puri di cuore non si
nascondono dietro i loro volti, con fare guardingo. I loro volti sono
trasparenti, non mascherati, con la nudità e la vulnerabilità di Cristo. Essi
possiedono la sua libertà e spontaneità. “Solo
chi ha un cuore puro, può sorridere in una libertà che crea libertà negli
altri”.[26]
d) Procreabilità
Forse più di ogni altra cosa, ho sofferto la mancanza di
non aver figli. E se io, come uomo, avverto questo, allora cosa può voler dire
per una donna non aver partorito? Questo è un desiderio fondamentale che
dobbiamo riconoscere. Eppure se la nostra vita apostolica viene afferrata dal
fertile amore di Dio per l’umanità, allora porteremo frutto. Maestro Eckhart
afferma che l’amore di Dio in noi è verde e fertile. Dio è in noi come “sempre
verdeggiante e fiorente in tutta la gioia e gloria che Egli è in se stesso”.[27]
“Lo scopo principale di Dio è dare
vita. Non è mai contento finché il Figlio non è generato in essa”.[28]
Appartiene al nostro amore per i confratelli e consorelle,
il fatto di aiutarli a portare frutto. La vita apostolica non è semplicemente
una questione di lavoro incessante. Se il nostro apostolato è vivo per
l’abbondanza della stessa vita di Dio, allora parteciperemo alla Sua creatività.
Ma essere genitore è vivere nella gioia e sofferenza di
lasciare partire i propri figli. La consumazione di essere genitore è di dare
ai propri figli la loro libertà, e di lasciarli costruire una vita che è
diversa da quella che noi abbiamo sperato per loro. Anche noi dobbiamo lasciar
partire ciò che noi facciamo nascere. Sappiamo che abbiamo davvero portato
frutto, quando i progetti che abbiamo iniziato, e per i quali abbiamo dato la
vita, decollano in nuove direzioni, per finire nelle mani di altri. E’ duro,
ma la generosità dei genitori è dare libertà ai propri figli.
2.4
Come possiamo sostenerci a vicenda?
Se lasciamo che l’amore, che è Dio, ci tocchi, allora
diventeremo lentamente vitali. Può sembrare più sicuro rimanere freddi,
invulnerabili, intoccabili. E così? “La
natura aborrisce il vuoto. Cose terribili possono accadere ad un uomo dal cuore
vuoto. In ultima analisi, è meglio correre il rischio di uno scandalo
occasionale che di avere un monastero - un coro, un refettorio, una camera di
ricreazione - piena di uomini morti. Nostro Signore non ha detto: «Sono venuto,
perché abbiamo sicurezza e l’abbiano in abbondanza.» Alcuni di noi darebbero
davvero qualsiasi cosa per sentirsi sicuri, in questa vita e nell’altra, ma
noi non possiamo averla in entrambi i casi: sicurezza o vita, dobbiamo
scegliere”.[29]
Se scegliamo la vita, allora avremo bisogno di comunità che ci sostengano come
esseri viventi, che ci aiutino a crescere in un amore che è veramente santo,
condividendo la comunicazione della Parola di Dio.
a) Comunità di speranza
Soprattutto dobbiamo offrirci a
vicenda speranza e misericordia. Sovente siamo attirati all’Ordine perché
ammiriamo i Frati. Noi speriamo di diventare come loro. Presto però scopriremo
che essi sono in realtà proprio come noi, fragili, peccatori ed egoisti. Questo
può essere un momento di profonda delusione. Ricordo un novizio che si
lamentava di questa amara scoperta. Il maestro dei novizi gli rispose: “Sono
felice di sapere che non ci ammiri più. Adesso c’è la possibilità che
arriverai per amarci.” Il mistero redentivo dell’amore di Dio lo si vede non in una comunità di eroi spirituali, ma di confratelli e
consorelle, che si incoraggiano a vicenda nel cammino verso il Regno con
speranza e misericordia. Il Signore Risorto appare nel mezzo di una comunità di
uomini timidi e deboli. Se desideriamo incontrarlo, dobbiamo osare di essere lì
con loro. Giordano di Sassonia scrisse ai confratelli di Parigi, che ovviamente
erano proprio come noi: “E' impossibile che Gesù si mostri a coloro che si
separano dall'unità della Fraternità: a Tommaso, per non essere stato presente
assieme agli altri discepoli quando Gesù venne, fu negata la possibilità di
vederlo; e tu ti ritieni più santo di Tommaso?”[30]
Abbiamo
bisogno delle nostre comunità soprattutto se manchiamo di carità. Possaimo
mancare perché entriamo in un periodo di sterilità, quando ci accorgiamo di
essere incapaci di qualsiasi affetto, quando il nostro cuore di carne è stato
sostituito da un cuore di pietra. Allora ne sentiamo il bisogno per credere che:
"Nascosto nel profondo
di noi stessi,
- sebbene fummo traditori o
corruttibili -
nascosto nel profondo di noi
stessi
il seme dell’amore rimane.”[31]
Le nostre
comunità devono essere luoghi nei quali non vi sono accuse, "poiché
l'accusatore dei nostri fratelli è stato precipitato" (Apoc 12,10). Noi
possiamo peccare e capire che abbiamo distrutto la nostra vocazione, e che
dobbiamo lasciare l'Ordine con vergogna. Allora i nostri confratelli e
consorelle possono dover credere per noi nella misericordia di Dio, quando noi
possiamo trovarlo duro il crederlo per noi stessi. Se Dio può far fiorire
l'albero morto del Golgota, allora può trarre frutto dai miei peccati. Possiamo
aver bisogno dei nostri confratelli per credere, quando noi non ci riusciamo,
che qualche insuccesso non è poi la fine, ma che Dio nella sua infinita
fertilità può renderlo parte del nostro pellegrinaggio verso la sanità. Anche
i nostri peccati possono far parte dei nostri incerti tentativi di amare. Tutti
quegli anni di avventure sessuali da parte di Agostino furono forse parte della
sua ricerca di Colui che era il più amato, e la castità non fu la cessazione,
ma la consumazione del suo desiderio.
b) Comunità
e orientamento sessuale
E' qui che
le differenze culturali si possono vedere in modo lampante. E' necessaria una
grande delicatezza, se dobbiamo evitare sia di scandalizzare che di ferire i
nostri confratelli e consorelle. In alcune culture, l'ammissione di persone di
orientamento omosessuale alla vita religiosa è virtualmente impensabile. In
altre la si accetta senza obiezioni. E' probabile che qualsiasi cosa che venga
scritta a proposito di questo argomento, venga esaminata per vedere se si è 'a
favore' o 'contro' l'omosessualità. Questo è un problema sbagliato. Non tocca
a noi dire a Dio chi egli possa o non possa chiamare alla vita religiosa. Il
Capitolo Generale di Caleruega affermò che le stesse richieste di castità si
applicano a tutti i confratelli di qualsiasi orientamento sessuale, per cui
nessuno può venire escluso per questo motivo. Ci fu un grosso dibattito a
Caleruega su questa questione, e sono sicuro che continuerà.
Come
possono le nostre comunità appoggiare e sostenere i confratelli, quando questi
affrontano il problema del loro orientamento sessuale? Dobbiamo dapprima
riconoscere che questo tocca profondamente il nostro stesso senso di chi noi
siamo. Perciò questo è un problema delicato e importante per molti giovani che
entrano a far parte dell'Ordine, per due ragioni. Anzitutto vi è spesso una
fame profonda di identità. Per molti giovani la domanda che stronca è:
"Chi sono io?" In secondo luogo, a causa della prolungata adolescenza
che caratterizza oggi molte culture, il problema dell'orientamento sessuale è
sovente non risolto fino a tardi. Qualche volta riceviamo richieste di dispensa
da confratelli, perché solo tardi nella vita hanno capito che sono
fondamentalmente eterosessuali e perciò atti al matrimonio.
Se un
confratello arriva a credere di essere omosessuale, allora è importante che
conosca che è accettato e amato così com'è. Può vivere nel terrore del
rifiuto e dell'accusa. Ma questa accettazione è pane per il viaggio, verso la
scoperta di una identità più profonda, come figlio di Dio. Perché nessuno di
noi, eterosessuali o omosessuali, può trovare la propria identità più
profonda nel proprio orientamento sessuale. Chi noi siamo nel più profondo di
noi stessi, dobbiamo scoprirlo in Cristo. "Carissimi,
noi ora siamo figli di Dio; però non appare ciò che saremo, ma sappiamo che
quando egli apparirà, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come
egli è" (1 Gv 3, 2). Mediante i nostri voti, noi ci impegniamo a
seguire Cristo, e a scoprire la nostra identità in lui. Appartiene alla nostra
povertà di essere trasportati al di là di queste minute identità. "Alla radice di ogni altra possessività vi è il desiderio
possessivo ultimo di essere se stesso: il desiderio che ci sia al centro di me
stesso non quell'innominabile abisso, nel quale come in un vuoto, il Dio senza
nome è inevitabilmente tratto, ma una identità che io possiedo, una identità
che è definita dal mio possesso di essa"[32]. Qualsiasi confratello che renda il proprio orientamento
sessuale centrale alla sua identità pubblica, fraintenderebbe chi egli è nel
più profondo di se stesso. Si fermerebbe su una strada laterale, mentre è
chiamato a dirigersi verso Gerusalemme. Ciò che è fondamentale è che possiamo
amare e così essere figli di Dio, non verso chi siamo sessualmente attratti. Ma
questo non concerne solo il senso personale di identità di un individuo.
Abbiamo una identità come confratelli e consorelle, gli uni verso gli altri.
Siamo responsabili per le conseguenze verso i nostri confratelli di come noi ci
presentiamo, specialmente in un'area così delicata come quella
dell'orientamento sessuale.
Per cui,
ogni confratello deve essere accettato così com'è. Ma l'emergere di qualsiasi
sottogruppo all'interno di una comunità, basato sull'orientamento sessuale,
risulterebbe altamente discriminatorio. Può minacciare l'unità della comunità;
può rendere più dura per i confratelli la pratica della castità che abbiamo
professato. Può far pressione sui confratelli a pensare di se stessi in un modo
che non è centrale alla loro vocazione come predicatori del Regno, e che forse
possono alla fine scoprire come non autentico.
c)
Innamoramento
Per quanto
noi presentiamo l'amicizia come una suprema rivelazione di quell'amore che è la
vita stessa di Dio, è pur sempre possibile innamorarsi, e questa può essere
una delle esperienze più significative della nostra vita. Una delle prime
domande in pubblico che mi fu rivolta dopo la mia elezione a Maestro, in un
incontro con una moltitudine di studenti domenicani filippini, fu: “Timoteo,
non ti sei mai innamorato?”. E la seconda domanda fu: “Successe
prima o dopo il tuo ingresso nell'Ordine?”. Se questo succede, allora
abbiamo davvero bisogno dell'appoggio e dell'amore delle nostre comunità.
Per un
confratello o consorella che ha fatto professione di vivere nell'Ordine,
innamorarsi è quasi certamente un momento di crisi. Ma come fra Jean-Jacques Pérennès
spesso ci ricorda nel Consiglio Generalizio, una crisi è un momento di
opportunità. Può essere fruttuosa. Qualsiasi esperienza d'amore può essere un
incontro col Dio che è amore. Innamorarsi può essere il momento in cui il
nostro egocentrismo è messo allo scoperto, e noi ci accorgiamo che non siamo il
centro del mondo. Può demolire, almeno per un certo tempo, quella
preoccupazione di sé che ci uccide. Innamorarsi è “per
molte persone l'esperienza più straordinaria e rivelatrice della propria vita,
per mezzo della quale il centro del significato è improvvisamente spogliato del
proprio sè, e l'ego sognatore è colpito dalla consapevolezza di una realtà
completamente separata”.[33]
Una volta
che noi siamo passati attraverso questo profondo 'non egoismo', allora non
possiamo continuare a vivere come se nulla fosse accaduto. Non possiamo
pretendere di non aver mai incontrato questa persona, e che possiamo far ritorno
alla nostra vita precedente come se nulla fosse successo. E questa può essere
una ragione per cui un confratello, che si innamora, può chiedere la dispensa
dai voti, perché quella vecchia vita per cui si era impegnato, è finita.
Quando
Thomas Merton, Cistercense americano, era al vertice della sua fama come
scrittore di vita spirituale, si innamorò profondamente di una infermiera che
l'aveva curato in un ospedale. Scrisse nel suo diario che “si sentiva tormentato dalla graduale consapevolezza che si amavano e
non sapevo come avrei potuto vivere senza di lei”.[34] Come Otello dice di fronte alla perdita della sua cara
Desdemona, ella è “dove io ho deposto
il mio cuore, dove debbo vivere o non vivere, la fonte da cui scaturisce la mia
corrente, o al contrario la siccità”.