Lettera
del Maestro dell’Ordine
Libertà e responsabilità
Domenicana
Verso
una spiritualità del governo
Domenico
ci affascina per la sua libertà. Era la libertà del povero predicatore
itinerante, la libertà per fondare un Ordine diverso da tutti quelli mai
esistiti prima. Egli era libero di disseminare la piccola fragile comunità che
aveva raccolto intorno a sé e mandarla presso le Università, e libero di
accettare le decisioni dei fratelli nel Capitolo, anche quando non era d'accordo
con loro. Era la libertà di un uomo compassionevole, che ha osato guardare e
rispondere.
L'Ordine
è stato sempre fiorente, quando abbiamo vissuto con la libertà di cuore e di
mente di Domenico. Come possiamo rinnovare oggi tale libertà, principalmente e
fondamentalmente domenicana? Essa ha molte dimensioni: semplicità di vita,
itineranza, preghiera. In questa lettera vorrei puntualizzare quello che è un
pilastro della nostra libertà,il buon governo. Sono convinto, dopo aver
visitato tante Province dell'Ordine, che la tipica libertà domenicana si
esprime nel nostro modo di governo. Domenico non ci ha lasciato una spiritualità
incarnata in una serie di prediche o testi teologici. Piuttosto, abbiamo
ereditato da lui e da quei primi frati una forma di governo che ci rende liberi
per rispondere con compassione a quelli che hanno fame della Parola di Dio.
Quando offriamo le nostre vite per la predicazione del Vangelo,
noi
prendiamo nelle nostre mani il libro della Regola e le Costituzioni. La maggior
parte di queste Costituzioni riguarda il governò. Questo può sembrare
sorprendente. Nella cultura contemporanea, di norma, si ritiene che il governo
consista nel controllo, nella limitazione della libertà dell'individuo. In
effetti molti Domenicani possono esser tentati di pensare che la libertà
consista nell'eludere il controllo di superiori noiosi! Ma il nostro Ordine non
si divide tra `governanti' e `governati'. Piuttosto, il governo ci mette in
condizione di condividere una responsabilità comune per la nostra vita e la
nostra missione. Il governo è alla base della nostra fraternità. Esso ci forma
come fratelli, liberi di essere utili per la salvezza delle anime[1].
Quando accettiamo un fratello nell'Ordine, esprimiamo la nostra fiducia che egli
sarà capace di prendere il suo posto nel governo della comunità e Provincia,
di contribuire alle nostre discussioni, e di aiutarci a prendere e rendere
effettive fertili decisioni.
La
tentazione del nostro tempo è verso il fatalismo, verso il credere che, messi
di fronte ai problemi del nostro mondo, non possiamo fare nulla. La passività
può contagiare anche la vita religiosa. Noi condividiamo la libertà di
Domenico quando siamo così spinti dall'urgenza di predicare il vangelo che
osiamo prendere decisioni difficili, sia che si tratti di affrontare nuove
iniziative, o di chiudere una comunità, o perseverare in un apostolato arduo.
Per tale libertà è necessario il buon governo. Il contrario del governo non è
la libertà, ma la paralisi.
In
questa lettera non cercherò di fare osservazioni dettagliate circa
l'applicazione delle Costituzioni: questa è la responsabilità dei Capitoli
Generali. Vorrei piuttosto richiamare alla mente come le nostre Costituzioni
tocchino alcuni degli aspetti più profondi della nostra vita religiosa: la
nostra fraternità e la nostra missione. Non basta applicare semplicemente le
Costituzioni come se fossero una serie di regole; è necessario sviluppare
quella che potrebbe dirsi una spiritualità del governo, in modo che
attraverso di essa possiamo crescere insieme come fratelli e come predicatori.
Queste
osservazioni saranno basate sulla mia esperienza di governo dei frati. Così,
ciò che sto per dire non sarà sempre applicabile agli altri rami della
Famiglia domenicana. Spero, tuttavia, che sarà utile alle monache, alle suore e
ai laici, quando si trovano di fronte a sfide analoghe.
«La
Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, piena di grazia e di
verità; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre» (Gv
1,14). Queste parole di Giovanni ci aiuteranno a strutturare semplici
riflessioni sul governo. Potrà sembrare assurdo porre un testo teologico così
ricco alla base di una ricerca sul governo: vorrei mostrare come la sfida del
buon governo sia incarnare tra noi quella grazia e verità.
1.
La Parola che viene tra noi è «piena di grazia e di verità».
La
prima parte della lettera riflette sul fine di tutto il governo, ossia che siamo
liberati per la predicazione del vangelo. Tutto il governo nell'Ordine ha come
suo traguardo la comune missione.
2.
Questa Parola «abita tra noi».
Nella seconda parte della lettera, consideriamo i principi fondamentali del governo domenicano. Punto centrale della nostra pratica di governo è incontrarsi in Capitolo, impegnarsi nella discussione, votare e prendere decisioni. Ma questi incontri non sarebbero niente di più che mera amministrazione, nel caso migliore, e incontri politici nel peggiore, se non riguardassero il nostro accogliere la Parola di Dio che vuol porre la sua dimora tra noi. È necessario che il governo sia nutrito da una fraternità vissuta.
3.
Questa Parola di Dio «si fece carne».
Infine,
questa bella teoria del governo deve incarnarsi nella complessa realtà delle
nostre vite, nei nostri conventi, province e nell'intero Ordine. Nell'ultima
parte condividerò alcune osservazioni sul rapporto tra i diversi livelli di
responsabilità nell'Ordine.
1.
LA PAROLA SI FECE CARNE, PIENA DI GRAZIA E DI VERITÀ»
1.1.
Libertà per la missione
Nella
visione di santa Caterina, il Padre dice di Domenico: «Egli prese l'officio del
Verbo unigenito mio Figliuolo. Dirittamente nel mondo pareva uno apostolo, con
tanta verità e lume seminava la parola mia, levando la tenebre e donando la
luce»[2]. Tutto il governo
nell'Ordine ha come suo fine il far nascere alla Parola di Dio, il prolungamento
dell'Incarnazione. La prova del buon governo è se è al servizio di questa
missione. È per questo motivo che, sin dall'inizio dell'Ordine, un superiore ha
avuto il potere di dispensare dalle nostre leggi, «se talora lo ritiene
opportuno, soprattutto in ciò che gli sembrerà impedire lo studio, la
predicazione, o il bene delle anime»[3].
È
fondamentale nella vita dei frati che ci riuniamo in Capitolo, sia Conventuale,
che Provinciale o Generale, per prendere decisioni circa le nostre vite e
missione. Sin dall'inizio dell'Ordine siamo pervenuti a queste decisioni
democraticamente, attraverso un dibattito che conduce al voto. Ma ciò che rende
questo processo democratico specificatamente domenicano è che noi non stiamo
semplicemente cercando di scoprire quale sia la volontà della maggioranza, ma
quali siano le necessità della missione. A quale missione siamo inviati? La
Costituzione Fondamentale dell'Ordine rende del tutto esplicito tale legame tra
il nostro governo democratico e la risposta alle necessità della missione: «Questo
regime comunitario è molto adatto allo sviluppo dell'Ordine e ad una sua
frequente revisione... Questa continua revisione è indispensabile non solo per
uno spirito di perenne conversione cristiana, ma anche per la vocazione propria
dell'Ordine, che esige da esso una presenza nel mondo adatta ad ogni generazione»
(VII).
Le
nostre istituzioni democratiche ci mettono in grado di assumere una
responsabilità o di evitarla. Siamo liberi di prendere decisioni che possono
capovolgere la nostra vita, o fermarci per inerzia. Possiamo eleggere superiori
che potrebbero osare chiederci anche più di quanto noi ci sentiremmo di dare, o
scegliere un fratello che ci lascerà in pace. Ma permettetemi di essere chiaro
su questo punto: la nostra democrazia è specificatamente domenicana se il
nostro discutere e votare tende all'ascolto della Parola di Dio che ci chiama a
camminare nella via della sequela.
Ogni
istituzione può venire tentata di avere come fine ultimo la propria continuità.
Un'industria automobilistica non sorge da un altruistico desiderio di rispondere
al bisogno dell'umanità di avere automobili; ma è così che l'organizzazione
può espandersi e crescere. Anche noi possiamo cadere in questo tranello,
specialmente se parliamo delle nostre istituzioni in termini che derivano dal
linguaggio del mondo degli affari: il Provinciale e il Consiglio possono
diventare “l'Amministrazione”, e il sindaco il “Direttore commerciale”.
Si può arrivare a riferirsi ai frati come al “personale”'. Quale madre,
annunciando la nascita di un nuovo bambino, dice che il personale della famiglia
è aumentato? Male nostre istituzioni esistono per un altro scopo al di fuori di
noi, che è quello di mobilitare i frati per la missione.
C'è
una storia, raccontata nelle Vitae Fratrum, di un grande avvocato di Vercelli
che venne di corsa da Giordano di Sassonia, si gettò a terra di fronte a lui, e
tutto quello che poté dire fu: «Io appartengo a Dio». Giordano replicò: «Poiché
tu appartieni a Dio, nel suo nome noi ti consegniamo a Lui»[4].
Ogni fratello è un dono di Dio, ma è dato a noi in modo che noi lo possiamo
accompagnare, formandolo per la missione e rendendolo libero per predicare.
L'inizio
di ogni buon governo è l'attenzione, ascoltando insieme la Parola di Dio e
aprendo i nostri orecchi alle necessità del popolo. In una benedizione
domenicana del XIII secolo, i frati invocavano lo Spirito Santo « di
illuminarci e darci occhi per vedere, orecchi per ascoltare e mani per compiere
il lavoro di Dio, una bocca per predicare la parola di salvezza, e l'angelo
della pace per custodirci e condurci infine, per grazia di Dio, al Regno»[5].
Ogniqualvolta ci riuniamo in Consiglio o in Capitolo, invochiamo lo Spirito
Santo, che ci dia occhi per vedere e orecchi per ascoltare, ma ciò che vediamo
e ascoltiamo può ben condurci dove preferiremmo non andare. La compassione può
capovolgere le nostre vite.
E
se la missione è il fine di tutto il governo, qual è il suo principio?
Certamente è che «noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unigenito dal
Padre». Se il governo è l'esercizio della responsabilità, esso, in
conclusione, esprime la nostra risposta all'Unico che ci ha rivelato la sua
gloria. La contemplazione del Figlio Unigenito è la radice di tutta la missione
e, pertanto, la sorgente dell'intero governo. Senza tale calma non vi è
movimento. Tutto il governo ci porta dalla contemplazione alla missione. Senza
questo, noi pratichiamo meta amministrazione.
1.2.
Il compito del governo è la comune missione
La
Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. La Parola di salvezza ci
raccoglie insieme in comunione nella Trinità e l'uno con l'altro. In quella
Parola noi troviamo la nostra vera libertà, che è la libertà di appartenere
gli uni agli altri in grazia e verità. La buona novella che predichiamo è che
possiamo trovare la nostra dimora nella vita del Dio Uno e Trino.
Se
la predicazione del vangelo è la chiamata alla comunione, allora il predicatore
non può essere una persona solitaria, impegnata solo nella sua missione. Tutta
la nostra predicazione è condivisione di un compito comune, l'invito ad
appartenere alla casa comune. Se il fine del governo nell'Ordine è la missione
della predicazione, la sua principale sfida consiste nel raccogliere i frati
nella missione comune, la missione dell'Ordine e della Chiesa. 1 discepoli non
vengono inviati soli.
Nulla
ostacola il buon governo come l'individualismo, per cui un fratello può
divenire talmente coinvolto nel "mio progetto", nel "mio
apostolato", da cessare di esser disponibile per la comune missione
dell'Ordine. Questa privatizzazione della predicazione non solo ci rende
difficile svolgere e sostenere progetti comuni, ma più profondamente può
offrire una falsa immagine della salvezza alla quale siamo chiamati, l'unità
nella grazia e nella verità. Infine è un arrendersi alla falsa immagine di
cosa significhi esser veramente umano: quella dell'individuo solitario la cui
libertà è l'auto‑determinazione, liberata dall'interferenza degli altri.
Una
delle principali sfide dell'Ordine è rifiutare che la comune missione
dell'Ordine venga paralizzata da tale individualismo. Quella libertà di
Domenico, che riteniamo così caratteristica dell'Ordine, non è la libertà di
"arare il proprio campo", liberi dall'intervento dei superiori. È la
libertà di dare se stessi, senza riserve, con la folle generosità della Parola
fatta carne.
Alcune
forme della predicazione del vangelo non possono esser facilmente condivise. Ad
esempio, un fratello o una sorella, che predica attraverso lo scrivere poesie,
il dipingere, o anche attraverso la ricerca, spesso deve lavorare da solo. Anche
allora dobbiamo mostrare che essi non stanno "occupandosi dei fatti
propri", che anch'essi stanno contribuendo alla missione comune. L'Ordine
è tanto più vitale quando sa armonizzare il dinamismo dei frati. Talvolta la
cosa più liberatoria che un superiore può fare è ordinare ad un fratello di
fare ciò che egli più profondamente desidera ed è in grado di fare. Talvolta
la comune missione può chiederci di accettare compiti che non avremmo scelto, o
che per il bene comune abbandoniamo un apostolato che amiamo teneramente. Non
abbiamo bisogno soltanto di predicatori e pastori, ma anche di economi e
segretari, di superiori e amministratori. Anche questo fa parte della
predicazione di quella Parola che ci raduna in comunità.
2.LA
PAROLA SI FECE CARNE E VENNE AD ABITARE IN MEZZO NOI
Le
Costituzioni ci dicono che «il motivo per cui anzitutto ci siamo riuniti è per
abitare in piena concordia, nella stessa casa ed avere un'anima sola e un cuor
solo in Dio» (LCO 2.I). Questo sembra contraddire lo scopo fondamentale
dell'Ordine, cioè che siamo inviati a predicare la Parola di Dio. In effetti
questa è una salutare e necessaria tensione, che ha sempre contraddistinto la
vita domenicana. Per la grazia e la verità che siamo inviati a predicare,
dobbiamo vivere insieme, altrimenti non avremo nulla da dire. La comune missione
che condividiamo si radica nella vita comune che viviamo.
Questa
tensione si trova nel nostro governo, perché,
se il fine di tutto il governo è che i frati siano liberi per la predicazione,
ciò è già fondato nella nostra fraternità. Se non cerchiamo di vivere
insieme in unità di cuore e di mente, la nostra democrazia fallirà. In visione
a santa Caterina il Padre dice che la navicella di san Domenico è tale che in
essa «perfetti e non perfetti tutti stanno bene»[6].
L'Ordine è una casa per i peccatori. E questo significa che per realizzare il
buon governo non basta applicare le Costituzioni, tenere i Capitoli, votare e
prendere decisioni. T. S. Eliot ci parla di gente che «sogna sistemi talmente
perfetti, per cui nessuno avrà la necessità di essere buono»[7].
Il nostro sistema di governo in definitiva si fonda sulla ricerca della virtù.
La carne deve divenire parola e comunione, e il gruppo eterogeneo di individui,
che noi siamo, divenire una comunità.
2.1.
Potere, autorità e responsabilità
Il
buon governo dipende da un modo corretto di vivere i nostri rapporti con il
potere, l'autorità e la responsabilità. Può sembrare strano che io non
includa una sezione sull'obbedienza. Ma è perché ho scritto a lungo
sull'obbedienza nella mia Lettera all'Ordine Votati alla Missione, e la presente
sarà comunque abbastanza lunga, senza che io ripeta quello che ho scritto
altrove! Così, tutto quello che scrivo in questa, circa il governo,
praticamente commenta le implicazioni del nostro voto di obbedienza, mediante il
quale ci offriamo incondizionatamente alla comune missione dell'Ordine.
La
nostra vita comune ci confronta inevitabilmente con la questione del potere. Di
norma non parliamo volentieri di potere, a meno che non riteniamo che esso sia
stato male esercitato. La parola sembra quanto mai inadatta per il rapporto di
fraternità che ci unisce. Ma ogni comunità umana è segnata da rapporti di
potere, e le comunità domenicane non ne vanno esenti. Quando facciamo la
professione, mettiamo noi stessi nelle mani dei confratelli. Questi potranno
prendere decisioni sulle nostre vite a noi non gradite, ed anche perfino sentite
ingiuste. Possiamo essere assegnati in luoghi in cui non desideriamo andare, o
eletti ad uffici di responsabilità che non desideriamo assumere.
Ogni
fratello esercita un potere, con ciò che dice o che non dice, con ciò che fa o
che non fa. Tutti i punti che tratteremo in questa lettera ‑ la democrazia
del Capitolo, il voto, i rapporti tra i diversi livelli di governo nell'Ordine
‑ tutto esplora aspetti del potere che noi esercitiamo nelle relazioni
reciproche. E se la nostra predicazione vuol aver potere, dobbiamo vivere questi
rapporti apertamente, salutarmente e in conformità con il vangelo.
La
vita di Gesù ha mostrato un rapporto paradossale con il potere. Era l'uomo
dalle parole ricche di potere, che ha spinto i discepoli a seguirlo, ha risanato
gli ammalati, scacciato i demoni, risuscitato i morti e ha osato affrontare le
autorità religiose del suo tempo. E allo stesso tempo era l'uomo senza potere,
che ha rifiutato la protezione della spada di Pietro, ed è stato appeso ad una
croce.
Con
questo uomo forte e vulnerabile, il potere era sempre risanante e datore di
vita. Mai ha abbattuto, sminuito, fatto piccolo, distrutto. Non era un potere
sulle persone, quanto un potere che egli donava loro. Veramente egli è stato più
ricco di potere rifiutandosi di essere uno strumento di violenza, subendola nel
suo corpo, facendo in modo che si fermasse in sé. Egli prese nelle sue mani la
propria passione e morte, le rese feconde, un dono, l'Eucaristia.
Il
buon governo nelle nostre comunità esige di vivere i nostri rapporti di potere
in questo modo, dando potere ai nostri fratelli, piuttosto che indebolirli.
Questo esige da noi il coraggio di essere vulnerabili. Joseph Pieper ha scritto:
«La fortezza presume la vulnerabilità; senza vulnerabilità non vi è
possibilità di fortezza. Un angelo non può esser coraggioso, perché non è
vulnerabile. Esser coraggiosi significa esser pronti a subire una ferita. Dato
che gli esseri umani sono sostanzialmente vulnerabili, allora possono essere
coraggiosi»[8]. Il nostro governo ci
invita a vivere tale coraggiosa vulnerabilità.
Ogni
governo si fonda sull'esercizio dell'autorità. Il fatto che la suprema autorità
dell'Ordine sia il Capitolo Generale è un riconoscimento del fatto che per noi
l'autorità è concessa a tutti i frati. La successione dei nostri Capitoli
Generali, dei definitori e dei Provinciali, fa pensare che per noi l'autorità
è multiforme. I superiori godono di autorità in virtù del loro ufficio; i
teologi e i pensatori in virtù della loro scienza; i fratelli impegnati
nell'apostolato pastorale godono di autorità a causa del loro contatto con la
gente che lotta per vivere la fede; i fratelli più anziani godono di autorità
per la loro esperienza; i più giovani hanno l'autorità che proviene dalla loro
conoscenza del mondo contemporaneo con i suoi problemi.
Il
buon governo funziona bene quando riconosciamo e rispettiamo l'autorità che
ciascun fratello possiede, e rifiutiamo di assolutizzare ogni singola forma di
autorità. Se rendessimo assoluta l'autorità dei superiori, l'Ordine cesserebbe
di essere una fraternità; se quella dei pensatori, ,diventeremmo una strana
istituzione accademica; se assolutizzassimo l'autorità dei pastori, tradiremmo
la nostra missione nella Chiesa; se considerassimo indiscutibile l'autorità
degli anziani, non avremmo futuro; se volessimo conferire autorità solo ai
giovani, non avremmo radici. La salute del nostro governo dipende dal consentire
l'interazione di tutte le voci che formano la nostra comunità.
Inoltre,
noi facciamo parte della Famiglia domenicana. Questo significa che siamo
chiamati ad essere attenti alla voce delle nostre monache, delle suore, dei
laici. Anche loro devono avere autorità nelle nostre decisioni. Le monache
hanno l'autorità che deriva loro dalla vita dedicata alla contemplazione; le
nostre suore l'autorità che proviene dalla loro vita di donne con una vasta
varietà di esperienze pastorali. Spesso hanno molto da insegnarci a causa della
loro vicinanza al popolo di Dio, specialmente ai poveri. Inoltre, vi sono sempre
più suore che, avendo una buona formazione teologica, hanno molto da
insegnarci. 1 laici hanno autorità per le loro diverse esperienze, conoscenze,
e talvolta per la loro vita matrimoniale e genitoriale. In parte, una delle cose
che noi offriamo alla Chiesa consiste nell'essere una comunità nella quale
l'autorità di ciascuno dovrebbe essere riconosciuta.
Ogni
governo è l'esercizio della nostra condivisa responsabilità per la vita e la
missione dell'Ordine. Il suo fondamento è la fiducia che dovremmo avere l'uno
verso l'altro. Quando san Domenico inviò i giovani frati a predicare, i
Cistercensi si scandalizzarono per la sua fiducia in loro, ed egli disse loro:
« Io so, io so per certo che i miei giovani usciranno e rientreranno, saranno
inviati e ritorneranno, ma i vostri giovani saranno tenuti chiusi, e tuttavia
usciranno»[9].
L'obiettivo
di tutta la nostra formazione è formare frati che siano liberi e responsabili,
ed è per questo che le Costituzioni affermano che è lo stesso candidato ad
avere la responsabilità primaria della propria formazione (LCO 156). Il nostro
governo si fonda sulla fiducia nei frati. Mostriamo tale fiducia nell'ammettere
un fratello alla professione; la stessa fiducia è presente nell'elezione dei
superiori. Quindi, anche i superiori debbono aver fiducia nei frati che chiamano
a posti di responsabilità. Talvolta saremo delusi, ma non vi è ragione di
rinunciare a tale fondamentale reciproca fiducia. Come ha scritto Simon Tugwell
O.P.: «In ultima analisi, se i Domenicani vogliono compiere bene il loro
lavoro, debbono esporsi a certi rischi ed aver fiducia di farvi fronte ‑ e
l'intero Ordine deve accettare che alcuni singoli, o anche molti, abuseranno di
tale fiducia» [10].
La
fiducia richiede che superiamo la paura, la paura di ciò che può succedere se
i frati non vengono controllati! Dobbiamo formare i fratelli a vivere questa
libertà di Domenico. Come dice Felícisimo Martínez O.P.: «Non si può
rendere maggior servizio ad una persona che educandola alla propria libertà.
[...] La paura della libertà può prendere radici nella buona volontà di
coloro che si sentono responsabili per gli altri, e può esser legittimata dal
richiamo al realismo, ma non di meno ciò costituisce una mancanza di fede nel
vigore e nella forza dell'esperienza cristiana. La paura e la mancanza di fede
si tengono sempre per mano» [11],
La
paura distrugge ogni buon governo. Santa Caterina scrisse a Papa Gregorio XI: «Con
desiderio di vedervi senza alcuno timore servile. Considerando me, che l'uomo
timoroso taglia il vigore del santo proponimento e buon desiderio. [...] Su
virilmente, Padre. Ché io vi dico che non vi bisogna temere» [12]. La paura è servile, e
perciò incompatibile con il nostro stato di figli di Dio e fratelli l'uno
dell'altro. Soprattutto è sbagliata in un superiore, chiamato ad aiutare i
fratelli a crescere in fiducia e in assenza di paura.
Ma
questa fiducia che ognuno deve avere verso l'altro non è una scusa per una
reciproca negligenza. Perché ho fiducia nel mio fratello, non significa che
posso dimenticarmi di lui e lasciarlo andare per la sua strada. Se il buon
governo ci conferisce una responsabilità condivisa, essa affonda le sue radici
nella reciproca responsabilità, che siamo chiamati ad avere gli uni per gli
altri. Quando facciamo la professione, poniamo le nostre mani in quelle di un
fratello. È un gesto di straordinaria vulnerabilità e tenerezza; con essa
consegniamo la nostra vita ai nostri fratelli, e non sappiamo che cosa ne
faranno. Siamo uno nelle mani dell'altro.
Le
Vitae Fratrum ci parlano di un certo Tedalto[13]
la cui vocazione attraversò un periodo difficile: «Si pentì e ogni cosa che
vedeva e sentiva gli pareva un'altra morte». Egli era entrato nell'Ordine come
un uomo calmo e sereno, ma poi era divenuto così irascibile, che colpi persino
il sottopriore con il salterio. Questa è un'esperienza che tutti noi abbiamo
avuto! Anche se pensiamo che Tedalto non avrebbe mai dovuto essere accettato
nell'Ordine, Giordano di Sassonia rifiutò di rinunciare a questo frate e pregò
con lui, finché il suo cuore fu sollevato. Nell'accogliere un fratello con la
professione, noi accettiamo una responsabilità per lui, per la sua felicità e
riuscita. La sua vocazione è un nostro comune interesse.
Lottiamo
sempre per la vocazione dei nostri fratelli? Se un fratello attraversa un
periodo di crisi, mi volto dall'altra parte? Fingo che il rispetto della sua
vita privata possa giustificare la mia negligenza? Ho forse timore di ascoltare
i dubbi che egli potrebbe condividere con me? Io spero che, se anche a me
dovesse accadere di colpire il sottopriore con il breviario, allora i miei
fratelli si prenderanno cura di me! Debbo avere la fiducia, in tempo di crisi,
di saper condividere con i miei fratelli, sperando nella loro comprensione e
misericordia.
Come
predicatori della Parola incarnata, noi abbiamo una speciale responsabilità per
le parole che pronunciamo. La Parola deve farsi carne soprattutto nelle parole
«di grazia e verità». Le Costituzioni Primitive ordinano che il maestro dei
novizi insegni loro «a non parlar mai delle persone assenti, tranne che per
dirne bene» (L13). Questa non è una pia riluttanza che ci fa evitare di
affrontare la realtà in cui i nostri frati effettivamente si trovano. È un
invito a pronunciare parole di "grazia", a riconoscere il potere che
hanno le nostre parole di colpire, distruggere, sovvertire e indebolire i nostri
fratelli.
È
pure una grande sfida imparare a pronunciare parole di verità. È fondamentale
per la nostra democrazia che osiamo parlare di tutte le sfide che affrontiamo,
che osiamo esprimere con parole le tensioni e i conflitti che affliggono la vita
comune e impediscono la comune missione. Spesso, però, accade che lo facciamo
con chiunque, tranne che con il confratello interessato. Se siamo disturbati dal
comportamento di un confratello, dobbiamo osare parlarne lealmente con lui,
gentilmente e fraternamente. Il Capitolo non è sempre il primo luogo in cui
fare questo. Dobbiamo osare di andare a bussare alla sua porta e parlare da soli
con lui (Mt 18,15). Dobbiamo prendere del tempo per parlare l'un l'altro, specie
con quelli con cui siamo in conflitto. La comunicazione in Capitolo dipenderà
da un vasto lavoro di comunicazione al di fuori di esso. Se faremo questo sforzo
avremo rinvigorito la fraternità tra di noi, in modo tale che le questioni
difficili possano essere affrontate insieme. Allora saremo in grado di avere
quei dibattiti aperti sulla nostra vita comune, in riferimento a come sbagliamo
e come possiamo crescere, ciò che erano gli obiettivi del vecchio Capitolo
delle colpe. Il Capitolo Generale di Caleruega (43.2) fa alcune eccellenti
raccomandazioni su come questo possa avvenire oggi.
Uno
dei segni che qui c'è fiducia nei frati è quando siamo pronti ad eleggerli ad
uffici di responsabilità, anche se giovani o inesperti. Giordano venne scelto
per essere Provinciale di Lombardia quando era nell'Ordine da appena un anno, e
Maestro dopo due anni. Quale straordinario segno di fiducia in un uomo che oggi
non avrebbe fatto neppure la professione solenne! Talvolta nell'Ordine possiamo
trovare uomini più anziani attaccati alla loro responsabilità, forse timorosi
per ciò che i giovani possono compiere e dove possono portarci. E spesso questi
"giovani" non sono comunque del tutto giovani, certamente abbastanza
adulti per esser padri di famiglia e occupare posizioni importanti nel mondo
secolare. Talvolta non sono neppure molto più giovani di me stesso! Ma la
nostra formazione e lo stile di governo dovrebbero portarci ad affidare le
nostre vite a fratelli che ci condurranno dove non sappiamo. A1 momento della
professione, un frate può mettere le sue mani nelle nostre. Ma accettandolo
come fratello, con voce e voto, significa che anche noi abbiamo messo le nostre
nelle sue.
2.2.
La democrazia
Quando
mi venne chiesto, durante un'intervista alla televisione in Francia, cosa fosse
centrale nella nostra spiritualità, fui sorpreso, quasi quanto
l'intervistatore, quando risposi: "la democrazia". In effetti essa è
centrale per la nostra vita. Essere un frate significa avere voce e voto. Noi
non abbiamo voto semplicemente come un gruppo di individui privati, che cercano
decisioni di compromesso, che lasceranno a ciascuno quanta più libertà privata
possibile. La nostra democrazia dovrebbe esprimere la nostra fraternità. È
un'espressione della nostra unità in Cristo, un solo corpo.
Democrazia
per noi è qualcosa di più che votare per scoprire quale sia la volontà della
maggioranza. Essa coinvolge anche la scoperta di quale sia la volontà di Dio.
La nostra attenzione verso il fratello è un'espressione di questa obbedienza al
Padre. Tale attenzione richiede intelligenza. Ahimè, Dio non sempre parla
chiaramente attraverso mio fratello. Anzi, talvolta quello che egli dice è
evidentemente sbagliato! Ebbene, al cuore della nostra democrazia c'è la
convinzione che anche quando ciò che egli dice è stupido e sbagliato, vi è
qualche granello di verità che attende di esser scoperto. Tuttavia, per quanto
io possa essere in disaccordo con lui, egli è capace di insegnarmi qualcosa.
Imparare ad ascoltare: questo è un esercizio di immaginazione e intelligenza.
Io debbo osare mettere in dubbio la mia stessa posizione, aprirmi alle sue
domande, divenire vulnerabile ai suoi dubbi. È un atto di carità, nato dalla
passione per la verità. Questa è veramente la migliore preparazione per essere
un predicatore di «grazia e verità».
Fergus
Kerr O.P., nel suo discorso di apertura del Capitolo della Provincia
d'Inghilterra nel 1996, disse:
«Se
vi è una cosa che dovremmo sicuramente riuscire a fare in un Capitolo è
dimostrare questo impegno nel ricercare la verità, ascoltare per‑
valutare ciò con cui possiamo concor dare o dissentire, salvare ciò che è
vero in quello che altri pensano (...). Da quando vivo nell'Ordine (...) ciò
che apprezzo sempre di più è un modo di pensare ‑ aspettarci che altri
abbiano punti di vista sui quali non‑ siamo d'accordo; essere pure capaci
di capire perché credono in quello che fanno ‑ se solo avessimo
l'immaginazione, il coraggio, la fiducia nella fondamentale potenza della verità,
la carità per ascoltare quanto altri dicono, per ascoltare specialmente ciò
che temono o quando sembrano riluttanti ad accettare quello che noi vogliamo che
vedano: vi sono molti modi di trovare la verità, ma questo è l'unico che io
spero l'Ordine dei Predicatori vorrà sempre praticare»
[14].
Questa nostra amata democrazia esige del tempo. È il tempo che ci dobbiamo reciprocamente. Può essere noioso. Pochi come me trovano noiose le riunioni. Non è efficiente. Credo che non saremo mai uno degli Ordini più efficienti nella Chiesa e sarebbe sbagliato cercare di esserlo! Grazie a Dio vi sono Ordini più efficienti del nostro. Grazie a Dio non dobbiamo cercare di emularli. Una certa efficienza è necessaria, se non vogliamo perdere la nostra libertà attraverso la paralisi. Ma se facciamo dell'efficienza il nostro obiettivo, noi indeboliamo quella libertà che è il nostro dono alla Chiesa. La nostra tradizione di dare ad ogni fratello voce e voto non sempre è il modo più efficiente per giungere alle migliori decisioni, ma è una testimonianza dei valori evangelici che noi offriamo alla Chiesa, e di cui la Chiesa ha bisogno ora più che mai.
2.3.
La votazione
Lo
scopo del dialogo nei nostri Capitoli è che la comunità possa raggiungere
l'unanimità. Questo non sempre è possibile. Allora dobbiamo giungere ad una
decisione attraverso il voto. Una delle responsabilità più delicate di un
superiore è giudicare il momento in cui deve esserci una votazione. Egli deve
portare i frati per quanto possibile vicini all'unanimità, senza attendere così
a lungo, tanto che la comunità resti paralizzata per l'indecisione.
Quando
si giunge al voto, lo scopo non è vincere. Votare in un Capitolo è
assolutamente diverso dal farlo in un parlamento o in un senato. Il voto, come
il dibattito, appartiene al processo attraverso il quale cerchiamo di discernere
che cosa sia conveniente al "bene comune". Lo scopo del voto non è
determinare se sarà la mia volontà o quella degli altri frati che trionferà,
ma scoprire che cosa richiedono la costruzione della comunità e la missione
dell'Ordine.
Il
votare, nella nostra tradizione, non è una contesa tra gruppi, ma il frutto di
un'attenzione a che cosa tutti i frati hanno detto. Per quanto possibile, senza
tradire nessuna convinzione fondamentale, dovrei cercare di votare le proposte
che riflettono gli interessi, i timori e le speranze di tutti i frati, non solo
della maggioranza. Altrimenti, io posso sì “vincere”, ma la comunità
perderà. In politica, il proprio voto esprime la propria fedeltà ad un
partito. Per noi, il voto esprime chi siamo, frati dedicati alla missione comune
dell'Ordine.
Ne
segue che il risultato di una votazione è la decisione della comunità, e non
soltanto di quelli che hanno votato a suo favore. È la comunità che è
arrivata ad una decisione. Sono libero di non gradire il risultato ed anche,
eventualmente, di fare una campagna per capovolgerlo, ma esprimo la mia identità
come membro della comunità rendendo effettiva la decisione presa. Contare sul
semplice voto di maggioranza fu una innovazione profonda della tradizione
domenicana [15].
In passato, la scelta del superiore avveniva o attraverso il consenso, o per
decisione dei frati "più saggi": era considerato troppo rischioso
affidarsi alla maggioranza. Per noi si tratta della espressione della nostra
fiducia nei confratelli.
Ciò
avviene soprattutto nella elezione dei superiori. È naturale che con i frati
che la pensano allo stesso modo si discuta chi potrebbe essere un buon
superiore, ma sarebbe contrario alla natura della nostra democrazia presentare
un confratello come il "candidato" di una parte. Perciò, sono incerto
se sia appropriato avvicinare un fratello innanzi tempo, per chiedergli se è
preparato per "presentarsi" come candidato. È certamente utile sapere
se un fratello accetterà o rifiuterà un'elezione, ma c'è il pericolo che egli
venga presentato come il candidato di un gruppo, o che accetti l'elezione come
suo rappresentante. Inoltre, pochi tra i frati che pur sarebbero buoni
superiori, vorrebbero essere "candidati", sebbene sarebbero poi
disposti ad accettare l'elezione come un atto di obbedienza verso i confratelli.
Cercare candidati che esprimano il loro consenso ad esser superiori può
condurci a non scegliere i frati più adatti a tale ufficio.
Un
superiore viene eletto per servire tutti i frati, per il bene comune
dell'Ordine. La sua elezione è il risultato di un voto che "noi"
abbiamo espresso, senza tenere conto di chi abbiamo votato. E una volta che egli
è stato eletto, ha bisogno del sostegno dell'intera comunità, poiché noi lo
abbiamo eletto, indipendentemente da come ciascuno ha votato. Prima di votare
abbiamo invocato la guida dello Spirito Santo, e dobbiamo confidare che quella
guida ci sia stata effettivamente data.
Una
delle più solenni responsabilità che la nostra democrazia può chiederci è
votare l'ammissione all'Ordine di candidati e per la professione dei nostri
fratelli. È una bella espressione della nostra responsabilità comune. Il
nostro voto è ricerca della verità, partecipi di una parte di un processo che
permetterà di discernere se il fratello sia chiamato da Dio a condividere la
nostra vita. Non può mai essere espressione di una scelta partitica, o del
nostro personale gradimento, o di avversione verso il fratello. Il voto deve
essere l'espressione di vera carità, cercando di discernere che cosa sia meglio
per lui. Se noi agiamo in tal modo, allora un fratello al quale è negata la
professione non si sentirà rifiutato, ma da noi aiutato a discernere quale sia
veramente la volontà di Dio per lui. Se il nostro voto esprime lotte di potere
all'interno della comunità, delle dispute ideologiche, delle amicizie o
inimicizie, avremo tradito una grave responsabilità; incoraggeremmo i frati che
sono in formazione a nascondere la propria vera identità, e formeremmo dei
frati inadatti, a loro volta, a governare.
3.
LA PAROLA SI FECE CARNE
I
LIVELLI DEL GOVERNO DOMENICANO
3.1.
La responsabilità da assumere
La
Parola che proclamiamo non è una parola astratta, perché si è fatta carne e
sangue. Quella che predichiamo non è una teoria di salvezza, ma la grazia che
è stata incorporata nella vita, morte e resurrezione di un uomo, circa duemila
anni fa. Così, anche per noi, non è sufficiente che possediamo una bella
teoria della responsabilità. Dobbiamo viverla. Noi possediamo meravigliose
strutture democratiche che ci offrono la libertà, ma è la libertà che
dobbiamo assumere.
In
occasione delle mie visite alle Province, mi sono convinto che uno dei maggiori
problemi da affrontare è il rispondere effettivamente e responsabilmente alle
sfide di oggi. Talvolta, noi soffriamo per ciò che ho spesso chiamato «il
mistero della responsabilità che sparisce» [16].
Come avviene che noi, per i quali la responsabilità è centrale, così spesso
ce la lasciamo sfuggire tra le dita? I nostri Capitoli Generali e Provinciali
sono di norma momenti di verità, in cui guardiamo onestamente a quanto deve
essere fatto e come dobbiamo farlo. Vengono prese importanti decisioni. Vengono
scritti testi meravigliosi. Ma talvolta, guardando ed analizzando tutto ciò con
chiarezza, siamo come « un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio:
appena si è osservato, se ne va, e subito dimentica come era» (Gc 1,23).
Una
delle ragioni per cui sfuggiamo alla responsabilità, benché siamo chiamati
alla libertà, è che la libertà ci spaventa e la responsabilità è gravosa, e
perciò si è tentati di evitarla. Abbiamo nell'Ordine molti livelli di
responsabilità, e spesso ci piace immaginarla a qualche altro livello, che non
a quello in cui dovrebbe essere esercitata. « Si deve fare qualcosa», ma di
solito da parte di qualcun altro: il superiore, o il Capitolo, o addirittura il
Maestro dell'Ordine! «Deve agire la Provincia», ma che cos'è la Provincia, se
non noi stessi? Se vogliamo essere veramente gli eredi della libertà di
Domenico, dobbiamo identificare la responsabilità che è propriamente nostra, e
assumerla. Dobbiamo articolare il rapporto tra i diversi livelli di governo
nell'Ordine.
Le
Costituzioni affermano che il nostro governo è determinato da una «partecipazione
organica e contemperata di tutte le sue parti», e che il suo potere al vertice
è condiviso «nelle debite proporzioni e con conveniente autonomia dalle
Province e conventi» (LCO I.VII). Se il nostro governo deve davvero essere «organico
e contemperato» e riconoscere l'autonomia propria di ogni fratello, convento e
Provincia, allora dobbiamo chiarire il rapporto tra i diversi livelli di governo
nell'Ordine. Non amo il termine "livelli", ma non sono stato capace di
pensarne uno migliore.
Il
rapporto tra i diversi livelli di responsabilità nell'Ordine si articola
intorno ad almeno tre principi fondamentali.
a)
L'itineranza
Nessun
fratello è, o dovrebbe essere, superiore troppo a lungo. Vi è un limite al
numero di periodi in cui un fratello può servire come Priore o Provinciale
senza postulazione. Noi non abbiamo abati a vita. Non vi dovrebbe essere una
casta di superiori, perché il governo è la responsabilità condivisa di tutti
i fratelli. Se siamo stati eletti ad esser superiori, allora è un servizio che
dobbiamo offrire. Ma non vi è nessuna carriera né promozione nell'Ordine dei
Frati Predicatori.
b)
Dobbiamo rafforzarci l'un l'altro
Non
vi può essere competizione per la responsabilità, né per ottenerla, né per
evitarla. Dobbiamo rafforzarci l'un l'altro. Una delle principali responsabilità
del Priore è confermare i suoi frati[17]
e avere fiducia nella loro capacità di saper fare più di quanto essi stessi
immaginano, e di sostenerli quando compiono un buon passo in avanti in qualsiasi
campo. È ben noto che quando Montesinos predicò il suo famoso sermone sui
diritti degli Indiani, era il suo Priore, Pedro de Córdoba, che lo appoggiò,
dicendo che era l'intera comunità che aveva predicato quel sermone. Ciascun
confratello è un dono per la comunità, ed è dovere del superiore accogliere e
valorizzare i talenti dei fratelli che Dio ci ha dato.
Ma questo rapporto è reciproco. Ciascun confratello, a sua volta, ha una responsabilità speciale per il fratello che noi abbiamo eletto. Uno dei modi con cui noi affermiamo il valore di un fratello consiste nell'eleggerlo come superiore. Avendo posto un peso sulle sue spalle abbiamo il dovere di sostenerlo, aver cura di lui e incoraggiarlo. Se manca, allora ha bisogno del nostro perdono. Se abbiamo un superiore inefficiente, che manca di visione, allora è perché abbiamo eletto quel fratello. Non lo biasimiamo per sbagli e limiti che già conoscevamo quando la comunità lo ha scelto. Piuttosto che accusarlo per il suo fallimento, dobbiamo aiutarlo a compiere ciò di cui è capace.
Quello
che il Signore ha detto a Pietro, lo ha detto a noi tutti: «Conferma i tuoi
fratelli» (Lc 22,32). Se il nostro sistema di governo, con tutta la sua
complessità, opera per il mutuo indebolimento allora siamo tutti paralizzati ed
abbiamo perduto la libertà di Domenico. Ma se esso opera per il rafforzamento
di tutti, allora possiamo fare cose grandi.
c)
Il discernimento del bene comune
Il
discernimento e il conseguimento del bene comune sono i compiti principali del
governo; è qui dove i rapporti tra i diversi livelli di governo possono
diventare più tesi e dolorosi (cf 1.2). Un confratello può trovarsi assegnato
ad una comunità in cui non desidera vivere, o ad un compito per il quale si
sente inadatto. O una Provincia potrà vedersi richiedere di cedere per qualche
missione dell'Ordine un confratello che malvolentieri può permettersi di
perdere. Questo può essere duro, eppure è la più chiara espressione della
nostra unità nella missione comune, e spesso il bene comune più ampio deve
ricevere la priorità su quello locale, se l'Ordine‑ non vuol frammentarsi
in una vaga associazione di individui.
Chiedere
può essere doloroso per entrambi. Piuttosto che affronta re questo dolore, può
darsi che un superiore sia tentato di chiedere dei volontari, o dichiari che non
si può far nulla. Ma questa sarebbe una fuga dalla responsabilità per la quale
è stato eletto, e condurrebbe alla paralisi.
A
volte dobbiamo osare governare, proprio perché apprezziamo la libertà che è
al cuore della vita domenicana. Noi stimiamo la libertà di frati che si
riuniscono in Capitolo e prendono delle decisioni circa la nostra comune
missione e vita, che possono essere realizzate e che non resteranno semplici
dichiarazioni sulla carta. Noi abbiamo a cuore anche la libertà con cui un
fratello ha dato la sua vita all'Ordine e alla sua missione comune. Non osare
chiedere ad un fratello di darsi a qualche missione, significherebbe mancare di
rispetto a quel libero dono di sé che egli ha fatto con la professione. Ammetto
di avere spesso esitato a chiedere a un fratello qualcosa che supponevo non
avrebbe voluto dare. Chi sono io per chiedere questo ad un mio confratello? Ma
io non chiedo sottomissione alla mia volontà, ma l'accettazione del bene comune
che i frati insieme hanno definito. Talvolta può accadere di dover insistere «
in forza dell'obbedienza». Ma, in questo caso, sarebbe un errore pensare che
questa sia la migliore immagine di quello che è l'obbedienza, poiché per noi
è soprattutto fondata sulla reciproca attenzione, in cui ambedue cerchiamo di
comprendere che cosa sia giusto e meglio[18].
Vorrei
ora condividere con voi alcune brevi osservazioni circa le sfide che affrontiamo
nell'assumere la responsabilità ai diversi livelli di governo nell'Ordine. Non
si tratta di un quadro completo: occorrerebbe un libro!
3.2.
Il Governo conventuale
È
fondamentale per la vita dell'Ordine che condividiamo le responsabilità nelle
comunità in cui viviamo. Non eleggiamo un frate come superiore della comunità
per sollevarci dalle responsabilità per la nostra vita comune e missione, ma
per aiutarci a condividerle. In alcune Province è difficile trovare confratelli
disposti ad accettare l'elezione a Priore. Una ragione può essere quella che ci
attendiamo che egli porti da solo l'intera responsabilità. Il Priore, essendo
stato una figura eminente, talvolta è diventato il manager domestico, il solo
che deve perennemente risolvere i problemi della comunità. Se la mia lampadina
o il riscaldamento centrale non funzionano, è il Priore che deve risolvere il
problema. Solo quando divenni Priore ad Oxford, affrontai il problema di sapere
come il latte arriva dalla vacca alla brocca, perché io potessi mettere del
latte nel mio caffè! In effetti, il Priore è chiamato a «servire con amore»
(LCO 299), ma questo non significa che possiamo accumulare sulle sue spalle ogni
responsabilità, lasciandolo solo e senza aiuto. Il nostro diritto di eleggere
un superiore implica il dovere di sostenerlo nel costruire la nostra vita comune
e missione.
I
superiori hanno bisogno anche dell'aiuto del Provinciale e del suo Consiglio.
Molte Province tengono incontri annuali di superiori, nei quali discutono le
sfide che s'incontrano e si offrono reciprocamente aiuto ed incoraggiamento. La
Provincia di sant'Alberto Magno negli USA ha anche pubblicato un eccellente
manuale per aiutare i nuovi superiori a capire il proprio ruolo e come
sopravvivere ad esso.
Come
servo del bene comune, uno dei principali compiti del Priore è presiedere il
Capitolo e aiutare i frati a raggiungere il consenso. Soprattutto egli deve
garantire che tutti i frati abbiamo voce, specialmente i più timidi o quelli
che sostengono opinioni di minoranza. Egli è li per proteggere il debole nei
confronti del forte. «Vi sono confratelli fragili, che possono soffrire molto
dall'essere schiacciati, forse involontariamente, da parte di fratelli con forti
personalità. Il ruolo del Priore è di proteggerli, da una parte, valorizzando
i loro doni e, dall'altra, facendo prendere coscienza ai più forti del loro
dovere di non sopraffare gli altri»[19].
Santa Caterina scriveva ai reggenti di Bologna che spesso lasciavano che i forti
la facessero franca in tutto, «ma ne' poverelli, che sono da poco e di cui egli
non teme, mostra zelo di grandissima giustizia; e senza pietà e misericordia
pongono grandissimi pesi per piccola colpa» [20].
Anche il superiore di una comunità domenicana può esser tentato di mostrare
maggior zelo nel rilevare le mancanze dei deboli che quelle dei forti.
Il
superiore deve avere tempo per ciascun confratello. Non è sufficiente
presiedere le riunioni comunitarie. Egli deve essere attento a ciascun frate,
incontralo regolarmente da solo, in modo che il frate possa condividere le sue
speranze e timori con libertà, fiducioso in un orecchio attento. Soprattutto il
superiore deve avere a cuore la dignità di ciascun confratello. Se posso darvi
un fondamentale consiglio, questo sarebbe: non permettete mai che un frate sia
umiliato.
Uno
dei più importanti compiti del superiore è quello di aiutare la comunità a
definire il suo "progetto comunitario". La centralità di questo, ai
fini della nostra vita e missione, è stata sottolineata dagli ultimi tre
Capitoli Generali dell'Ordine, ma in alcune Province è trascurato. Talvolta ciò
accade perché è stato mal compreso cosa significa che ciascuna comunità debba
identificare un compito unico al quale tutti i frati devono dedicarsi, come una
scuola o una parrocchia. Il primo passo consiste, per ogni frate, nell'infornare
la comunità circa la propria vita e sui suoi ministeri, nel condividere le
gioie e le delusioni che egli affronta. Ma ciò deve condurci ancora oltre, ad
una profonda collaborazione nei compiti reciproci e a far emergere la missione
comune. È il momento per una comunità di valutare insieme la presenza
apostolica dell'Ordine in una regione, e fino a che punto ciò sia conforme con
le priorità dell'Ordine. Appoggio caldamente la raccomandazione del Capitolo
Generale di Caleruega (44), che, cioè, ogni comunità fissi una giornata
annuale, per definire i ministeri dei frati e per mettere a punto il programma
annuale.
La
democrazia non significa che il Priore debba sottoporre tutto al Capitolo. Noi
eleggiamo dei frati a responsabilità particolari, in modo che possiamo esser
liberi per la missione. Avendo eletto un frate per governare, dobbiamo lasciarlo
libero di farlo. Le Costituzioni stabiliscono quando il Priore deve consultare
la comunità, e quando il Capitolo o il Consiglio hanno il potere di decisione.
Ma il superiore non dovrebbe usare questo come scusa per negare alla Comunità
la responsabilità per qualunque cosa importante per i frati. «Ciò che
riguarda tutti, deve essere approvato da tutti»[21].
Il principio fondamentale stabilito da Humbert de Romans nel XIII secolo, è che
il Priore debba consultare la Comunità in tutti gli affari importanti, ma non
deve disturbarsi a farlo se la questione è insignificante; nei casi intermedi
la prudenza vuole che egli consulti alcuni suoi consiglieri.[22]
Il
governo democratico del Capitolo è così centrale per la nostra vita, che
talvolta saremmo tentati di ritenere che il Priore è semplicemente il capo del
Capitolo, che il suo ruolo è quello di guidare la discussione in modo che i
frati possano giungere, se possibile, a un consenso. Ma le Costituzioni (LCO
299, 300) dicono anche chiaramente che il Priore ha il ruolo di tutelare la vita
religiosa ed apostolica della comunità. Per esempio, egli deve predicare ai
frati regolarmente. Questo non intacca in alcun modo il principio democratico.
Esso dimostra che la comunità locale fa parte della Provincia, come la
Provincia è parte dell'Ordine e, pertanto, la comunità locale non può
prendere decisioni in contraddizione con quello che i frati hanno stabilito in
un Capitolo Provinciale o Generale. È proprio in forza di una democrazia più
ampia che un Priore locale può talvolta ritenere di non poter accettare la
volontà della maggioranza. Se i frati votassero l'installazione di una sauna in
ogni cella, egli dovrebbe rifiutare il suo consenso!
3.3.
Il Governo provinciale
Al
Capitolo Generale di Messico, la Provincia è stata definita come il normale
centro di animazione del dinamismo apostolico dell'Ordine (n. 208). È a livello
provinciale che ha luogo la maggior parte della pianificazione pratica per la
missione dell'Ordine. Avendo fino ad oggi visitato circa 35 entità dell'Ordine,
riconosco di dover fare grandi sforzi per limitare il mio testo. Ringraziate che
non ho atteso un altro anno per scrivere questa lettera! Mi spiace che non vi
sia stato spazio per parlare delle relazioni tra Vicariati e Province.
a)
La creazione di nuovi progetti
Ogni
Provincia deve dar vita a progetti e istituzioni, che diano corpo e forma alla
nostra comune missione. La maggior parte di noi sono entrati nell'Ordine perché
desideravano essere predicatori. Ma quale forma deve prendere questa
predicazione? Quali progetti danno, oggi, carne e sangue al nostro carisma
domenicano?
Nei
confronti delle istituzioni, anche noi possiamo soccombere a quel profondo
sospetto che è parte della cultura contemporanea; eppure la fondazione
dell'Ordine è stato un atto di suprema creatività istituzionale. Domenico e i
suoi fratelli hanno risposto con straordinaria immaginazione alla necessità di
predicare il vangelo, con l'invenzione di una nuova istituzione, il nostro
Ordine. Anche noi abbiamo bisogno di tale creatività. Non è necessario che le
istituzioni siano complesse o costose: così una stazione radio o un sito su
Internet, una università o una banda musicale, un convento o una galleria
d'arte, una libreria o un gruppo di predicatori itineranti. Tutte queste sono
“istituzioni” che possono sostenere nuovi modi di predicare. L'incarnazione
della Parola di Dio alle nuove frontiere richiede nuove ideazioni.
Quando
ci riuniamo in Capitolo per programmare la missione delle nostre Province,
allora dobbiamo sempre chiederci se le istituzioni che manteniamo servono alla
missione dell'Ordine. Ci consentono di aver voce nei dibattiti odierni? San
Domenico mandò i frati alle nuove università, perché era lì che venivano
trattati gli argomenti importanti del suo tempo. Dove ci manderebbe oggi?
La
programmazione della missione ci richiede quella creatività istituzionale,
quella capacità di immaginare nuovi progetti, nuovi pulpiti, che diano
all'Ordine voce e visibilità. È accaduto che giovani domenicani francesi
inventassero una nuova forma di missione `la missione alla spiaggia”, che fu
molto popolare! Un confratello americano, incaricato di una missione nel sud
protestante del paese, trasformò un caravan in una cappella mobile con un
pulpito. Se veramente siamo ansiosi di condividere la buona novella di Gesù
Cristo, allora dobbiamo usare interamente la nostra immaginazione.
Se
non possediamo tale coraggio ed inventiva, allora resteremo bloccati, aspettando
nelle nostre chiese che la gente venga da noi, mentre essi sono altrove,
affamati di una parola. Oppure ci troveremo a lavorare per altre istituzioni,
fondate da altri gruppi, anche ordini religiosi, che hanno saputo avere audacia
e immaginazione più di noi.
Abbiamo
bisogno di giovani frati e di nuove vocazioni, per predicare in modi che noi
oggi non possiamo immaginare. Quando la Provincia di Chicago accoglieva dei
novizi, alcuni anni fa, chi poteva allora supporre che oggi quegli stessi
giovani uomini avrebbero predicato su Word Wide Web, ed anche presa in esame la
fondazione di un Centro di Studi Virtuale?
b)
Pianificare
«Comincia
nei sogni la responsabilità»[23],
ha detto W. B. Yeats. I Capitoli Provinciali dovrebbero esser momenti in cui
tentiamo di rispondere alle sfide sognando nuovi progetti. I Capitoli prendono
spesso decisioni audaci e coraggiose, come quella di esser più impegnati in
Giustizia e Pace, di sviluppare la nostra presenza nei mass‑media, di
mandare frati nelle missioni. Ringraziamo il Signore! Eppure spesso, quattro
anni dopo, non è accaduto nulla di importante. Vi è una preghiera per i
Capitoli, nel vecchio messale domenicano, in cui i frati chiedono il dono dello
Spirito Santo, «perché consenta loro di discernere la sua volontà, ed
impiegare le loro forze per compierla». Forse questa preghiera era necessaria
perché i frati, allora come oggi, hanno sperimentato che era più facile
prendere decisioni che attuarle. In effetti, a meno che impariamo a prendere
decisioni e a realizzarle, saremo delusi da ogni governo, e la nostra libertà e
responsabilità verranno distrutte.
Incarnare
la Parola nel nostro tempo, trovare nuove forme di predicare oggi, deve
cominciare nei sogni, ma concludersi in una difficile pianificazione concreta.
Il buon governo si fonda sulla virtù della prudenza, che è una saggezza
pratica. Dobbiamo pervenire ad un accordo su quanto possiamo realizzare. Non è
possibile fare tutto in una sola volta e così dobbiamo stabilire l'ordine in
cui i progetti dovranno essere realizzati. Dobbiamo affrontare le conseguenze
delle nostre scelte, anche se questo comporta un profondo ri‑orientamento
della missione e della vita della Provincia; decidere il processo secondo il
quale un progetto può venir programmato, proposto, valutato e realizzato. Se il
progetto non funziona, dobbiamo cercare di capirne il perché e come si può
rimediare.
c)
Le sfide della crescita e della diminuzione
Vi
sono momenti specifici, nella vita di un'entità dell'Ordine, nei quali
un'accurata pianificazione è particolarmente importante.
Vi
sono momenti successivi nella nascita dell'Ordine in un nuovo paese. Talvolta,
all'inizio, per essere accolti ed entrare nella nuova cultura, dobbiamo
accettare forme di apostolato che non esprimono pienamente il nostro carisma di
predicatori e maestri.
Dappertutto
nell'Ordine, in Africa, in America Latina, in Europa orientale ed in Asia, ho
osservato lo slancio e la difficoltà di operare la transizione verso lo stato
successivo della vita domenicana. È un momento di trasformazione profonda,
poiché i frati cercano di formare comunità, dismettere alcune parrocchie,
adottare nuovi apostolati, fondare centri di formazione e studio, organizzare un
corpo di professori. La fioritura dell'Ordine dipende dalla capacità dei frati
di vivere questo tempo di transizione nella mutua comprensione e sostegno.
Per
i frati anziani, forse "i padri fondatori", può trattarsi di un
periodo doloroso, perché le aspirazioni dei giovani appaiono come un rifiuto di
tutto ciò che essi hanno fatto. Essi hanno accolto nell'Ordine questi giovani
che sembravano voler distruggere il lavoro delle loro vite, e questo nella
convinzione di essere "pienamente domenicani". Anche per i giovani
potrà essere un periodo di ansietà, in cui essi si domandano se saranno capaci
di realizzare i propri sogni di una vita domenicana più sviluppata.
In
questi momenti di transizione occorre un'accurata pianificazione e
consultazione, ma non si tratta semplicemente di amministrazione. Da una parte,
dobbiamo mostrare di apprezzare quello che i frati anziani hanno fatto, e,
dall'altra, vivere questo momento come un tempo di morte e di rinascita,
camminando sulle orme di Cristo. Quando il vescovo Paolo Andreotti stava
guidando un ritiro ai confratelli in Pakistan, al tempo della nascita della
nuova vice‑Provincia, disse ai fratelli che provenivano da fuori: «Alcuni
di voi possono ora decidere di rientrare nelle proprie province, ma quelli che
decidono di restare debbono essere sicurissimi delle loro motivazioni. Credo che
Gesù ci stia offrendo un cammino di morte». Se i frati più anziani sapranno
compiere questo cammino con gioia, daranno ai giovani la formazione più
profonda. Perché la formazione, specie per un frate itinerante mendicante, è
sempre apprendistato al distacco.
Gilbert
Márkus O.P. disse al Capitolo Generale di Caleruega: «Se questi giovani sono
entrati nell'Ordine per seguire Cristo, deve esser data loro una guida nell'arte
di morire. Essi si sono affidati all'Ordine, e parte della responsabilità che
abbiamo accettato quando abbiamo accolto la loro professione, è stata quella di
insegnare loro quest'arte. Non vi è speranza, per un giovane domenicano che
durante la sua formazione non giunga a rendersi conto di come debba perdere se
stesso, morire a se stesso. Questa non è una scusa per i più anziani di
chiudersi sulla difensiva nelle proprie posizioni o di resistere al cambiamento.
Essi debbono invece guidare i giovani sul percorso del sacrificio, e questo
significa percorrerlo con loro e dare esempio di generosità»[24].
Sono
poche, nell'Ordine, le Province che stanno morendo, sebbene alcune, specie
nell'Europa occidentale, stiano diminuendo. Come possono tali Province essere in
grado di intraprendere nuovi progetti e fresche iniziative?
Una
Provincia deve chiedersi che cosa realmente intenda fare. Quale è la sua
missione oggi? Quali nuove sfide deve affrontare? Quali le nuove forme di
predicazione da sviluppare? Avere tale libertà può significare prendere
energiche decisioni. Può esser necessario chiudere due case, per avere la
possibilità di aprirne una che offra nuove possibilità. Ma è meglio prendere
una forte decisione, in modo da poter essere liberi, invece che semplicemente
compiere una lenta ritirata, in cui siamo vittime passive di circostanze al di
fuori del nostro controllo. Come predicare la libertà dei figli di Dio, se noi
stessi abbiamo rinunciato ad ogni libertà? Come possiamo essere messaggeri di
speranza, se abbiamo abbandonato ogni speranza di fare qualcosa di nuovo per
Dio? A meno che non ci appropriamo di tale libertà, non attireremo o
tratterremo alcuna vocazione.
d)
Il Provinciale e il suo Consiglio
Il
Consiglio provinciale viene eletto per assistere il Provinciale nel governo
della Provincia, dando consigli e prendendo decisioni. I Consiglieri possono
esser stati eletti perché rappresentano diversità di conventi o di interessi,
ma essi non siedono in Consiglio quali rappresentanti di qualche gruppo o
ideologia. L'affermarsi di una fazione nel seno del Consiglio comprometterebbe
il suo servizio verso la Provincia. Il suo ruolo è di aiutare il Provinciale a
mettere in atto le decisioni del Capitolo e ricercare il bene comune. Questo
richiede un profondo rispetto della riservatezza, altrimenti il Provinciale non
riceverebbe il sostegno di cui ha bisogno.
Nell'attuazione
delle decisioni del Capitolo e nella ricerca del bene comune, il Provinciale
dovrà prendere a volte decisioni dolorose. Ho già scritto della sofferenza che
talvolta può conseguire all'assegnazione (3.1 c). Ma una Provincia non si
governa ponendosi nell'attesa di fratelli che si offrano volontariamente per dei
ministeri. Chiedere volontari può sembrare rispetto per la volontà dei frati,
ma, eccetto circostanze molto particolari, di fatto è una cattiva
interpretazione della natura della libertà con cui abbiamo offerto noi stessi
alla missione dell'Ordine. Èanche minare la libertà della Provincia nel
prendere decisioni e attuarle efficacemente. Infine, si poggia sull'assunto che
il miglior giudice di che cosa un fratello possa fare sia lo stesso fratello.
Noi possiamo sbagliare radicalmente. Talvolta un fratello può ritenersi il vero
successore di san Tommaso, mentre è simile ad uno bue muto. Più spesso, i
fratelli sottovalutano le proprie capacità. Io ho fiducia che i miei frati
sappiano che cosa io sia più capace di fare. Ciò fa parte della fiducia che
salda insieme l'Ordine.
Un
Provinciale o il Maestro dell'Ordine può dover cassare un'elezione; anche
questo può esser doloroso. Sembra che con tale azione s'intacchino i diritti
democratici dei frati di scegliere il proprio superiore. Ma talvolta questo deve
esser fatto, proprio perché i superiori sono stati essi stessi democraticamente
eletti per prendersi cura del bene comune della Provincia o dell'Ordine, e
sarebbe un compromettere la democrazia se rifiutassero di assumere la carica
alla quale sono stati eletti. Vi sono diverse fasi in questo processo. La
comunità vota; il superiore deve decidere se confermare o cassare; il fratello
eletto deve accettare o rifiutare; il superiore deve decidere se accettare il
rifiuto o insistere. In ciascun momento ci deve essere permesso di esercitare la
responsabilità che ci è propria, senza interferenze o pressioni, in maniera
che possiamo scoprire che cosa veramente tende al bene comune.
3.4.
Il Maestro dell'Ordine e il Consiglio generalizio
Il
governo generale dell'Ordine si riferisce agli altri livelli di governo in
accordo con gli stessi principi citati in 3.1.: itineranza, aiuto reciproco e il
perseguimento del più ampio bene comune.
a)
Rafforzare i frati
Il
compito prioritario del Maestro dell'Ordine e del Consiglio generalizio è di
sostenere i fratelli e l'intera Famiglia domenicana. Dovunque io vada nei miei
viaggi, incontro fratelli e sorelle che predicano il vangelo con magnifico
coraggio, spesso in situazioni di povertà e violenza. Questo è uno stimolo per
me e per il Consiglio.
Il
mezzo principale col quale il Maestro dell'Ordine rafforza i frati è attraverso
le visite, cercando di incontrare ogni fratello. Questo è un privilegio e una
gioia. Il programma è così denso che c'è ben poco tempo per altre cose. Tra
il novembre scorso e questo maggio, sono stato a Roma meno di quattro settimane.
Non mi è stato possibile, come avevo sperato, di visitare i frati e le suore
nella regione dei Grandi Laghi in Africa, per dar loro il sostegno di cui hanno
bisogno. Una questione che porrò al Capitolo Generale di Bologna è se non
dovremo ripensare a come vengono compiute le visite, in modo che il Maestro
dell'Ordine abbia la libertà di rispondere alle necessità dell'Ordine in altro
modo.
Quando
una Provincia attraversa un profondo processo di rinnovamento o affronta un
periodo di crisi, una visita occasionale non è sufficiente. Sempre più il
Consiglio Generale vede la necessità di accompagnare alcune Province
dell'Ordine, quando attraversano difficili prove. Dobbiamo sostenerle perché
abbiano la forza e il coraggio di prendere le sofferte decisioni necessarie al
loro rinnovamento. Il Socio del Maestro per quella Provincia dovrà spesso
sostenere un ruolo impegnativo, nello stare accanto ai frati, perché affrontino
la sfida della ricostruzione della vita e del governo domenicani.
È
raro che il Maestro dell'Ordine debba intervenire direttamente nel governo di
una Provincia. Quando lo fa, può esser duro sopportarlo per i frati. Potrebbe
sembrare che il loro diritto democratico di prendere decisioni circa la propria
vita e missione venga sostituito. Ma ogni intervento di questo tipo è sempre un
tentativo per rafforzare i frati, e per aiutarli a rinnovarsi nella loro libertà
e responsabilità. Se il governo si indebolisce o addirittura si paralizza a
livello provinciale, allora il Maestro può dover intervenire direttamente, in
modo che i frati possano una volta ancora essere liberi per affrontare il
futuro. Questo caso si presenta spesso quando dobbiamo programmare
l'unificazione di Province.
b)
Il bene comune più ampio
Il
Maestro dell'Ordine deve promuovere l'unità dell'Ordine nella sua comune
missione. Vediamo questa missione più chiaramente nella creazione di nuove
fondazioni, nel rinnovamento dell'Ordine dove è debole, e nelle case poste
sotto la diretta giurisdizione del Maestro dell'Ordine.
Uno
dei compiti più ardui del Maestro dell'Ordine è trovare frati per questa
missione comune. Humbert de Romans scrisse all'Ordine nel XIII secolo che uno
dei maggiori ostacoli alla missione dell'Ordine era «l'amore dei frati per il
loro paese nativo, il richiamo del quale così spesso li irretisce ‑ non
essendo ancora la loro natura rinvigorita dalla grazia ‑ per cui piuttosto
che lasciare il proprio paese e i parenti e dimenticare il proprio popolo,
desiderano vivere e morire tra i propri familiari e amici, dimenticando che in
circostanze simili il Salvatore non si lasciò neppure trovare da sua madre»[25].
Certe cose non cambiano!
Veramente,
io posso dire che molti frati, specialmente i giovani, hanno un profondo e
crescente senso di questa missione comune dell'Ordine, alla quale siamo
chiamati. Alcune Province sono grandemente generose nel dare i loro frati alla
missione comune dell'Ordine. Per esempio, abbiamo trovato frati per aiutare a
ricostruire l'Ordine nella ex‑Unione Sovietica. Ma spesso è difficile
trovare i frati necessari, ad esempio, per aiutare i confratelli in Rwanda e
Burundi in questo tempo di sofferenza. Abbiamo necessità di frati per la
fondazione dell'Ordine nel Canada occidentale. Abbiamo bisogno di frati per
rinnovare e sostenere i nostri centri internazionali di studio.
Come
possiamo approfondire la nostra partecipazione alla missione comune dell'Ordine?
Questo ci chiede di crescere insieme nella grazia e nella verità del Verbo
Incarnato.
I.
Siamo chiamati alla assoluta, gratuita generosità della Parola. Questa non è
solo la generosità di una Provincia che dona un confratello libero, o che
chiede dei volontari. Spesso c'è bisogno proprio di fratelli che non sono
liberi. Questo implica la ridefinizione delle priorità della Provincia alla
luce delle necessità della nostra missione comune. Nell'America latina, ad
esempio, stiamo cercando di rinnovare l'Ordine chiedendo alle Province più
forti di lavorare in stretto collegamento con le Province dove siamo più
deboli. Stiamo evolvendo verso una specie di partnership, per cui ad una
Provincia può esser richiesto di accompagnare un'altra entità. Stiamo
chiedendo a queste Province di ridefinire la loro missione alla luce delle
necessità dell'Ordine.
II. Ciò richiede che viviamo nella verità. Prima di tutto la verità di che cosa significhi essere un frate domenicano. Abbiamo fatto la nostra professione al Maestro dell'Ordine per la missione dell'Ordine. Certamente, la missione di ciascuna Provincia è un'espressione di quella missione. Ma talvolta dobbiamo esprimere la nostra più profonda identità di Domenicani con l'essere inviati per la missione al di fuori dei confini della nostra Provincia.
III.
Questo richiede che sinceramente cerchiamo insieme di conoscere quali siano le
nostre risorse per la missione comune. Questo esige da noi una grande e
reciproca fiducia. Quando il Maestro dell'Ordine chiede a un Provinciale se vi
sia un confratello adatto per qualche compito della missione comune, ci può
esser talvolta un comprensibile istinto di protezione nei confronti degli
interessi della Provincia. Abbiamo bisogno, se vogliamo discernere il bene
comune, di profonda fiducia e trasparenza, in modo da poter dialogare su quale
sia il modo migliore di andare incontro alle necessità dell'Ordine, pur nel
rispetto della situazione della Provincia. In passato era normale che i
Maestri dell'Ordine assegnassero semplicemente i frati al di fuori delle loro
Province, anche contro la volontà dei Provinciali. Talvolta è ancora
necessario far questo, così come un Provinciale può talvolta dover assegnare
un fratello da un convento all'altro, nonostante la resistenza del superiore.
Ma, in ultima analisi, la nostra missione comune chiede che, da parte nostra, vi
sia speranza e reciproca fiducia, grazia e verità.