VITA COMUNE E
CONSIGLI EVANGELICI
di P. Pietro Lippini OP
(in Spiritualità Domenicana, quaderni di Famiglia Domenicana)
Il
primo dei grandi mezzi di cui parla la legislazione dell'Ordine domenicano è la
vita comune: mezzo di tanta importanza che, senza di esso, verrebbe meno il suo
stesso carattere di Ordine religioso.
Esso
però, nella Famiglia domenicana non ha soltanto una parte essenziale rispetto
al fine generico e comune dello stato religioso, ma ha anche una capitale
importanza nei riguardi del fine specifico proprio nell'Ordine, dato che, senza
di esso la predicazione rimarrebbe almeno parzialmente in assequibile o per lo
meno non riporterebbe tutti i suoi frutti.
Assolutamente
parlando, il fine dell'Ordine, cioè la predicazione, può essere raggiunto in
qualche modo anche isolatamente; per cui, specie al giorno d'Oggi, noi
Domenicani non possiamo certo arrogarci il monopolio della predicazione, alla
quale vediamo dedicarsi con .frutto anche i sacerdoti diocesani, anche se essi
non godono, come godiamo noi religiosi, dei vantaggi della vita comune. Ma è
innegabile che la loro predicazione, perché sporadica e isolata, perché più
difficilmente preparata remotamente e immediatamente da studi profondi, non può
riportare quei frutti che invece più facilmente .dà quando è fatta
sistematicamente e in collaborazione, e da chi, comunque, è libero da
preoccupazioni materiali e familiari e gode, oltre al resto, dell'aiuto visibile
ed invisibile di tanti fratelli e sorelle che lavorano e pregano per il buon
successo dell'opera.
Ecco
perché, in vista di questa sua maggiore efficacia, le nostre Costituzioni ci
fanno osservare che « il ministero della parola è un lavoro comunitario e
riguarda in primo luogo la comunità intera: f u per questo che in origine il
convento veniva chiamato santa predicazione » (LCO 100, I).
Si
ribadisce così, che la vita comune, al contrario di quanto avveniva negli
Ordini monastici
Naturalmente,
più perfetta sarà la vita comune e meglio contribuirà al conseguimento di
quelle finalità cui essa, come mezzo, è destinata. Una vita comune che si
riducesse soltanto ad un dormire sotto lo stesso tetto e a un mangiare alla
stessa mensa sarebbe evidentemente del tutto inutile allo scopo.
La
vita comune, intesa come collaborazione totale, diventa comunione e ben viene
descritta, rilevandone le finalità e i suoi fondamenti soprannaturali, dalla
nostra legislazione: « Come nella Chiesa degli Apostoli, anche la nostra
comunione ha le sue fondamenta, trova il saio sviluppo e la sua stabilità nel
medesimo Spirito nel quale riceviamo il Verbo di Dio Padre con la medesima fede;
lo contempliamo con il medesimo amore cantandone le lodi con un'unica voce; in
Lui. formiamo un solo corpo nutrendoci del medesimo pane; in Lui infine abbiamo
tutto in comune e siamo destinati alla medesima opera di evangelizzazione » (LCO
3, I).
Il
voto di obbedienza.
Quanto
ai tre voti, le nostre prime Costituzioni esplicitamente dicevano ben poco,
supponendo che tutti i religiosi cui esse erano rivolte ne conoscessero
perfettamente il valore e la portata.
Siccome
« la vita comune, per mantenersi fedele al suo spirito e alla sua missione,
deve fondarsi sul principio dell'unità, che si ottiene per mezzo
dell'obbedienza » (LCO 17, II), ha sempre invece avuto nell'Ordine « un posto
preminente sugli altri voti quello di obbedienza, col quale la persona si
consacra totalmente a Dio, le cui azioni si avvicinano di più al fine della
professione che consiste nella perfezione della carità e in forza del quale
vengono accettate tutte le disposizioni riguardanti la vita apostolica » (LCO
19, I). Per esso « noi imitiamo in modo tutto particolare Cristo che f u sempre
soggetto alla volontà del Padre per la salvezza del mondo e così ci uniamo più
strettamente alla Chiesa, alla cui edificazione ci siamo consacrati » (LCO 18,
I), per cui « dal momento che con l'obbedienza ci uniamo a Cristo e alla
Chiesa, ogni sforzo e ogni mortificazione che facciamo per metterla in pratica
è come un prolungamento dell'oblazione di Cristo e acquista valore di
sacrificio sia per noi personalmente che per la Chiesa » (LCO 19, II). Da
questi testi si vede che, a parte altre motivazioni, l'ordinazione
dell'obbedienza all'apostolato fa sempre capolino.
Anzi
quello di obbedienza non è soltanto il principale, ma per noi da sempre è
l'unico voto che venga espresso nella formula di professione.
Il
voto di castità.
Tolta
la prescrizione della clausura, che indirettamente riguarda la castità in
quanto mezzo per salvaguardarla, e due brevi richiami al modo con cui i frati
devono comportarsi in presenza di donne, del voto di castità non si parla mai
nelle nostre prime Costituzioni, la cui osservanza per i nostri religiosi doveva
evidentemente essere ovvia.
Ne
parlano invece, mettendone sempre in risalta anche la finalità apostolica, le
nostre attuali Costituzioni.
«
I frati che hanno promesso di osservare la castità in vista del regno dei
cieli, seguano l'esempio di s. Domenico clic per amore di Dio conservò intatta
la verginità per tutta la vita e ardeva di untale zelo e amore per le anime
" da abbracciare tutti gli uomini nella sua immensa carità, e siccome
amava tutti, da tutti era riamato, poiché si prodigava per gli altri ed
effondeva la sua compassione verso i miseri " » (LCO 25 ) .
«
Quindi dobbiamo considerare la castità come un dono inestimabile di grazia, col
quale ci uniamo più facilmente a Dio senza divisioni di affetti e ci
consacriamo a Lui in modo più intimo. Sollecitati dalla nostra vocazione
apostolica ad imitare la vita verginale di Cristo che per amore della Chiesa si
sacrificò per essa, anche noi, per dimostrare un amore più intenso verso gli
uomini, ci consacriamo interamente alla Chiesa, e contribuendo all'opera
dell'eterna rigenerazione, diventiamo più idonei a partecipare in misura più
larga alla fraternità di Cristo » (LCO 26, I).
«
Con l'esercizio della castità a poco a poco acquistiamo anche una più efficace
purificazione del cuore, libertà di spirito e fervore di carità, un più
completo dominio dell'anima e del corpo e un maggiore progresso dell'intera
persona. In questo senso possiamo mantenere rapporti sereni e salutari con tutti
gli uomini » (LCO 26, II).
«
Inoltre la vita casta dei frati costituisce un. efficace servizio e una
splendida testimonianza del regno di Dio già presente in questo inondo, e nello
stesso tempo tiri segno particolare del futuro regno dei cieli in cui Cristo
presenterà la Chiesa come una sposa clic si è ornata per lui » (LCO 26, III).
Le
Costituzioni fanno però vedere la necessaria connessione della castità anche
con la vita comune quando, nell'enumerare i mezzi destinati a salvaguardarla,
esortano i religiosi a cercare «le loro amicizie fraterne e serene nell'ambito
della loro famiglia religiosa e apostolica alla quale sono più strettamente
imiti col vincolo della castità > (LCO 28, II).
Il
voto di povertà.
Otranto
alla povertà, dobbiamo innanzitutto notare, che altra cosa è la povertà
individuale che lega i membri di un Istituto religioso, e la povertà
collettiva, che vieta all'Istituto stesso di possedere. Mentre la prima è
richiesta dalla natura stessa della comunità, dato che senza di essa non
potrebbe sussistere quella collaborazione totale in cui consiste essenzialmente
la vita comune, quest'ultima non è necessaria ad una comunità in quanto tale,
ma questa è libera di imporsela o no, a seconda che le sue speciali finalità
lo richiedano.
Ora,
è chiaro che la povertà individuale, pur con sfumature e rigore più o meno
accentuati, è comune a tutti gli Ordini religiosi, e quindi anche a quello
‑domenicano. Però, la legislazione dei Predicatori, pur essendo
rigorosissima nei riguardi della povertà, non ha mai dimenticato che essa è un
mezzo, e quindi diventa oltremodo indulgente tutte le volte che il
raggiungimento del fine lo renda necessario.
Ma
se della povertà individuale l'Ordine non poteva fare a meno, quella collettiva
era invece lasciata alla sua libera scelta. Se di fatto l'Ordine agli inizi
adottò anche quest'ultima, dovette quindi farlo per uno scopo suo particolare.
Dato
che Cristo stesso ne aveva fatto notare la connessione, S. Domenico fin dagli
inizi non ignorò certo l'importanza che la povertà poteva avere in ordine alla
predicazione, specialmente in quel mezzogiorno della Francia dove egli aveva
iniziato il suo ministero e dove tanta messe mietevano gli eretici proprio coll'ostentazione
della più rigida povertà.
Ma
come avrebbero potuto i primi compagni del Santo conciliare uria predicazione
continua ed assillante con la necessità di lavorare o di mendicare, e per di più
in un paese ormai quasi completamente eretico, per procurarsi il necessario
sostentamento? Il rinunciare ad ogni possesso e ad ogni provento, non avrebbe
impedita o per lo meno ostacolata quella sacra predicazione che era ormai il
fine della loro esistenza?
S.
Tommaso poi, forse più chiaramente di tutti, codificando quella che doveva
essere dottrina comune nel suo Ordine, dirà che « la perfezione della vita
cristiana non consiste essenzialmente nella povertà volontaria, perché questa,
in ordine alla perfezione, agisce a n?odo di strumento. Perciò non è detto che
dove c'è più povertà ci sia maggiore perfezione » (2‑2 q. 185 a. o ad
1)[1]
Anche
per la povertà possiamo asserire che essa, pur restando per i religiosi che
l'abbracciano un altissimo mezzo ascetico di santificazione, collettivamente
presa è considerata nell'Ordine un importante mezzo, ma solo un mezzo, in vista
del fine specifico dell'Ordine.
Ecco
perché, anche nella nostra epoca - nonostante che le ricorrenti soppressioni
degli Ordini religiosi e il conseguente incameramento dei loro beni da parte
delle autorità civili abbia reso remoto questo pericolo - le nostre
Costituzioni si preoccupano perché nelle comunità « non sia tollerato
l'accumularsi di beni comuni che non siano necessari al fine dell'Ordine, ossia
al ministero che esso deve svolgere, in quanto essi contrastano con la povertà
che tutti, singolarmente e come membri della comunità, hanno promesso » (LCO
32, III) e perché « I nostri conventi siano costruiti evitando qualunque
superfluità e tutto ciò che può sembrare
ma siano semplici, adatti al loro scopo e, secondo le consuetudini di
tempo e di luogo, siano costruiti in modo tale da non recar scandalo a nessuno
» (LCO 37).
All'epoca
di San Domenico, come nella nostra, il presentarsi alle folle nella povertà
evangelica, senza nulla chiedere e nulla sperare da esse, fu ed è certo uno dei
coefficienti più importanti di cui il predicatore passa usufruire per ottenere
dalla sua predicazione i frutti sperati. Che se, in determinate circostanze,
occorrerà rinunciare anche alla povertà per ottenere frutti migliori, il Frate
Predicatore potrà farlo, sicuro di non venir meno allo spirito del suo Ordine e
del suo santo fondatore.
[1] È, questo, il modo classico per citare la Somma Teologica di S. Tommaso: le prime cifre indicano la parte, il q. seguito da una cifra indica la questione, l'a. indica il numero dell'articolo, l'ad l'eventuale risposta alle obiezioni.