Card. Lucas Moreira Neves OP

La missionarietà

Nota specifica della famiglia di S. Domenico

 

1 - Missionarietà e Comunione nel Vaticano II

            Personalmente ho cercato di capire, prima di spiegarvi, cosa vuol dire « la missionarietà » come « nota specifica », e mi è sembrato di poter vedere in questo titolo due significati. Un primo significato sarebbe questo: tutte le famiglie esistenti nella Chiesa, hanno questo elemento generico; invece per i Domenicani l'elemento individuante o singolarizzante è appunto la « missionarietà ». Penso però che tale affermazione non può essere vera, perché non possiamo dire che fra tutte le famiglie della Chiesa quella domenicana è missionaria, infatti la missionarietà non può essere privilegio di una sola famiglia nella Chiesa, ma appartiene all'intera Chiesa e dunque a tutte le famiglie nella chiesa. Scarterei dunque questo primo significato per non deviarci da ciò che deve essere il vero significato del tema propostomi. Il secondo significato possibile del titolo consisterebbe nel dire che fra tutti gli aspetti che costituiscono la ricchezza spirituale e possiamo anche. dire l'« essere » e il vivere della famiglia domenicana (quali la vita contemplativa, lo zelo e lo slancio apostolico, l'amore allo studio, la pratica della vita comune, la vita liturgica, la predicazione, la preghiera ecc.), la missionarietà è quello più importante tanto da dire che questo è lo specifico domenicano. Possiamo anche aggiungere che la missionarietà costituisce la sintesi di tutti gli altri aspetti e non solo; costituisce come il punto di convergenza e dunque lo scopo e l'obiettivo di tutti gli altri. A questo punto potremmo anche dire che fra tutte le famiglie che esistono nella Chiesa la famiglia domenicana spicca per questa sua specificità interna, cioè è una famiglia nella quale la missionarietà costituisce fra tutti i suoi aspetti lo specifico, nel senso che è l'elemento più importante per attuare il suo fine: « andate e predicate ». La famiglia domenicana è dunque una famiglia, nella quale la missionarietà costituisce il punto centrale della propria vocazione, della propria vita, della propria attività dell'essere domenicano.

Detto ciò, riprendo la mia affermazione che la missionarietà non è privilegio di nessuna famiglia nella Chiesa, perché tutta la Chiesa è missionaria alla scuola di Cristo missionario.

Questa mia ultima frase è estremamente importante. Con essa infatti si tocca il fondo della Cristologia e della Ecclesiologia del Vaticano II. Io sono una specie di studente permanente dei documenti del Concilio, e spesso mi domando qual è la sintesi cristologica ed ecclesiologica del Vaticano II. Forse non abbiamo ancora questa sintesi, ci vuole ancora un teologo bravo che la faccia, che studi tutti i documenti e tragga l'essenza della Cristologia e della Ecclesiologia del Vaticano Il. Non sarò io evidentemente, e mentre aspettiamo questa sintesi oserei dire due cose:

1) per il Vaticano II l'affermazione centrale della Cristologia è questa: Cristo è l'inviato del Padre per la salvezza del mondo. Infatti mentre, per esempio; nel Concilio di Trento molti testi citati dal Vangelo riguardano il Mistero dell'Incarnazione o il mistero della Redenzione contemplati in modo isolati, nel Vaticano II forse il testo più citato del Vangelo o del Nuovo Testamento è quel testo che recita: « Gesù che il Padre ha consacrato e inviato nel mondo ». Questo testo è intimamente collegato con quell'altro di S. Giovanni: « Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo figlio non per giudicare o condannare il mondo, ma per salvare il mondo » . Pertanto nella prospettiva cristologica del Vaticano II tutti gli attributi di Cristo, la sua parola e la sua predicazione, il convocare e radunare i dodici apostoli e i discepoli, i miracoli o segni realizzati da Gesù, lo stesso dono della sua vita, tutto si coagula e si raduna intorno a questa idea: Dio ha consacrato e inviato il suo Figlio nel mondo. Consacrare il suo Figlio significa l'unione costante del Verbo di Dio e del Figlio di Maria nella persona divina di Cristo Gesù. Nella prospettiva del Vaticano II e nella sua Cristologia, tutti gli attribuiti di Cristo gravitano o girano intorno a questa idea centrale: Gesù missionario del Padre. Missionario venuto per predicare, per essere ed annunciare la parola di Dio, convocare gli apostoli, radunare i lontani nella comunione della Chiesa, operare segni, dare la propria vita prima di riprenderla e poi tornare al Padre. Cristo dunque è venuto nel mondo per adempiere ad una missione, complessa e semplice allo stesso tempo: complessa perché fatta di tanti atti, di tanti gesti, di tante parole, di tanti segni; semplice, perché è riassumibile in una sola parola, « per salvare » di quella salvezza che è lo scopo finale della missione di Cristo.

2) La seconda cosa che oso affermare è questa: tutta la Chiesa è « missione »; o forse la parola più esatta sarebbe questa: « la Chiesa è tutta missione » comunicatale da Cristo. Per il Vaticano II la Chiesa non esiste per sé stessa ma esiste come missione datale da Cristo, missione di comunione e di salvezza. Potremo dire, col Vaticano II, che la Chiesa è un vero sacramento di unità e sacramento di salvezza, ma questo sacramento, per la Chiesa, consiste nell'essere inviata per compiere questa missione nel mondo: la Chiesa dunque è missionaria di Cristo, il quale è missionario del Padre, dunque la Chiesa missionaria di Cristo e di Dio per il mondo. Tutto questo si evince chiaramente dal documento finale del Concilio che è la costituzione pastorale « Gaudium et spes ». Il fondo ideologico del documento sta in queste parole: la Chiesa esiste per il mondo, non si identifica con il mondo, ma neanche aleggia sul mondo o è fuori e lontana dal mondo; la Chiesa esiste per il mondo, in missione di salvezza per il mondo: missione e allo stesso tempo comunione. Questo è il fondo della Cristologia e della Ecclesiologia del Vaticano II.

 

2 -La missione di Domenico

Domenico di Gusman ha avuto nel suo tempo il senso di questa missione di Cristo e della Chiesa e si è sentito missionario mandato da Cristo nella Chiesa, dalla Chiesa per il mondo. Domenico ha trasmesso ai suoi discepoli questo senso di una missione venuta da Cristo nella Chiesa, per la Chiesa, e dalla Chiesa. E' quello che noi chiamiamo « la missionarietà nota specifica della famiglia domenicana ». Questo è fondamentale: sapere che la missionarietà della famiglia domenicana è una vera e propria eredità venuta dal fondatore, da lui voluta, da lui trasmessa; non è qualcosa che si è aggiunto lungo la storia di quasi otto secoli, ma è qualcosa sgorgata dal cuore e dalla coscienza, dalla volontà, dall'intelligenza del fondatore. S. Caterina ci ha trasmesso con una frase scultorea la missionarietà del nostro padre S. Domenico, quando disse di lui che «aveva assunto l'ufficio del Verbo». Questa è la migliore definizione, la più perfetta della missionarietà di S. Domenico. Egli ebbe nella Chiesa la funzione o la missione del Verbo, di essere cioè missionario del Padre con la parola, per portare la salvezza. Questa missione « in Ecclesia », è da esplicare per la Chiesa e nella Chiesa. Sarebbe impossibile concepire S. Domenico fuori dalla missione della Chiesa. Nell'ultima lettera del Maestro dell'Ordine c'è una parola molto forte che dobbiamo tutti approfondire nella nostra coscienza: « la missione di Domenico è stata molto legata alla sua obbedienza alla Chiesa »; in un momento in cui pensava con il suo Vescovo di fare il missionario nel nord Europa, il papa gli rispose: "no, dovete essere missionari altrove"; nel momento in cui Domenico pensava di fare una missione diocesana a Tolosa il papa glielo negò e disse: "Voi dovete fare la vostra missione a dimensione ecclesiale e universale". Domenico ha avuto tutta la sua grandezza e ha potuto essere quello che è stato nella Chiesa in forza di questa obbedienza alla Chiesa, soprattutto nella persona del suo vescovo e del papa. Ecco Domenico e la missione del Verbo, che è stata anche la sua.

 

3. I vari aspetti della missione di S. Domenico

Arrivo ora ad un punto che mi prenderà un po' di tempo, perché vorrei distinguere nella missione domenicana i vari aspetti che essa riceve dalla missione di Cristo e dalla missione della Chiesa. Lo faccio alla luce del Concilio Vaticano II, ma pensando a S. Domenico.

Ecco i sette o otto aspetti che vorrei distinguere nella missione di Cristo, della Chiesa, missione che S. Domenico ha assunto e trasmesso a noi. C'è dunque questa « cascata » di missioni: da Cristo alla Chiesa, dalla Chiesa a S. Domenico, da S. Domenico a noi.

Ecco gli otto aspetti che propongo alla vostra riflessione.

Primo aspetto della missione: la missione consiste nell'annunciare il Padre e il Figlio Gesù Cristo a quelli che non li hanno mai conosciuti, annunciare Gesù, il suo nome, la sua parola, il suo Vangelo, il suo disegno redentore, la salvezza che Egli porta; annunciare tutto ciò a chi non lo ha conosciuto.

E' quella che il Vaticano II chiama la missione « ad gentes », la missione ai pagani, a coloro che ignorano ancora Gesù, la sua parola, il suo Vangelo, il suo nome, la sua predicazione. Questa missione è evidentemente molto legata a ciò che noi usiamo chiamare il « Kerigma » , cioè il primo annuncio di Cristo e del suo Vangelo, un primo annuncio forte, vigoroso, credibile e convincente: un primo annuncio che dipende molto dalla cultura di coloro a cui è portato. Qui entrerebbero tante cose dette dal Maestro dell'Ordine[1], quando parla per esempio della « inculturazione » della fede. Personalmente aggiungerei anche « l'acculturazione », perché secondo me l'inculturazione deve essere chiamata lo sforzo che la fede fa per essere capita nella lingua di coloro a cui è annunciata: dunque tutto uno sforzo per parlare in modo da essere capita.

Ma poi viene ciò che noi chiameremo l'« acculturazione » e cioè la fede, una volta inculturata « lievita » la cultura nella quale è stata accolta e comincia a ricevere le interpellanze e le questioni di quella cultura, e a rispondere col Vangelo, anche a costo di cambiare o smuovere quella cultura con i valori del Vangelo. Questo è il primo senso della missione: annunciare Gesù per la prima volta a chi non lo ha ancora conosciuto. Domenico ha avuto questo senso della missione e abbiamo cose deliziose anche nelle sue prime biografie: per esempio quel dato così di dettaglio sul perché si sia lasciato crescere la barba, perché voleva andare in missione ed era questa un po' la caratteristica dei missionari. Fu un sogno mai realizzato da lui, ma poi realizzato dai suoi figli, quello di andare «ad gentes ».

Secondo aspetto della missione, che è molto importante, è quello di portare il Vangelo a chi lo ha conosciuto ma lo ha dimenticato, se ne è allontanato, vive al margine del Vangelo o addirittura si comporta in modo non confacente col Vangelo che ha conosciuto. Qui non si parla di annuncio « ad gentes », perché significa annunciare Gesù, il Padre e il Vangelo a chi ne ha già sentito parlare, e addirittura ha già vissuto alla luce di quel Vangelo, ma lo ha dimenticato. Questo tipo di missione può essere rivolta agli eretici cioè a chi si è allontanato dal Vangelo, agli scismatici, a chi è passato dal Cristianesimo a qualcosa di contrario, o a chi si comporta non cristianamente. Vedete come qui c'è un'ampiezza grande del significato della missione, e mi riferisco soprattutto alla missione a collettività o gruppi che non vivono più cristianamente. Se ci rifacciamo a S. Domenico dobbiamo dire che questo è il significato della missione che lo ha più toccato. Non so se sbaglio o se sono un po' fuori del contesto storico quando penso che Domenico, giovane ancora, ha fatto l'esperienza concreta di vivere nella sua patria cristiana. la Spagna, quel momento storico molto forte della presenza musulmana e della sua graduale « riconquista » - come lui chiamava - al cristianesimo. Quindi lui ha vissuto la presenza di tutta una fascia non-cristiana, nella sua Spagna cristiana, e ha vissuto l'esperienza di una missione nella propria patria per riannunciare il Vangelo. Poi ha fatto la sua esperienza passando per il meridione della Francia nell'epoca degli Albigesi e ha vissuto la missione di annunciare il Vangelo ad un popolo e ad una collettività allontanatasi da ciò che per lui era la fede, la Chiesa, la vita secondo il Vangelo.

Terzo aspetto della missione, secondo me molto valido e molto conciliare, è quello di annunciare Gesù e dunque annunciare il Padre a tanti che non soltanto conoscono Gesù, perché è stato annunciato, ma cercano Gesù e il Vangelo, ma per un insieme di circostanze, non hanno chi li aiuti ad approfondire il discorso di Gesù. Sto pensando a tutta la mia America Latina, a porzioni dell'Africa o dell'Asia, dove Gesù è stato annunciato, la gente lo cerca, a volte con molto ardore e con molto fervore, ma manca chi annunci Gesù. Vi sono interi territori di missione dove vi sono, come per esempio nel mio Brasile, il 90% dei battezzati, eppure è un vero territorio di missione perché mancano i missionari, coloro che aiutino ad approfondire la fede, ad approfondire il Cristianesimo, che pure c'è nella cultura, c'è nella loro storia. (Il Brasile ha 480 anni di annuncio del Vangelo, eppure manca la missione perché l'evangelizzazione è rimasta superficiale e addirittura incompleta, perché mancano i missionari). E' un'altra forma questa di missione in territori cristianizzati: mentre nel secondo aspetto parlavo di territori scristianizzati, qui parlo di territori cristianizzati, dove manca la completezza dell'annuncio evangelico, perché c'è carenza dell'approfondimento di questo annuncio. Direi che il secondo significato della missione di cui vi ho parlato, portare cioè il Vangelo a chi lo ha dimenticato, può essere applicato in Europa, almeno in molti posti dell'Europa, che vive un tipo di civiltà post-industriale che alcuni chiamano « post-cristiana », con un termine un po' equivoco che bisognerebbe approfondire molto in una prospettiva storica, sociologica e culturale. Comunque ci sarebbe bisogno di questo annuncio del Vangelo anche a tanti popoli scristianizzati dell'Europa. Quanto all'America Latina si dovrebbe soprattutto annunciare Gesù a chi lo ha già conosciuto e che lo cerca addirittura, ma non c'è chi «spezzi il pane », non c'è chi approfondisca la parola; mentre per l'Africa e per l'Asia si potrebbe forse piuttosto parlare del primo annuncio, almeno in molti posti dove ancora non è stato annunciato.

Quale diversità nei tre continenti! S. Domenico ha conosciuto anche questa terza forma della missione ed è stata la sua missione a tanti che incontrava assetati di Dio, nei cammini da lui percorsi primo o dopo la formazione dell'Ordine. Per concludere sul secondo e il terzo significato della missione vorrei dire che: sia che si tratti di annunciare il Vangelo a chi si è allontanato o lo ha scordato, e sia che si tratti di annunciare il Vangelo a chi già accetta Gesù e il Vangelo, si tratta della necessità che noi possiamo chiamare con Giovanni Paolo II, la necessità della « nuova evangelizzazione » o la « rievangelizzazione » o se preferite, come preferisco dire io, « un nuovo slancio evangelizzatore ». L'espressione « nuova evangelizzazione » è molto forte ed è quella che il Papa propone sia in Europa, quando parla di tornare alle radici cristiane dell'Europa, sia in America Latina, quando dice di completare la missione cominciata ma non ancora compiuta.

Quarto aspetto: la missione consiste nel « Coltivare i semi del Verbo » già presenti nelle culture che noi avviciniamo, o promulgare ciò che il Concilio chiama la « preparatio » evangelica, cioè quella certa propensione dei contenuti del Vangelo che c'è già nelle culture. La missione consiste nel far germogliare, nel far crescere certi semi di Vangelo che si trovano già in tutte le culture, in tutti i popoli di tutte le razze. Mi sembra molto importante parlare della missione in questo senso, di recuperare cioè valori evangelici o cristiani nascosti: valori evangelici soffocati nelle nostre culture, ma che ci sono. Secondo me però bisogna ridurre la missione soltanto a questo, altrimenti ci sarebbe il rischio di concepire la missione in modo troppo immanentistico, cioè il rischio di pensare che non bisogna annunciare Gesù, perché c'è già, e quindi lasciamo che la gente si salvi dov'è e com'è. Esiste questo rischio dell'immanentismo, e penso che non è in questo senso che ne parla il Maestro dell'Ordine. L'annuncio è importante. Dobbiamo concepire l'evangelizzazione come la comunicazione, la «rivelazione » di qualcosa di trascendente, pur sapendo che i semi ci sono, e c'è anche una certa predisposizione e apertura ad accoglierla. In molti posti è importante questo significato della missione: far germogliare semi di Vangelo che ci sono nelle culture e andare incontro a questi semi di Vangelo, scoprirli, rivelarli, e poi fecondarli con la Rivelazione, per completare la missione.

 

4 - La missione privilegiata da S. Domenico

Quinto aspetto della missione, (e qui forse entriamo in un aspetto, ma che è un aspetto molto importante per noi domenicani) consiste nel dare o nel rivelare alle genti le ragioni della propria speranza o le ragioni addirittura della propria fede.

In altri termini la missione consiste nell'approfondire l'insegnamento di Cristo e della Chiesa, quale base della fede. Questo aspetto possiamo chiamarlo « la missione all'intelligenza » dell'uomo: cioè dare le ragioni della fede, spiegare la fede, fare della fede qualcosa che può essere oggetto del ragionamento, oggetto dello sforzo intellettuale. E' ciò che noi chiamiamo la teologia: « fides quaerens intellectum ». La fede che cerca Dio ben sapendo che non capirà mai tutto. Una fede che sente di non essere assurda, di non essere aliena all'intelligenza, una fede che sa che lo stesso Dio che si rivela è il Dio che ha creato l'intelligenza e che ha posto l'intelligenza nell'uomo, il desiderio di saperne di più, di conoscerlo meglio. Dio stesso dice, nella Scrittura, che bisogna imparare da lui ad essere discepoli suoi: è la missione all'intelligenza. Ebbene oso pensare e dire che S. Domenico ha privilegiato molto questa missione. Oserei anche dire che ha fatto di questa missione uno degli aspetti principali della missionarietà dei suoi figli: la missione diretta all'intelligenza dell'uomo. Non intendo dire che S. Domenico è stato e ha voluto i suoi figli missionari soprattutto intellettuali, cerebrali o puramente accademici o dottrinari. Intendo dire che S. Domenico, il quale pur si rivolgeva al cuore e alla sensibilità umana, ha sottolineato l'importanza di questo aspetto della missionarietà per il suo Ordine: dare le ragioni della propria fede e della propria speranza, aprire l'intelligenza dell'uomo al Rivelato, alla Rivelazione, approfondire la dottrina del Vangelo e della Chiesa, aiutare la fede che cerca di capire; che cerca di comprendere, cercando le proprie radici dottrinali.

Il sesto aspetto della missione, consiste nel far sì che la fede venga a rigenerare la cultura, e cioè far sì che la fede non aleggi sulla cultura, ma si inserisca, si immerga nella cultura per rigenerarla cristianamente. Questo è molto importante. La fede dialoga con la cultura. Ma la nostra non è solo una fede capace di tuffarsi in ogni cultura, nelle culture di tutta l'umanità; e non soltanto in una cultura, ma si immerge in queste culture per rigenerarle cristianamente, con i valori evangelici. Vedete che insisto.

Mi sono già riferito a questo punto. Vi  ritorno ora in un altro contesto, perché mi sembra importante capire che la fede quando penetra in una cultura, quando impregna una cultura, è normale che la fede trasformi questa cultura, la sciandosi interpellare da essa, ma pure interpellando questa cultura, affinché diventi più umana. Questa missione deve partire dalla convinzione profonda che quando io porto la fede ‑non la mia cultura in un'altra cultura ‑ sto provocando quella cultura, e devo capire che qualcosa cambierà. Per fare un esempio molto recente dirò che Giovanni Paolo II, di fronte ad un re con molte donne, e con molte mogli, parla della monogamia, annuncia il valore evangelico e cristiano della monogamia, sapendo che sta interpellando un re e un popolo che non la praticano, sapendo che annunciando questo valore evangelico sta provocando quella cultura a cambiare, a smuoversi, ma cambiare in meglio. Insisto su questo punto perché sono scandalizzato, urtato a volte, sempre perplesso di fronte a gente che dice che non bisogna insistere nell'annunciare i valori cristiani, perché dice che questo è contrapporre una cultura di fronte all'altra o perché dice che non bisogna cambiare le culture. Se noi accettassimo questa tesi, saremo tutti qui, voi ad adorare la mitologia romana ed io ancora con gli idoli degli indios del Brasile. Eppure negli anni dopo il Concilio la missione della chiesa è scemata, è calata, si è paralizzata proprio perché queste tesi hanno avuto il sopravvento, dicendo: « Perché annunciare? Comunque la gente si salva ». Questo è paralizzante, non si annuncia più il Vangelo. Guardate come sono molto attento a dire di trasmettere i valori del Vangelo, non trasmettere la mia cultura europea, la mia cultura nord‑americana ad altri, ma trasmettere il Vangelo, un Vangelo che smuove le culture. Tutti i giorni sono di fronte a questo problema, perché lì dove sono Arcivescovo vige il sincretismo religioso: persone che sono cattoliche ma che poi vogliono anche praticare i culti afro‑brasiliani degli schiavi. Cattolici molto intelligenti nella diocesi mi dicono: « Non bisogna cambiare questo, ma lasciare che la gente faccia due cose allo stesso tempo ». Io rispondo di no, io devo annunciare i valori evangelici, la fede cattolica; poi la gente è liberissima di accettare o meno questi valori, ma io non posso tacere la purezza, l'integralità, il vigore del Vangelo. Proponendo non impongo niente, la gente fa quello che vuole. Non posso però tacere come pastore. Questo significa operare la fede una fede che agisce e non soltanto dialoga con una cultura, ma è consapevole di interpellarle e poi cambiarle, rigenerarle.

Settimo aspetto: la missione che consisterà anche nel dare il « gusto » del Vangelo attraverso i valori umani. Dare il gusto del Vangelo attraverso l'arte, attraverso la scienza, attraverso la ecologia, attraverso l'amore, la solidarietà, la comprensione tra i popoli; far sorgere il gusto del Vangelo attraverso tanti valori umani.

 

5 - Impegno missionario dei laici

Ottavo aspetto: oltre che far desiderare o dare il gusto del Vangelo, è animare con il Vangelo tutte le realtà umane e così inaugurare il « regno di Dio » attraverso tutte le realtà umane ed in tutte le realtà umane. Parlo della politica, della grave questione sociale, (« Sollicitudo rei socialis »), parlo dell'economia, dei rapporti internazionali, della scienza, delle arti, dello svago, del divertimento, degli strumenti di comunicazione sociale, parlo della famiglia, che è una realtà umana superlativa, parlo di tutto il problema della gioventù e parlo anche di problemi molto dolorosi, come l'evasione dei giovani nella droga, nel sesso. Sono tutte realtà umane nelle quali bisogna inserire il Vangelo e questa è missione. Permettetemi di sottolineare che quest'ultimo aspetto della missione, e l'ho lasciato per ultimo proprio per sottolinearlo, interpella molto i laici, perché sono proprio i laici i gestori nati e primigeni di queste realtà sociali. Questo è un affare dei laici: evangelizzare le realtà umane per farne segni e inizio del regno di Dio.

Domenico ne ha avuto il senso. Domenico ha avuto l'intuizione di coinvolgere i laici, e anche le donna nella sua missione. Prima ancora di fondare l'ordine a Fanjeaux, ha sentito il valore delle donne laiche, per far di loro apostole ed evangelizzatrici, e anche per fare di loro annunciatrici del Vangelo alle donne albigesi. Ecco quest'ultimo aspetto della missione è rivolto soprattutto ai laici, nella vita e nell'azione dei laici.

 

6 ‑ Conclusione

Penso di avere con questa conversazione enunciato cos'è la missionarietà domenicana. Non possiamo dire che la missione domenicana consiste soltanto nel primo, nel quinto o nell'ottavo aspetto che ho enunciato. Questo sarebbe ridurre, sarebbe restringere la missione domenicana e sarebbe non considerarla più domenicana perché l'aspetto fondamentale della missione domenicana è proprio la sua ampiezza. E direi è domenicana la missione del sacerdote che parte per l'Africa, per l'Asia o fra le tribù indiane o africane per l'annuncio. Quanti dei nostri fratelli si sono sacrificati e sono stati domenicani veri con questo annuncio, il primo annuncio del Vangelo! Dall'anno scorso a quest'anno quanti domenicani sono stati canonizzati: erano stati missionari in questo senso.

Non è meno domenicano quello che fa la rievangelizzazione, il nuovo annuncio del Vangelo. Come è domenicano il teologo che si rivolge all'intelligenza. Come è domenicano quello che annuncia il Vangelo agli scienziati ed agli artisti. Come è domenicano colui che interpella con il Vangelo i politici, i sociologi, gli economisti. Vorrei dire che soltanto considerando la totalità degli aspetti di cui ho parlato si ha l'ampiezza della dimensione missionaria domenicana, e dall'esatto senso missionario di Domenico. Vorrei poi aggiungere ancora, qui concludendo questo mio dialogo con voi, distinguendo ancora (in sintesi) nell'ambito della missione universale della Chiesa di Cristo, alcuni punti che mi sembrano rappresentare e sintetizzare « lo specifico » della vocazione missionaria domenicana, cioè voglio parlare degli aspetti che caratterizzano la missionarietà domenicana. Alcune cose le ho già dette prima, le ribadisco ora alla fine perché desidero dare una sintesi in certo modo unitaria di queste caratteristiche della missione di S. Domenico e dei suoi figli: ecco di seguito i punti che voglio ora richiamare.

Primo punto, molto importante, a mio parere addirittura fondamentale: avere interiormente la consapevolezza e la certezza di essere stato inviato da Gesù per annunciare nel mondo il suo Vangelo e la sua salvezza; avere questa consapevolezza, che la missione nasce da Gesù, proviene da Gesù, si svolge in compagnia e in unione con Gesù « missionario del Padre », per annunciare Gesù Salvatore del mondo.

Secondo punto, è ugualmente fondamentale considerare di essere « annunciatore in unione con la Chiesa », in appartenenza alla Chiesa. Chiesa « missionaria » di Gesù, sentirsi sempre costantemente membro della Chiesa di Dio e parte integrante, interna ad essa; agire e vivere in sintonia con essa la propria missione di « inviato di Gesù ».

Terzo punto della missionarietà domenicana è « l'universalità » della missione, nel senso che l'attenzione, la premura missionaria e l'ansia che anima la missionarietà deve essere irradiata, ovunque; la evangelizzazione cioè deve rivolgersi in ogni direzione, a tutti gli aspetti, a tutte le componenti della società. Una missione così intesa deve essere allora « universale »: la missionarietà domenicana deve essere universale e deve sempre sapersi riferire a tutto il panorama degli uomini, sforzandosi di calarsi e di addentrarsi in tutto l'umano, in ogni ceto, evangelizzando tutti: l'intellettuale, il professionista, l'operaio, il contadino, l'artigiano, il bracciante ecc.: avere quindi sempre vivo il senso della « universalità » dell'annuncio.

Quarto punto: questo annuncio, se vuol cogliere lo « specifico » della missionarietà domenicana, deve essere fatto con « profondità », con esigente profondità, con sforzo continuo di approfondimento nei cuori e nelle coscienze, rifuggendo con decisione ogni forma di « sentimentalismo » e ogni forma di superficialità. Il sentimentalismo è molto dannoso, e impedisce la possibilità che l'annuncio evangelico di salvezza penetri veramente nell'interno, nell'intimo delle coscienze, per scuoterle, per trasformarle, per rinnovarle, e produrre così adesione vera, profonda e solida.

Il quinto punto: la missionarietà dei figli di S. Domenico non può mai essere concepita come « fare, dire, organizzare ». Non può essere ridotta a questo, ma deve essere basata, deve essere costruita, deve affondare le proprie radici nella « contemplazione », nella preghiera, nel silenzio, nell'ascesi, nello studio teologico. Solo se nasce ed esiste ed è tenuta in vita nutrendosi ed alimentandosi e sostenendosi da queste cose potrà essere realmente e veramente viva, efficace, ricca, e portare molto frutto.

 

 

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[1] 1 Nella lettera « La sfida dell'Evangelizzazione » pubblicata da « Famiglia Domenicana » nel n. 3-4 del 1988.