IL VERO «COGNOSCIMENTO»

in S. Caterina da Siena

 

di Sr. M. Elvira Bonacorsi OP

 

 

 

 

Ogni volta che incontravo il termine cateriniano «cognoscimento», pensavo sempre, in modo superficiale, che si trattasse della conoscenza di me stessa, a vari livelli si, ma pur sempre una conoscenza di me, un guardarmi dentro, un cercare di capirmi, finché non ho intuito che il cognoscimento che intendeva Santa Caterina è una conoscenza che avviene in Dio, un vedere la realtà con il suo stesso occhio, una chiarezza legata alla fede e all'amore.

Ma tutto questo rimaneva comunque solo un'intuizione.

Approfondendo in seguito il tema della preghiera in Santa Caterina, e soprattutto in momenti prolungati di adorazione eucaristica con l'aiuto delle sue Orazioni, ho compreso che Ella mi guidava ad una conoscenza sicura di Dio, dell'uomo e della storia.

 

«Deità, ineffabile Deità. O somma bontà che per solo amore hai fatto noi a immagine e similitudine tua [...] O Deità eterna, io vedo in te, amore inestinguibile, che poi che per la nostra miseria e fragilità cademmo nella bruttura del peccato, [...] l'amore ti costrinse [...] onde mandasti il Verbo dell'unigenito tuo Figliolo» (0 I) .

 

«O lume che dai lume, e nel tuo lume vediamo! Nel tuo lume vedo, e senza esso non posso vedere perché tu sei quello che sei, ma io sono quella che non sono» (0 XIII).

 

Nella preghiera ho scoperto che le Orazioni di Santa Caterina sono una penetrazione nell'abisso d'amore di Dio, un vedere la realtà più nitida dell'uomo e di Dio, un perdersi nel piano unico di quella salvezza che il Padre vuole per ognuno di noi suoi figli.

Ho gradualmente approfondito cosi che cosa sia il cognoscimento e soprattutto ho compreso che esso poteva essere veramente un impegno da coltivare, una strada maestra per cambiare la mia vita e farmi santa.

Da allora ho continuato a leggere, riflettere, pregare, approfondire, per entrare sempre più in esso.

Il termine cognoscimento corrisponde a conoscenza, che non è solo vedere, sapere, essere informati, istruiti, bensì «fare esperienza», valutare, «assumere» ciò che si è giudicato perché lo si reputa valido. Si tratta cioè, di «contatto intimo», di «esperienza vitale», di «comunione d'amore», come avviene tra lo sposo e la sposa: «conoscenza» secondo il significato biblico.

Il cognoscimento non è la conoscenza di sé e basta, quella che ci dà la psicologia o la psicanalisi e, tanto meno, quel ripiegamento su di sé che proviene dall'ascolto, a volte esasperato, di sensazioni, sentimenti, reazioni, impulsi, emozioni che si dibattono dentro di noi.

L'espressione completa che Santa Caterina usa e sempre intende è:

«cognoscimento di sé in Dio e di Dio in sé», «cognoscimento di Dio in noi e di noi in Dio».

Esso comprende in sintesi 3 significati:

‑ conoscenza della verità di Dio in se stesso e della verità della creatura come oggetto dell'amore di Dio;

‑ conoscenza delle meraviglie operate da Dio per l'uomo, cioè della storia della salvezza;

‑ conoscenza del rapporto d'amore che Dio ha instaurato con ogni persona e di ciò che lo può adombrare e impedire, cioè il peccato.

Allora il cognoscimento è un modo di conoscere tutta la realtà e, di conseguenza, è il principio di ogni rinnovamento, perché ci spalanca davanti la verità di Dio e l'immensità di quell'amore che Egli ha riversato su di noi. Chi più conosce più ama e solo l'amore muove al rinnovamento e alla conversione.

Secondo Santa Caterina il cognoscimento avviene nell'anima. Infatti non a caso il «Messaggio di Santa Caterina da Siena Dottore della Chiesa» (*) riporta, da p. 169 a p. 178, molte immagini cateriniane dell'anima e di quanto avviene in essa.

L'anima è:

‑ la cella che dobbiamo frequentare assiduamente; ‑ la casa dove abitando conosciamo Dio e noi;

‑ la cella dove avviene l'incontro con la Trinità; ‑ il luogo dove ci specchiamo nella fonte; ‑ la bottega dove si acquista la ricchezza; ‑ il pozzo profondo dove è nascosto il tesoro del cognoscimento; ‑ il vasello dove troviamo l'amore;

‑ la stalla di Betlemme; ‑ il tempio; ‑ il sepolcro dove incontriamo come Maria il Cristo risorto;

‑ il cenacolo dove gli apostoli ricevettero la pienezza dello Spirito Santo.

Il vero cognoscimento avviene per mezzo della fede.

A questo proposito acquista un significato tutto particolare l'episodio dello sposalizio mistico di Gesù con Santa Caterina: Ella è sposata alla Verità con l'anello della fede: lo sposalizio crea una conoscenza intima, profonda, un'esperienza amante reciproca. La vita di Santa Caterina come sposa di Gesù Verità diviene un «permanere» nel «cognoscimento» dello Sposo, il quale a sua volta «informa» tutta la vita della Santa. È una mirabile simbiosi.

Meditando la Parola di Dio con l'ottica del cognoscimento, due testi specialmente mi si sono rivelati come luce e sorgente di esso. Il primo è di San Paolo:

 

«Quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, alfine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla resurrezione dai morti» (Fil 3,7-11) .

 

San Paolo parla della «sublimità della conoscenza di Cristo... perché io possa conoscere lui» e per tale conoscenza egli lascia perdere tutto considerandolo come sterco; egli afferma cioè che questa conoscenza profonda e intima, il cognoscimento appunto, è ciò che più gli interessa tanto da essere pronto a pagarla con qualsiasi rinuncia.

Questo processo di conoscenza-giustizia, che deriva dalla fede e si basa su di essa, provoca la conversione, cioè immette nel cammino della conformità al Signore Gesù, fino a partecipare alla sua morte e alla sua risurrezione. Èciò che Santa Caterina chiama «la riforma».

Il secondo testo è Gv 15,1-11:

 

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo [...]  Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto [...]  Rimanete nel mio amore[...]. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

 

Il verbo «rimanere» che Gesù ripete in questo brano, rimanda all'invito che Gesù rivolge a S. Caterina quando le dice di non uscire dalla «cella del cognoscimento». Tale «rimanere» porta alla conoscenza intima, amorosa, sponsale; esso genera la gioia vera perchè è la realizzazione piena di se stessi nell'amore. Proprio per questo probabilmente Santa Caterina termina le sue lettere con la frase: «Permanete nella santa e dolce dilezione (amore) di Dio. Gesù dolce, Gesù amore».

Il cognoscimento dunque non è uno degli aspetti del pensiero e dell'esperienza cateriniana, ma ne è l'intuizione fondamentale. Se ci fermiamo a pensare veramente che cosa esso sia in profondità, e soprattutto se cerchiamo di tradurlo nella nostra vita spirituale, quella semplice e concreta di ogni giorno, allora possiamo renderci conto che «il cognoscimento di sé in Dio e di Dio in sé» è veramente un'intuizione essenziale e rivoluzionaria. Esso infatti ci fa entrare nell'Amore che è Dio in se stesso, nella sua tenerezza verso i suoi figli, nella salvezza che ha operato e sempre attualizza per ciascuno, nella sua volontà che ci vuole convertiti al suo Amore pazzo.

Assumendo tutto questo nella nostra vita, sempre più, in profondità e totalità, non possiamo che lasciarci spingere dall'Amore verso quell'Amore che realizza la salvezza e la santità in noi e nel prossimo.

 

 

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