Il Rosario

 

(testo tratto da A. D'Amato, La devozione a Maria e la Vocazione Domenicana,

Quaderni di Famiglia Domenicana, 1)

 

Si è molto discusso sull'origine del rosario e in particolare se risale a S. Domenico.

Il rosario, nella sua forma attuale, non è stato istituito da S. Domenico. Esso è la convergenza di antiche pratiche penitenziali e devozionali: i salteri di Pater e di Ave Maria e della devozione a Maria.

Nella lotta contro l'eresia Domenico predicava i misteri della fede: i misteri dell'Incarnazione, della passione e della risurrezione. I Catari negavano questi misteri. Domenico inoltre utilizzò le preghiere più semplici e più conosciute: il Pater e l'Ave Maria per far pregare i fedeli del suo tempo.

Proprio nel '200 l'Ave Maria diventa una delle preghiere più amate dal popolo cristiano. Eccezionale è il fervore dei primi frati predicatori per la recita dell'Ave Maria.

Una devozione che in qualche modo fa pensare al rosario è quella che il b. Umberto suggerisce ai novizi. Dopo la recita del Mattutino della beata Vergine - egli dice - i novizi meditino con ardore i misteri dell'Incarnazione, della natività, della passione, ecc. e poi dicano un Pater e una Ave Maria (De Vita Regulari, II, p. 543).

Ancor più si avvicina al rosario il sistema di pregare di fra Romeo di Livia. Di lui le antiche cronache dicono che «era molto devoto di Maria. Nelle sue prediche parlava sempre della b. Vergine...; non si saziava mai di ripetere il saluto angelico. Egli - si dice ancora - meditava a lungo i misteri di Gesù e di Maria ». Fra Romeo morì «stringendo nelle sue mani la cordicella coi nodi, con la quale era solito contare le mille Ave Maria che recitava ogni giorno; morì mentre inculcava nei frati questa devozione alla b. Vergine e al Bambino Gesù » (Salanac - Gui, De Quattuor, pp. 161-162).

Fra Romeo morì nel 1261 e visse per più di quarant'anni nell'Ordine. E' quindi uno dei primi frati predicatori; forse conobbe san Domenico. Che abbia appreso da lui questo modo di pregare? Il modo di pregare di fra Romeo: meditare sui divini misteri e recitare tante Ave Maria si può considerare un rosario in embrione; contiene infatti la sostanza del rosario come preghiera mentale e orale.

All'inizio la cordicella con la quale si contavano le preghiere, veniva chiamata «paternoster », anche quando serviva per contare le Ave Maria. L'uso di una cordicella con nodi, chiamata « paternoster» era comune fra i domenicani già nel '200. Il capitolo della provincia romana del 1261 vieta ai fratelli cooperatori di portare i «paternoster » in ambra o in corallo. Fin da allora dunque i domenicani portavano la corona o contapreghiere.

Anche sant'Agnese di Montepulciano aveva il suo contapreghiere; era formato da « chicchi tenuti insieme da un filo ». Santa Caterina da Siena pure si serviva di un contapreghiere: una cordicella con nodi.

L'uso di recitare il salterio mariano: cioè 150 Ave Maria divise in tre « rosari », era noto ai domenicani già nella prima metà del '200. Ne parlano, per esempio, fra Bartolomeo da Trento (+1251); Giovanni di Mailly (t 1260) e Tommaso di Cantimpré (+ 1260).

La beata Margherita di Ypres (t 1237), figlia spirituale del domenicano Sigiero di Lilla, recitava ogni giorno 50 Ave Maria, divise in cinque decine. Nel beghinaggio di Gand, che era sotto la guida spirituale dei domenicani, la Regola prescriveva la recita quotidiana di « tre rosari, detti comunemente salterio di Maria »; a ogni Ave Maria veniva annunciato un mistero della vita di Gesù e di Maria. (Cfr. D'Amato, La devozione, pp. 60-62).

In conclusione esisteva ai tempi di san Domenico e anche prima la cordicella contapreghiere; inoltre l'uso del «rosario » di 50 Ave Maria e del salterio mariano di 150 Ave Maria era conosciuto nell'Ordine già nel '200; perciò quando Alano de la Roche dice di voler restaurare la devozione del salterio mariano, che ai suoi tempi era stata quasi dimenticata, evidentemente aveva presente la storia passata dell'Ordine.

Alano de la Roche è il grande divulgatore del rosario. Egli è anche il primo ad affermare che san Domenico aveva ricevuto dalle mani della beata Vergine il salterio di Maria, perché ne divulgasse la devozione. Per questa sua affermazione, qualche « storico » lo accusa di falsità. Ma Alano non è un « falsario ». E' vero: san Domenico non ha istituito il rosario, come Alano lo proponeva ai fedeli; ma egli non « inventa documenti » per dare valore alla sua affermazione. Alano dice di aver appreso, quello che afferma, « in visione » dalla beata Vergine. Ma il termine « visione » qui va inteso in senso largo; nel senso cioè di ispirazione. Era questo un modo comune di dire in quei tempi, per dare maggior peso alle proprie parole. Quelle cosiddette visioni non sono rivelazioni soprannaturali, sono semplicemente il frutto delle sue meditazioni. Alano è talmente entusiasta di questa devozione che per lui non può non avere una origine divina. Inoltre egli vede questa devozione così in sintonia con lo spirito dell'Ordine domenicano che la beata Vergine non poteva rivelarla che a Domenico. Alano è « soggettivamente » convinto di tutto questo. Ora il passaggio da una forte convinzione a una « visione », che non è propriamente visione ma ispirazione-intuizione, è molto facile.

La devozione al rosario, pur non risalendo nella forma proposta da Alano de la Roche a san Domenico, nasce tuttavia e si sviluppa particolarmente nell'Ordine domenicano, come se fosse una devozione legata alle sue origini proprio per il legame esistente tra la vocazione domenicana e la devozione a Maria.

Per la perfetta sintonia esistente tra la devozione al rosario e lo spirito domenicano, questa devozione è presto considerata un bene di famiglia nell'Ordine; e i frati predicatori sono assidui promotori della sua diffusione.

Il priore del convento di Colonia p. Giacomo Sprenger, il più attivo promotore della devozione al rosario dopo Alano, e fondatore della prima confraternita del rosario, ottiene nel 1479 dal pontefice Sisto IV la prima Bolla di indulgenze per chi recita il rosario: la Bolla Ea quae ex fidelium (8 maggio 1479).

Molto presto, dopo il lancio di Alano, i Maestri generali dell'Ordine domenicano si fanno attivi promotori del rosario. Il Maestro Leonardo de Mansuetis già nel 1479 autorizza ufficialmente il p. Corrado Wetzel a propagandare « il salterio o rosario della b. Vergine Maria e la sua fraternita e a iscrivere i fedeli alla medesima fraternita e a delegare altri a tale scopo ». Dai registri dei Maestri generali dell'Ordine risulta che, specialmente dal 1487 al 1509, molti domenicani tedeschi e italiani sono delegati a predicare il rosario e a erigere fraternite.

Il Maestro Bartolomeo Comazi ottiene da Innocenzo VIII l'indulgenza plenaria « semel in vita et in morte » per tutti gli iscritti alle fraternite del rosario. Questa Bolla, del 15 ottobre 1484, viene riportata negli Atti del capitolo generale (1484). E' la prima volta che un capitolo generale menziona « il salterio della beata Vergine » e la « società o confraternita del rosario ».

Su istanza del Maestro Gioacchino Turriani, Alessandro VI conferma (13 giugno 149.) i privilegi e le indulgenze già concessi agli iscritti alle fraternite del rosario e ne concede altri.

Dopo la Bolla di Sisto IV i sommi Pontefici riconoscono espressamente lo stretto legame esistente tra il movimento rosariano e l'Ordine di san Domenico. Al Maestro generale dei frati predicatori essi affidano la direzione del movimento. Per questo concedono esclusivamente a lui e ai suoi delegati la facoltà di erigere nuove fraternite del rosario; tanto che le fraternite, eventualmente fondate senza l'autorizzazione del Maestro generale dei domenicani, non sono riconosciute dalla S. Sede.

Ai frati predicatori i sommi Pontefici concedono anche la facoltà « di predicare ovunque il salterio della beata Vergine o rosario », senza cioè le limitazioni territoriali allora imposte dalle leggi canoniche.

Le confraternite del rosario inoltre devono essere fondate nelle chiese dei domenicani. Solo nelle città nelle quali non esiste un convento domenicano possono essere erette in una chiesa non domenicana. In questo caso però, nel decreto di erezione si dice espressamente che qualora i domenicani in seguito dovessero fondare un convento in questa città, la confraternita sarebbe passata nella loro chiesa (cfr. D'Amato, La devozione a Maria, o.c. p. 71­73).

Espressione dell'intimo rapporto esistente tra il movimento rosariano e l'Ordine domenicano è pure il fatto che i maestri generali concedono a tutti gli iscritti alle fraternite del rosario la partecipazione ai benefici spirituali dell'Ordine. (Cfr. Bullarium O.P., IV, p. 392; Acta S. Sedis... pro Societate SS. Rosarii II, pp. 1027-28).

Il 29 giugno 1569, il Papa domenicano Pio V conferma al maestro dell'Ordine l'autorizzazione a erigere, in modo esclusivo, di persona o per delega, le confraternite del rosario. Pubblica poi la bolla «Consueverunt Romani Pontifices » (17 sett. 1569), che si può considerare la « magna charta » del rosario. Il Pontefice vi descrive l'origine del rosario, il nome, gli elementi essenziali, gli effetti, la finalità e il modo di propagarlo.

La bolla contiene la definizione classica di questa preghiera: « Il rosario o salterio della beatissima Vergine Maria - scrive il santo Pontefice è un modo piissimo di orazione e di preghiera a Dio; modo facile e alla portata di tutti, che consiste nel lodare la stessa beatissima Vergine, ripetendo il saluto dell'angelo per centocinquanta volte, quanti sono i salmi del salterio di Davide, interponendo a ogni decina la preghiera del Signore, con determinate meditazioni illustranti l'intera vita del Signore nostro Gesù Cristo » (Bullarium D. P., V, p. 223).

In questo documento il Pontefice dichiara, per la prima volta, che per lucrare le indulgenze del rosario è indispensabile la meditazione dei misteri. Questa dichiarazione ufficiale contribuisce a diffondere l'uso già esistente di inserire brevi meditazioni sui misteri durante la recita del rosario.

 

 

 

 

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