

Ho
cercato diverse volte di immaginarti sulla base delle cose che avevo sentito
dire di te e diverse volte ho tentato di parlarti così come vorrei fare ora...
parlarti da uomo perché anche tu lo sei.
Ho
imparato a conoscerti poco per volta, leggendo
qua e là quello che di te si scriveva, poi ho incontrato i tuoi figli che ancora oggi portano avanti nel
tempo, che inesorabile scorre, l’immutato tuo insegnamento. Così dopo averti
conosciuto ho fatto mio il tuo ideale, ho imparato ad amare le cose che tu amavi
e sentivo crescere dentro di me un dialogo che si faceva giorno dopo giorno
sempre più profondo, vibrante, appassionato. Qui è iniziata la mia stagione
felice.
I
campi scuola, il pre-noviziato, poi finalmente il noviziato e là ti ho
incontrato e ho scoperto tutto di te: frati che si alternavano nell’intessere
le tue lodi, libri che descrivevano la tua grande capacità di governo, pagine
bellissime che parlavano del tuo amore per il prossimo, fiumi e fiumi
d’inchiostro che ci descrivevano come tu pregavi.
“Parlare
con Dio o di Dio, vita comune e obbedienza”:
ecco il programma di vita che hai
modellato per chi come la beata Cecilia e come me è rimasto colpito dal “tuo
mostrarti sempre sereno e sorridente”[1] e da “quello splendore
che si irradia dalla tua fronte e di fra le ciglia che a tutti ispira rispetto e
simpatia”[2],
per non parlare poi della “tua voce forte e armoniosa”[3]
che instancabilmente dava calore a quel nome di Colui che nelle frequenti notti
di preghiera ti rapiva in lunghissimi estasi, Dio, e ti portava in una parte
nascosta, privilegiata del suo cuore, dove potevate parlare dell’amore che
nutrivi per il prossimo.
Quante
volte hai pregato per la conversione dei peccatori!

Il
beato Giordano parlando di te diceva: “Dio gli aveva donato una grazia
speciale di preghiera per i peccatori, i poveri, i sofferenti, di cui egli
portava le pene nel santuario intimo del suo cuore”[4].
Ed è proprio qui, in questo “santuario” che ti incontravi con il tuo Dio e
che insieme con Lui cercavi il modo di annunciare la Verità a tutti coloro che
venivano tratti in errore dall’eresia. Quanto più essa si diffondeva, tanto
più in te nasceva l’amore per la Verità e il desiderio di annunciarla.
I
poveri.
Hanno
sempre attirato la tua attenzione, ricordi? ... A Palencia vendesti i tuoi
libri: “non voglio studiare su pelli morte, quando la gente muore di fame” e
ora scopri una nuova povertà, la mancanza della Verità. Quella Verità che ti
spinse a restare sveglio un’intera notte a parlare con l’oste tolosano fin
quando non lo riconducesti alla luce della vera fede. Fu bellissimo quella
mattina vedere il sole che si levava alto nel cielo ridando vita e riscaldando
ogni cosa, così come la vera fede si era risvegliata nel cuore
dell’albergatore, riscaldandolo con la forza della tua preghiera. E fu proprio
ammirando quest’alba nuova nel cuore di un uomo ritornato alla vera fede che
scopristi la tua missione: un Ordine!
Ecco
cosa ci voleva, un Ordine che seminasse nel cuore di ogni uomo la Buona Novella.
Chissà da quale entusiasmo sei stato preso nel vedere il realizzarsi del tuo
progetto confermato dalle celesti benedizioni che non si facevano attendere: il
primo monastero femminile a Prouille e i primi frati, fra’ Pietro Seilhan e
fra’ Tommaso. Quanto avrei voluto essere con te in quel momento, osservarti
mentre pregavi per cercare di afferrare cosa dicevi al Signore, appoggiare la
testa sul tuo petto per poter comprendere come il tuo cuore parlava al cuore di
Dio e cercare di capire quel linguaggio segreto che solo gli innamorati riescono
a decifrare. E tu sei un innamorato, un innamorato speciale, poiché ami Colui
che è l’Amore e quanti più ti doni ad esso, tanto più da esso ricevi.
Il
beato Giordano scriveva: “il giorno lo dedicava al prossimo, la notte a Dio,
ben sapendo che Dio concede la sua misericordia al giorno e il canto alla
notte... piangeva spesso e abbondantemente... soprattutto quando celebrava”[5].
Le
tue lacrime!
Lacrime
feconde, lacrime d’amore, lacrime sincere che trovavano consolazione nel
contemplare dal vivo il Mistero dell’Incarnazione. Provo ad immaginarti nel
celebrare la santa messa: sicuramente ti soffermavi estasiato nel contemplare il
divino mistero che si compiva nelle tue mani che fungevano da trono per il
Creatore del mondo. Era lì presente e tu Lo potevi toccare, anzi eri un
tutt’uno con Lui tanto da poter dire: “prendete... questo è il mio
corpo”. E come se non bastasse potevi anche dispensare quella misericordia che
tu contemplavi in sommo grado nel Dio vivente. Ti si illuminava il viso quando
potevi dire: “ti assolvo dai tuoi peccati!” traboccante com’eri di pietà.
Mi
piace pensare che la tua pietà e la tua misericordia provengano direttamente
dalla croce di Cristo. Sai, spesso cerco di rappresentarmi i tuoi lineamenti, le
tue fattezze, per questo mi soffermo a guardare ogni immagine che ti
rappresenta, ogni cosa che possa parlarmi di te e capire chi sei e come sei
fatto.
Considero
altamente espressivo l’affresco in cui il beato Angelico ti ritrae ai piedi
della croce. Volentieri contemplo il tuo sguardo penetrante che va al di là
della semplice compassione e nel “leggere” il tuo volto, le tue mani, la tua
espressione, intravedo anche la tua fede, quella fede appunto che viene
raccontata dal tuo corpo. Un corpo magro, esile, considerando le mortificazioni
a cui ti sottoponevi, ma che racchiude in sé tanta forza rappresentata
dall’amore con cui abbracci la croce sulla quale vi è ancora appeso Gesù.
Forza così profonda che emana dai tuoi occhi che hanno il coraggio di
contemplare quel corpo martoriato. E con la mano sinistra che abbracci il legno
della croce, ed è proprio con la parte sinistra che ti adagi su di essa, la
parte dove risiede il cuore. La mano destra invece, è appoggiata sul legno
dove, dai piedi del Cristo esce tanto sangue da colare fino a terra. Ma lì,
dove viene appoggiata la tua mano, il sangue non passa, quasi come se tu
riuscissi a bloccare questo spargimento, come se la tua predicazione, portando
la vera fede, “sanasse” le membra sofferenti di Cristo.
La
tua predicazione è la nostra predicazione che si attua non solo nel silenzio,
con la preghiera, con lo studio, ma anche con il nostro agire quotidiano e
soprattutto con l’interagire all’interno delle nostre comunità e delle
nostre famiglie.
Ho
cercato ancora una volta di afferrare il tuo essere, di descrivere il nostro
rapporto, quella tua intimità che un giorno si è incontrata con la mia e che
mi permette oggi di essere uno dei tuoi figli.
Colgo
di te ancora un ultimo aspetto che mi rinnova il desiderio di stare con te:
“vi sarò di aiuto più dal cielo che dalla terra”[6]
dicesti in punto di morte e quante volte, Padre, mi hai manifestato la tua
vicinanza e la tua comprensione nelle difficoltà che incontro nel seguire il
tuo ideale.
Ti
dico grazie dunque, grazie a te, ma soprattutto a Dio che ti ha messo sul mio
cammino concedendomi di fare quest’esperienza con te.
Dante,
parlando di te, scrive:
“di
lui si fecer poi diversi rivi,
onde
l’orto cattolico si riga,
si
che i suoi arbuscelli stan più vivi”.[7]
Concedimi
padre la forza, la perseveranza e la gioia di essere uno di questi “rivi” e
di poter vivere anch’io “la speranza di crescere nella tua libertà, pur con
incertezza e molti errori, confidando nella misericordia di Dio e in quella
reciproca”.[8]
Fr.
Fabrizio M. Cotardo o.p.
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[1] Aspetto del beato Domenico descritto da Sr. Cecilia in LIPPINI, San Domenico
visto dai suoi contemporanei, EDS -Bologna
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Giordano di Sassonia, Libellus in LIPPINI, San Domenico visto dai suoi
contemporanei, EDS -Bologna
[5] Ibidem
[6] Dall’antifona a San Domenico “O spem Miram”
[7] Dante Alighieri, Divina Commedia, Il Paradiso, Canto XII, vv. 103-105
[8] Fr. Timothy Radcliffe OP, Libertà e responsabilità…., 1997